Tradizioni Popolari:
Una festa di Natale di fine '800, a Vasto
nel racconto di Pietro Suriani (Vasto 1883 - Roma 1960), indimenticata figura di
combattente e di mutilato di guerra nel primo conflitto mondiale, di educatore
e di amministratore integerrimo che guidò la Città come podestà dal 1924 al 1933
 
Ricordiamo specialmente, nella nostra infanzia, le feste natalizie, quando
nella nostra casa si riunivano le mie sorelle Giulia e Grazia con i loro mariti
e ci restavano per vari giorni, sino all'Epifania...
Un Natale fu più allegro del solito quando tra gli invitati, oltre a mio zio Canonico e a mio cugino Paolo Bottari, mangiò con noi Gaetano Murolo,
un impiegato delle Ferrovie, e un esimio poeta dialettale.
Egli declamò tante sue poesie e si mise poi a cantare, tra gli applausi dei presenti, tra cui Zizì Sante, un orefice maestro.
Naturalmente prima c'era stata la cerimonia, davanti al nostro Presepe, sempre interessante, per deporre il piccolo Gesù Bambino nella Capanna, portato in processione per la casa, al canto del Te Deum, da Ciccillo, il più
piccolo dei figli.
Dopo brevi poesiole d'occasione recitate da Emilia e da me o da Ciccillo, chiudeva la cerimonia lo
zio con poche espressioni commoventi.
Si dava poi inizio, dopo il cenone, al giuoco della tombola e dell'Asino, un giuoco con le carte,
natalizio, che suscitava tante risate, specialmente quando si accapigliavano mastro Paolo con
D. Domenico, che interrompeva il giuoco dopo le 22, per recarsi alla Cattedrale di S. Giuseppe
per il coro. Egli poi ritornava per riprendere il giuoco che si protraeva sino alle 3 o alle 4 del
mattino.
Naturalmente, mentre si giocava erano a disposizione in varie guantiere i dolci natalizi, scrippelle, cagioni e taralli innaffiati di solito dal vino bianco a cappuccio, dolce e frizzantino.
In una certa ora veniva a darci il Buon Natale o Buon Capodanno il suono della zampogna portato
da uno degli operai che lavoravano con mio padre.
Nella notte canti di gioia, auguri rumorosi di gaie comitive che attraversavano le nostre strade
del Rione di S. Pietro, tenevano deste le famiglie in attesa dell'alba, quando vinti dalla stanchezza
e dal sonno, si andava a dormire serenamente.
Spesso si ritrovava, allo svegliarci, il mantello bianco della neve, gioia di noi bambini, che però non potevamo uscire, perché le scuole eran chiuse per le vacanze natalizie.
Quando ripenso a quegli anni, sul finir del secolo passato, mi vien chiaro il ricordo di molte
famiglie che vivevano in grande miseria, in tuguri senza aria né luce, viventi in molti in una sola camera in una promiscuità sconfortante, di solito presso la stalla emanante un lezzo insopportabile.
Eppure non mancava mai l'aiuto materiale e morale del vicinato, così che anche per i più poveri i giorni di festa trascorrevano in abbastanza letizia.
Allora non v'erano tante opere di beneficenza che fioriscono oggi e spesso danno motivo a critiche qualche volta giuste di palesi ingiustizie commesse.
E la miseria era vinta dai più nobili sentimenti del cuore umano, di fraternità, di altruismo, di generosità.
Il precetto evangelico di dare al povero il superfluo era praticato largamente con semplicità e sincerità senza necessità di esortazioni e di prediche.
Forse cinquant'anni fa e più la carità cristiana, quale fiore olezzante della pietà, raggiungeva i derelitti e gli abbandonati dalla sorte avversa con lodevole spontaneità per l'aiuto fraterno; forse allora il profondo vero sentimento religioso, non inquinato da false dottrine politiche o economiche, era più compreso, dando maggiori frutti che non oggi. Perciò è vero ciò che lasciò scritto Michelet: "Tutto progredisce fuorché l'anima".
Semplicità di vita serena era la norma dei nostri padri. Perciò nelle nostre stradette attorno a
S. Pietro, in quella parte, che veniva chiamata il Casarino, dov'era nato mio padre, e negli altri
vicoli adiacenti dove vivevano miseramente molte famiglie numerose di pescatori, nei giorni di Natale, di Capo d'anno, dell'Epifania, un raggio di luce cristiana vi penetrava per alleviare la sofferenza e ridare la fiducia nella Provvidenza.
Ma allora non si ostentava la miseria, come oggi, c'era un certo senso di pudore, se non di
vergogna, quando si doveva stender la mano.
stralcio da "Lunarie de lu Uašte" - ed. 2002