Banchieri
Raffaele Mattioli
Banchiere umanista che per un quarantennio
diresse la Banca Commerciale Italiana (Comit)
(Vasto, 20 Marzo 1895 - Roma, 27 Luglio 1973)
 
Carlo d'Aloisio Enrico Mattei Giuseppe Spataro
 
Calendario 2023 dedicato a Raffaele Mattioli (1895-1973),
"Il gattopardo", nel 50° della morte, dalla Pro Loco Città del Vasto
Questo calendario 2023, in occasione del 50°
della morte, lo dedichiamo a Raffaele Mattioli,
un personaggio considerato da sempre e dai
più “banchiere umanista” per il suo impegno
a favore della cultura. 
Pro Loco "Città del Vasto", 27 nov. 2022 - M.S., 6 gen. 2023
La Pro Loco "Città del Vasto" è un’associazione
di promozione sociale costituita da volontari
che si attivano per la promozione e la valorizzazione del proprio territorio e del
proprio paese. Giovane, nata solo il 25
settembre 2017 - Via Scirocco n. 3 (Sede Leg.)
- Vico Raffaello n. 1 (Sede operativa Servizio
Civile Universale) - 66054 Vasto. I questi
cinque anni ha proposto più di 150 eventi. Un percorso non facile, pieno di difficoltà ed ostacoli ma, al tempo stesso, pieno di soddisfazioni.

Raffaele Mattioli
Insigne banchiere umanista, ha svolto un ruolo di primo piano
nella storia economica, politica e culturale dell'Italia ma anche del mondo intero.
Personaggio di altissima levatura intellettuale, amministratore delegato prima (1933-1960), presidente poi (1960-1972)
della Banca commerciale italiana (Comit) è stato alla testa - da
questa posizione - di importanti iniziative ed istituzioni (Iri, Eni,
Mediobanca).
Hanno goduto della sua generosa ed affabile humanitas grandi
nomi della cultura (Riccardo Bacchelli, Carlo Emilio Gadda,
Eugenio Montale, Giacomo Manzù, Natalino Sapegno, ecc.),
come pure autorevoli esponenti del mondo politico (Ugo La Malfa,
Leo Valiani, Giovanni Malagodi, Giorgio Amendola, ecc.).
A Mattioli si deve la fondazione dell'Istituto italiano di studi
storici, di cui assumerà personalmente la presidenza dopo la morte
di Benedetto Croce, suo grandissimo amico. Fu inoltre finanziatore
ed ispiratore della casa editrice Ricciardi, come pure di prestigiose
riviste (ad esempio «La Cultura»).
Durante il fascismo egli tra l'altro si adoperò, insieme
all'economista Piero Sraffa, per salvare i Quaderni del carcere di
Antonio Gramsci.
Soleva citare a memoria, oltre al suo amato Shakespeare (di
cui tradusse vari sonetti), anche Seneca, Dante e naturalmente Alessandro Manzoni.
Di lui si hanno poche immagini in quanto il suo carattere schivo lo portava a rifuggire ogni occasione mondana.
Il disegno di Renato Guttuso (vedi a fianco) lo coglie in una
espressione che rivela la personalità di questo personaggio che è entrato, a giusto titolo, nella storia della Nazione.
Nel 1988 gli eredi del grande banchiere, continuando un'antica tradizione di munificenza verso la propria terra,
hanno donato
alla città di Vasto il palazzo di famiglia (palazzo Mattioli), sito nel centralissimo corso De Parma, con espliciti intendimenti che se
ne facesse uso pubblico per fini esclusivamente culturali.
A sua volta Vasto ha dedicato a «don Raffaele» due convegni
di studi, i cui atti sono raccolti nel volume La figura e l'opera di Raffaele Mattioli, Riccardo Ricciardi Editore, Milano - Napoli 1999.
A Lui, inoltre, l'Amministrazione Comunale ha voluto intitolare la nuova Biblioteca sistemata nella sua casa natale in corso De Parma.
Raffaele Mattioli è forse la personalità di maggior spicco, insieme a Giuseppe Spataro, di cui
Vasto possa vantare i natali nella sua storia recente.
stralcio dal libro "Vasto - Un profilo storico (economia, società,
politica, cultura )"- 2001, di Costantino Felice - La Ginestra Editrice - L'Aquila

Vasto: La storia della Biblioteca Civica Raffaele Mattioli

Nel 1988 i figli del banchiere-umanista Raffaele Mattioli di Vasto, decisero di donare alla città
il loro palazzo di famiglia in Corso De Parma, affinché fosse adibito a finalità culturali. Integrarono la donazione con circa 3.800
volumi della biblioteca del padre, uomo di
grande levatura intellettuale che, oltre ad
essere stato per decenni Presidente della
Banca Commerciale Italiana, fu tra i fondatori dell’Istituto Italiano di Studi storici, insieme a Benedetto Croce.

Il Comune accettò di buon grado la donazione
per farne una nuova biblioteca. "La scelta di destinare l'immobile a questa funzione – venne sottolineato all’epoca - è stata suggerita, oltre
che dalla Famiglia Mattioli, dall'oggettiva
necessità di dotare finalmente la Città di un moderno ed efficiente sistema di conservazione


Palazzo Mattioli sede del'omonima biblioteca
 
e catalogazione del patrimonio librario, avendo a disposizione una sede certamente più adatta e
più funzionale di Casa Rossetti, dove, tuttavia, verranno ospitati, secondo un preciso disegno di circuito culturale, che interessa tutto il vecchio centro, il ricco archivio storico, curato
direttamente dalla Soprintendenza ai Beni Archivistici, ed i pregevoli incunaboli, i manoscritti e
gli interessanti testi antichi che costituiscono "magna pars" della memoria storica cittadina".
Venne quindi predisposto il progetto di restauro e recupero edilizio di Palazzo Mattioli. Fu
redatto dall'arch. Maurizio Smargiassi, che curò anche gli arredi interni e l'allestimento, in modo
da poter sfruttare gli spazi a disposizione in maniera ottimale, senza stravolgere o alterare l'architettura del fabbricato, che risultava essere già sotto la tutela della Soprintendenza BAAAS dell'Aquila ai sensi della legge n. 1089 del 1939 per le caratteristiche delle facciate principali.
I fondi necessari per l'esecuzione delle opere di restauro e di adeguamento alla nuova
destinazione dell'edificio furono reperiti utilizzando la Legge Regionale 29 giugno 1989 n. 49
recante norme in materia di provvidenze per il recupero dei Centri Storici. I lavori di restauro
di palazzo Mattioli furono eseguiti dall'impresa Fracassi e diretti dall'arch. Antonio Catalano.
Ad ottobre 1998 il Comune decise di trasferire i volumi di Casa Rossetti alla nuova Biblioteca
Civica Raffaele Mattioli in corso de Parma, lasciando a largo Piave l’importante sezione
dell’Archivio Storico Comunale; trasferendovi conseguentemente, tutto l'archivio storico che
giaceva in alcuni ambienti dell'ex Asilo Carlo Della Penna, per renderlo fruibile agli studiosi ed
agli appassionati di storia patria, dopo opportuna catalogazione.
Da allora la Biblioteca Civica Raffaele Mattioli ha iniziato la sua attività.
Importante ruolo in questi anni lo ha svolto anche la prestigiosa Sala Mostre al piano terra,
sul centralissimo corso de Parma, dove sono stati ospitati molti artisti famosi.
stralcio da art., a firma G. Catania, apparso sul blog "www.noivastesi.blogspot.com" di Nicola D'Adamo, del 19/2/2020 - M.S., 01/23

Biografia di Raffaele Mattioli
Nasce a Vasto (Chieti) nel 1895 da famiglia di piccoli commercianti.
A Vasto, frequenta la Scuola Tecnica, anzi la Regia Scuola Tecnica, ch'era pressappoco la scuola media di oggi, insieme a quel
Carlo D'Aloisio
, compagno di banco, che diventa importante
artista e Direttore del Museo di Roma, del Palazzo delle Esposizioni
e della Galleria Comunale d'Arte Moderna di Roma.

Alcuni anni
dopo Enrico Mattei frequenta la stessa scuola.
Nel 1912, dopo aver frequentato il Regio Istituto Tecnico “F.
Galiani” di Chieti, si iscrive all’Università degli Studi di Genova ma,
con lo scoppio della prima guerra mondiale, si arruola volontario
in fanteria e viene gravemente ferito, in combattimento, al braccio sinistro e decorato al valore nel 1916 e nel 1918.  
Dopo la fine del conflitto, si aggrega, senza arruolarsi, alle legioni
di Gabriele D’Annunzio con la mansione di addetto all’ufficio
stampa,  partecipando all'impresa dannunziana di Fiume.
Nel 1920, ripresi gli studi universitari, si laurea in Economia
Politica,
a Genova, con la tesi: “Note storico-critiche intorno al Progetto Fischer per la stabilizzazione della monetae si
trasferisce
a Milano, chiamato da Attilio Cabiati nell'incarico di redattore
capo del periodico dell'Associazione Bancaria Italiana.
Tra il 1922 e il 1925 è assistente all'Università Bocconi, ove ha
anche modo di collaborare con Einaudi, e ricopre l'incarico di
segretario generale della Camera di Commercio di Milano.

Nel 1925, trentenne, assunto da Giuseppe Toeplitz, entra alla
Comit (Banca Commerciale Italiana), in qualità di "capo di
gabinetto". Ben presto gli sono affidati incarichi speciali quali la contrattazione dei prestiti americani alle società elettriche italiane.

Nel 1931 diventa Direttore Generale della banca, al posto di
Toeplitz
e, nel 1933,
assume la carica di Amministratore Delegato.

Nominato amministratore, Mattioli ne attua la riorganizzazione,
per adeguarla alle nuove funzioni di banca di deposito e credito ordinario.
Verso la fine degli anni ‘30 stringe forti contatti con Giovanni Malagodi, Ugo La Malfa, Guido Carli ed Enrico Cuccia, con cui costruisce il progetto dell'IRI e di Mediobanca.
Conoscitore profondo della realtà italiana, Mattioli è conscio che la peculiarità stessa dell'ambiente obbliga le banche a mantenere in parte una configurazione "mista": conservando dunque, nei fatti,
a una parte degli impieghi la caratteristica finanziaria.
Senza trascurare le esigenze della grande impresa, orienta l'impegno della Banca verso una crescita equilibrata di tutto il sistema economico.
Convinto della "funzione sociale del profitto" e pertanto avverso all'assistenzialismo implicito nel "credito agevolato", Mattioli fa quanto può per promuovere e sostenere l'imprenditoria più innovativa.
Nel 1942 partecipa alla stesura del manifesto del Partito d’Azione e, subito dopo il secondo conflitto mondiale, attraverso la Banca Commerciale, avvia una decisa attività di sostegno culturale finanziando istituzioni come l’Istituto italiano per gli studi Storici di cui fu anche presidente, case editrici con particolare attenzione alla Riccardo Ricciardi editore di Napoli di cui fu consigliere culturale fino a diventarne proprietario nel 1938 e riviste come “La Cultura” e “La Fiera
Letteraria”. Si intensifica, sempre più, la partecipazione di Mattioli alla vita culturale ed editoriale italiana: essa caratterizzerà tutta l'esistenza di questa eccezionale figura di banchiere intellettuale.
Avido lettore di classici della letteratura, della filosofia, dell'economia, ne raccoglie rare edizioni; intrattiene fitti dialoghi con Piero Sraffa, Benedetto Croce, Riccardo bacchelli, Federico Chabod, Gianfranco Contini, Giueseppe De Luca, Franco Rodano e con numerosi altri intellettuali.
Il suo mecenatismo si svolge, costante, senza clamori e con eleganza di interventi, finanziando riviste, case editrici, fondazioni.
Legato da profonda amicizia a Benedetto Croce, di cui fu discepolo, sin dal 1907 inizia una intensa
e proficua attività editoriale che vede il suo culmine nel 1951 quando, con la Riccardo Ricciardi editore, Pietro Pancrazi e Alfredo Schiaffini, ha dato vita alla pubblicazione della celebre collana
“La letteratura italiana, Storia e testi”.
Mattioli fu senza dubbio un grande banchiere, il primo a sostenere moralmente e
finanziariamente Enrico Mattei nella sua battaglia per la trasformazione dell’AGIP e per la
creazione dell’ENI, il gigante delle partecipazioni statali. In un’epoca di grandi sconvolgimenti,
dagli anni trenta agli anni settanta, il “gattopardo della Banca Commerciale Italiana” – come
lo definì il professor Ariberto Mignoli - guidò le sorti non soltanto della BCI ma, in buona parte,
anche quelle dell’economia stessa dell’Italia.

Nel 1960 lascia la carica di amministratore delegato per assumere quella di presidente fino al
1972.
Le sue relazioni all'assemblea annuale della Banca, piccoli capolavori di raffinata eleganza
linguistica, costituiscono un appuntamento molto atteso non solo nel mondo dell'economia e
della finanza.

Nel 1972, dopo quarantasette anni di ininterrotto servizio presso la Comit, Raffaele Mattioli
s
i dimise il 22 aprile 1972, rifiutando orgogliosamente la presidenza onoraria.

Muore, l'anno successivo,
a Roma il 27 luglio 1973 e, come suo desiderio, fu sepolto nel cimitero dell’Abbazia di Chiaravalle Milanese, che aveva contribuito a restaurare. La tomba di Mattioli,
per sua espressa volontà, è posta di fronte alla sepoltura dell’eretica Guglielmina la Boema; un
gesto simbolico che conclude un’esistenza vissuta sempre ad alti livelli, all’insegna del paradosso
e del sottinteso.
 
Renata D’Ardes, nel suo lungo articolo pubblicato su “Percorsi d’oggi” dal titolo “Raffaele
Mattioli
Banchiere - UmanistaUomo” lo definisce: “Raffinato umanista e grande uomo, profondamente colto e curioso, … fu anche scaltro e abile manovratore dei destini economici dell’Italia del dopoguerra”. “… la totale assenza di subalternità e una superiorità intellettuale
gli davano quel piglio autoritario
di cui finiva egli stesso per compiacersi e che irritava, invece,
le persone che lo incontravano”.
 
Carlo Emilio Gadda gli aveva dedicato le Novelle del Ducato in fiamme con le parole “A Raffaele Mattioli, despota dei numeri veri, editore dei numeri e dei pensieri splendidi in segno di
ammirata gratitudine
”.
stralcio da "Cent'anni 1894-1994" - Banca Commerciale Italiana e varie altre fonti - M.S. dic. '22

Novità in Libreria
Paolo Calvano
II cacciatore di due teste
Tommaso Cellène riceve l'incarico dal Presidente di una multinazionale di esaminare due candidati alla dirigenza:
un certo Mattioli e un certo Mattei
. Dalla ricerca e dai colloqui scaturiscono sorprese, ricordi e particolari.
Fino alla conclusione
, incerta ed entusiasmante.
da "Vasto domani", giornale degli abruzzesi nel mondo - n. 1 - gennaio 2011

Da Paolo Calvano:
Il cacciatore di due teste”, mio primo esperimento nel
campo della “narrativa”, è un veloce e stimolante racconto
che partendo da un colloquio di lavoro di un profiler americano per decidere l’assunzione di alti dirigenti di una multinazionale, mette a fuoco due protagonisti assoluti del mondo politico-finanziario del XX secolo. Raffaele Mattioli ed Enrico Mattei sono al centro di questa
invenzione narrativa.
Il ritrovamento delle loro pagelle, sfornate dalla Regia Scuola Tecnica “Gabriele Rossetti
di
Vasto a distanza di una diecina d’anni, segna l’inizio di uno stuzzicante percorso ad ostacoli
che permette all’esaminatore (ed al lettore) di scoprire, almeno in prima approssimazione,
chi veramente siano (stati); sottolinea il loro spessore umano e le loro debolezze, ma in fondo
diventa un tributo di amore e di omaggio a Vasto e alle personalità che ne hanno connotato
il millenario e travagliato percorso storico. La figura chiave del racconto diventa quindi
l’americano Tomasse Cellène, che, passo dopo passo, ricostruisce (reinventa, nell’accezione
latina) la propria identità e la propria fisionomia di uomo, ricollegandosi alle radici familiari
vastesi.
stralcio da "www.quiquotidiano.it" - 14/1/ 2011
 
Sabato 15 gennaio 2011, alle ore 18,00, alla presenza delle autorità politiche, militari e rotariane, presso la Pinacoteca di Palazzo D’Avalos di Vasto è stato presentato il volume “Il cacciatore di due teste” (edizione non
in vendita in 70 copie numerate come prima edizione), scritto dal prof. Paolo Calvano, con progetto editoriale del Past President del Rotary Club di Vasto Gianfranco Bonacci e progetto grafico della dott.ssa Arianna Benedetti.
Si tratta di un coinvolgente racconto, dove i due protagonisti Raffaele Mattioli ed Enrico Mattei fanno un colloquio di lavoro per essere assunti come dirigenti in una multinazionale americana.
Il volume si avvale della introduzione del prof. Giuseppe De Rita. Ha coordinato i vari interventi (arch.
Sandro Valentini, avv. Luigi Guidone, Presidente del Club, dott. Gianfranco Bonacci, dott. Carlo Paganelli e l’autore prof. Paolo Calvano) il giornalista Gianni Quagliarella.
La presentazione era stata programmata già il 16 dicembre scorso. Ma si è stati costretti a rimandarla a causa della neve.
Stralcio da "www.periodicoilgrillo.com", 16 gennaio 2011

I peperoncini rossi di Raffaele Mattioli
Di Raffaele Mattioli, il mitico banchiere nato a Vasto che diresse la
Banca Commerciale Italiana (Comit) per oltre quarant'anni, si
raccontano tanti aneddoti.
Uno tra i più gustosi viene narrato da Gaetano Afeltra
in un articolo (Corriere della Sera, 5 giugno 1984) e riguarda il rapporto che "le plus
grand banquier italien depuis Laurent de Médicis
", come venne
definito dalla stampa francese, ebbe con...il peperoncino rosso.
Don Raffaele "ne teneva sempre due o tre a portata di mano da
spezzare e aggiungere
, perché, come lui diceva, questo è fonte di
salute
; fa bene alla mente, pulisce il fegato, è il più forte disinfettante intestinale e contiene tutte le vitamine".

Fu un accanito consumatore e brillante sostenitore delle sue proprietà terapeutiche.
Si racconta che, una volta, giunto a New York, per partecipare ad una importante riunione del Fondo Monetario Internazionale, venne bloccato all'aeroporto per introduzione abusiva di un barattolo di peperoncini, e che dovette intervenire addirittura il Sindaco Fiorello La Guardia
per lasciare passare i peperoncini, dai quali il nostro concittadino non intendeva separarsi.


Giancarlo Galli, nella biografia a lui dedicata
(Mattioli, il Gattopardo della Banca Commerciale Italiana, Rizzoli, 1991), aggiunge altre curiosità al riguardo. Avrebbe obbligato a mangiarne Piero Sraffa (economista di fama mondiale, professore nelle università di Perugia, Cagliari e quindi al Trinity College di Cambridge, amico personale di Mattioli), che dopo l'esperimento abbandonò entusiasta la dieta a base di bistecca ai ferri, insalata e pillole; e coi peperoncini rafforzò l'amicizia
con Nelson Rockfeller, quand'era governatore di New York e poi alla Casa Bianca a fianco di
Gerald Ford. Poiché la dogana americana era estremamente severa nell'importazione di ogni
sorta di generi alimentari, Mattioli ne teneva un'abbondante scorta all'Hotel Pierre, in un
barattolo di vetro a chiusura ermetica. Per l'uso quotidiano li metteva nella valigia, ben
sistemati in confezioni di medicinali. Insomma, aveva le sue umane debolezze: e come Nero
Wolf accudiva alle orchidee, lui faceva altrettanto coi peperoncini.
Ne consumava in tale quantità da avere organizzato con la complicità di Afeltra una sistematica produzione nel Napoletano, sulla costiera di Amalfi, affidata ad una contadina, Giulinella, alla
quale assicurava un regolare compenso, e che di tanto in tanto andava a trovare in occasione
delle frequenti visite a Napoli per accudire all'Istituto Italiano di Studi Storici, onde assicurarsi
del buon andamento delle coltivazioni. Poiché la donna era un'affascinante mora giunonica (con
otto figli) circolò qualche pettegolezzo, legittimato dal fatto che Mattioli era bello, prestante, estroverso.
stralcio da "Lunarie de lu Uašte - ed. zione 2011

Raffaele Mattioli visto dai suoi "nemici"

Mattioli ebbe in vita folle di ammiratori, estimatori, di panegiristi sinceri o interessati. Anche adulatori, tanti, che il grande
incantatore, secondo qualcuno, non disdegnava. 
"Giano Accame", saggista di destra, esperto
di cose economiche, ha scritto senza perifrasi dell'adulazione "da cui don Raffaele Mattioli, illuminista e gaudente sensibilissimo alle slinguazzate, amò farsi circondare in vita" ("II Sabato", 23.11.1991), indicandone un campione
in Giovanni Titta Rosa, scrittore abruzzese "ammesso alla corte della Banca Commerciale", che paragonando Mattioli a Ovidio Nasone,
scivolò nello stagno di questa melassa: "E che
dirò riguardo al sulmontino Nasone, col quale
sono fin troppe le differenze anche fisiche? Lui,
dal volto lungo e grave dei peligni, di colorito olivastro, di naso e labbra grevi, voglioso di femmine: tu, caro don Raffaele, dal viso concentrato tra occhi e radice nasale ma aperto
a un impalpabile sorriso, di  occhi azzurri, di colorito chiaro, forse di sangue esotico, di labbra sottili e argute; una fisionomia mutevole, ch'é
stata attrazione e tormento di più d'un amico artista che cercano ancora di ritrattarti".
La cortigianeria, si sa, è presente fisiologicamente nelle corti, nei Palazzi, presso i potenti e i
mecenati, e Mattioli, pur schivo dei facili consensi e del "servo encomio", non poteva evitare
l'incenso e i ditirambi. 
Di critici invece, sereni o malevoli, di iconoclasti, non ce ne sono stati molti e quei pochi
conosciuti in tal senso hanno parlato e scritto a distanza di anni dalla sua morte. 
Come "Cesare Merzagora" - uno dei quatto "M", (con Malagodi, Marchesano e Mattioli) del
mitico Ufficio Studi della Comit di Toeplitz che, in un'intervista su "Panorama" (8 febbario 1987)
di Pietro Banas, processò con toni sferzanti Mattioli, Cuccia, Visentini e Pertini. 
Ma i "rapporti ondulatori" tra Mattioli e Merzagora erano noti: così pure il giudizio - vedi
"Mattioli" (ediz. Rizzoli) di Giancarlo Galli - che Mattioli dette a Merzagora e Malagodi,
posseduti a suo parere da "asma di gloria". 
Le critiche più severe all'azione di Mattioli provengono curiosamente dall'interno del PCI, del
partito che con Togliatti, Amendola e Franco Rodano ha maggiormente contribuito a glorificare
il banchiere-umanista. 
L'11 settembre del 78, a più di un mese dalla scomparsa di Mattioli, l'Unità pubblica una lettera
di "Raffaello Barrella", del Direttivo della Cellula Credito Sezione PCI Trevi-Campo Marzio di
Roma, che dissente nettamente dal tono agiografico usato dal giornale verso Mattioli e sottolinea
il ruolo negativo che il banchiere aveva avuto nel promuovere la scissione della CGIL unitaria,
nel dare spazio al sindacalismo autonomo e nel valorizzare un sindacatino aziendale
(il Sindacomit, che stranamente ebbe dirigenti anche comunisti, secondo dichiarazioni di Tullio Rimokli e Guido Scalvinelli, dirigenti della Fidac-Cgil) e mette in dubbio infine l'aiuto dato da
Mattioli alla Resistenza. 
L'Unità definisce "discutibile" l'etichetta di "padrone" per chi era stato un "altissimo funzionario
di una banca pubblica" e oppone i meriti di Mattioli, tra cui il "rischio personale per salvare i
quaderni di Gramsci". 
Nel novembre '74 esce un libro, "II sistema Sindona" (De Donato editore, Bari), in cui l'autore, "Gracchus", pseudonimo di Renzo Stefanelli, redattore economico dell'Unità, si discosta
radicalmente dal giudizio ufficiale del suo giornale e del suo partito (e dalla realtà dei fatti) e
scrive: "Stefano Siglienti dell'IMI e Raffaele Mattioli della Comit...hanno dato il cattivo esempio
di una permanenza nelle posizioni di potere fino alla soglia della morte interpretando il loro
ruolo come quello dei notai del regime, come si addice alle ridotte capacità lavorative dell'età avanzata.
Il problema è che essi, al di là della retorica dei generici rapporti umani, non vollero essere altro: oggettivamente essi non aiutarono l'antifascismo a dare nuove strutture al paese, secondo le sue aspirazioni, e coprirono la ricostruzione e il consolidarsi di rapporti di classe che avrebbero
alimentato anche rigurgiti di fascismo. Promuovere il cambiamento sociale non era un compito
che rientrasse, in ogni caso, nelle loro concezioni. Così hanno fatto "il giuoco del nemico" - se i
rapporti sociali autoritari erano davvero il loro nemico: non è qui che si può accertarlo
alimentando la crescita di gruppi fascisti, come si è visto nel caso del Credito navale dell'IMI,
oppure preparando una successione politica democristiana, come nel caso della Commerciale".
Basterebbe quest'ultimo travisamento sulla successione, non dimenticando la dignità con cui
Mattioli rifiutò la presidenza onoraria della Comit, a denunciare l'infondatezza e la
disinformazione della critica di Gracchus. 
Su "Mondo operaio", la rivista teorica del PSI, "Ruggero Guarini", afflitto dal rovello di
cancellare la sua antica militanza nel PCI napoletano di Salvatore Cacciapuoti (e l'incubo per l'elegante, agguerritissimo saggista dura ancora), si diffonde su "quell'antifascismo di lusso" di Raffaele Mattioli, ma il suo elzeviro è un'aerea dissertazione sul nulla, con il solo fine di mettere
in guardia "la nostra borghesia... che a volte sogna di poter trovare nel PCI il prossimo severo
istitutore del Convitto Italia". 
Un autentico infortunio, quasi un autogol, lo subisce "Giancarlo Dotto". Sul "Messaggero" del 13
agosto 1994, in un articolo dedicato a Giovanna Bemporad, poetessa e traduttrice di Omero,
dopo aver ricordato l'assegno mensile che la Bemporad riceveva da Mattioli per la traduzione
dell'Odissea pubblicata incompleta per "Ieri" nel '70, se la prende grossolanamente con il "banchieremecenate" che "non aveva capito che l'Odissea era già diventata un'ossessione per
la giovane Bemporad e che con le ossessioni i conti non si possono chiudere, mai". Come
spiegare al bravo Dotto - in questo caso nomen non omen - la mancanza di conoscenza e
l'approssimazione contenuta nella sua reprimenda? Forse citando Benedetto Croce che,
insolentito da un fascista in orbace dinanzi alla sua casa di Napoli, disse al suo accompagnatore: "Chiste... nun sape niente". 
Nello stesso agosto, cruciale per il mito di Mattioli, del '94, sul "Corriere della Sera",
"Carlo Cipolla", storico dell'economia e autore del saggio satirico "Le leggi fondamentali della stupidità umana", dice a Riccardo Chiaberge di Mattioli; "Ebbi un incontro con lui nel '55, e mi sembrò che mirasse più che altro a far colpo sul suo interlocutore. Parlava di storia, della scuola francese delle Annales, e si capiva che non era competente. Lo hanno dipinto come una specie
di genio, ma io non ne sono rimasto impressionato". Accadde anche a Croce, professor Cipolla. All'inizio della frequentazione con Mattioli lo scambiò per un "orecchiante" (come ha detto Montanelli), ma, dopo qualche tempo, disse pubblicamente: "Mattioli dice di aver letto molti
libri e li ha letti davvero". 
stralcio da art., a firma G. Catania, apparso sul blog "www.noivastesi.blogspot.com" di Nicola D'Adamo, del 3/12/2015 - M.S., 01/23