Furci (ex comune C.M.M.V.): Personaggi
Cesare De Horatiis da Furci
Sacerdote, poeta, patriota, giornalista ed oratore
(Furci, 15 febbraio 1812 - Ortona, 10 ottobre 1863)
 
Nato a Furci (Chieti) il 15 febbraio 1812, fu sacerdote esemplare, poeta e patriota del Risorgimenlo Italiano; giornalista ed oratore sacro e politico; autore di centinaia e centinaia di poesie e saggi, elogiati dal Carducci, dal Cesareo, dal Graf, dal Negri, dal De Dominicis e moltissimi altri dotti; fondatore de "L'Ateneo ltaliano"; perseguitato politico e più volte condannato alle carceri.
Morì in Ortona a Mare il 10 ottobre 1863.
Date fiori a chi colse
il più bel fiore
dell'Italica favella
Non è morto, Ei vive e vivrà
nei cuori e nelle menti da lui educati alla pietà e alla scienza
M. S., mazo 2007

Furci è legata, oltre che alla figura del Beato Angelo, al nome, illustre, di
Cesare De Horatiis
, che vi nacque e che fu uno dei protagonisti della stagione
risorgimentale
, svolgendo una nobile ed efficace azione in campo politico, educativo
e letterario
. La sua eredità culturale è affidata, infatti, al suo patriottismo, ma anche
alle sue poesie e ai suoi saggi
, lodati dai più grandi scrittori suoi contemporanei.

Cesare De Horatiis
Il 1799 è stato l'anno tra i più infausti registrati nella
storia dell'Abruzzo. Tutta la regione compresa nell'allora regno di Napoli rimase oppressa dalle truppe francesi poste al comando del generale Championnet. Così anche
le terre di Vasto e delle comuni viciniori rimasero
succubi del "diritto di occupazione" esercitato spavaldamente dalla soldataglia, abbandonatasi a saccheggi e soprusi d'ogni genere.
La vicina Furci non sfuggì pertanto a un simile evento e,
in particolare, è ricordato il medico Donatangelo De Horatiis, l'unico che ivi esercitava la professione
sanitaria in quel tempo, ebbe la casa invasa dai
predatori, che la devastarono ovunque, alla ricerca di monili e di oggetti preziosi.
Fu anche agente dei d'Avalos e da loro gratificato con terreni e con una guarnigione di armigeri.
Il figlio Nicola non seguì le orme paterne, ma, tutto
proteso allo studio letterario, si dedicò in particolar
modo all'insegnamento, manifestando inoltre idee
liberali, nell'affiancarsi alle espressioni indipendentistiche dell'Alfieri, con il quale strinse rapporti
di amicizia.
Nel 1812, la moglie di Nicola De Horatiis, una De Francesco di Atessa, diede alla luce un maschietto, cui posero nome Cesare. Questi ereditò dal padre l'amore per le belle lettere, dimostrando poi una versatilità tutta particolare nella lirica poetica, doti alle quali si affiancava un profondo sentimento religioso, ancora più acceso di quanto pervadeva già l'ambito familiare.
Consacratosi al sacerdozio, proseguì nell'accrescere la cultura umanistica, specie quella religiosa e agli inizi degli anni trenta esercitò la docenza nel seminario di Chieti e vi tenne cattedra per due anni.
Nel 1836 scrisse un canto in terza rima, per celebrare l'onomastico dell'Arcivescovo, la cui prima terzina sembra quasi richiamarsi allo spirito manzoniano: "Folle colui che plaude ai vili; folle / chi servo encomio bassamente appresta / e degli ignavi il falso merto estolle".
Compose inoltre inni sacri e una serie di oratori, dei quali uno, l'Erodiade, fu solennemente cantato
a Chieti, nel 1842, in occasione della festa di S. Giustino.
Nel 1838 lo si vede, nella veste di prefetto di camera, nel Collegio Sannitico di Campobasso. Qui ha modo di prendere contatti con vari personaggi del capoluogo molisano, tra cui Pasquale d'Ovidio, che teneva cattedra di Letteratura nello stesso collegio e rivelatosi eccellente musico, specie come violinista. Ma ciò che maggiormente suggestionò don Cesare è stata la presenza e molto attiva in quella città di un comitato della Giovine Italia che molto si prodigava nel diffondere il pensiero mazziniano.
Cesare
De Horatiis, con lo stesso spirito paterno, evidentemente mai del tutto velato da quello religioso, vi aderì compiutamente e dai suoi scritti emerge il rafforzamento dei sentimenti del puro nazionalismo o, come precisa Campolieti, suo biografo, "un nuovo concetto nel giovane sacerdote: la patria, l'Italia; non più come culto d'un passato di gloria, ma come preparazione d'un
avvenire di redenzione
".
Verso la fine del '39, dopo un fugace ritorno a Furci, partì alla volta di Napoli. Qui fece ben presto conoscenza con eminenti personalità della cultura come Malpica, De Sanctis e Giuseppe Regaldi, ben noto agli storici della letteratura per le sue improvvisazioni poetiche. Più tardi fu invitato a svolgere la docenza nel seminario di Montecassino dall'abate del monastero nel cui ambito ebbe
poi l'opportunità di accostarsi alle opere del Savonarola. Fu così che nell'animo del sacerdote di
Furci balzò luminoso lo spirito savonaroliano in una visione di chiara attualità. Trovò in tal modo il senso di associare allo spirito religioso quello puramente politico, la cui immagine la seppe infine esprimere con la chiarezza della sua eloquenza.
Nel suo "Elogio dei Santi Martiri Nazario, Celso e Vittore", pronunciato nel luglio del '43, don Cesare ebbe a dire, tra l'altro: "La carità del loco natio negli animi gentili non è già sentimento,
ma passione ardentissima
... In questa Italia, dove da lunga stagione non altro provasi affetto
che quello del dolore
... i più reputati figli d'Italia nella scuola dell'infortunio si fecero sommi ...". Ma lo spirito dell'affratellato mazziniano il De Horatiis lo pose in chiara luce nell'aprile del '48
(anno fatidico), con un discorso volto in sostanza a quanti si immolarono per una nobile causa.
Un lungo discorso, che meriterebbe l'intera trascrizione, ma appare in tutto il suo significato già nell'esordio: "Io non so, se dopo la Religione, l'uomo possa aver mai più bella cagione di
versare il suo sangue e dare la vita
, che la difesa e la salvezza della terra ove nacque. E molti generosi, o fratelli, per questa fatale patria nostra morirono; morirono per la santa causa
della libertà
; morirono per francar noi, e quanti abitano dall'Alpi al mare, da lunga e dolorosa cattività". A questo aggiunse, con tanta amarezza, l'ingrato compenso che "quei forti ricevettero dalla gente trista", mentre quanti, sommessamente riconoscenti versarono una "segreta
lagrima
".
Il pensiero ormai così esplicitamente espresso, senza più alcuna remora, fu poi dato alle stampe, insieme con altri scritti di pari valore. La polizia borbonica, così informata, irruppe ben presto nel monastero cassinense, per procedere al sequestro della tipografia. Al suo ritorno in casa trovò
alcuni agenti della polizia in attesa per arrestarlo, senza peraltro che gli venisse formulata una precisa accusa. Condotto nelle carceri fu accolto malamente dai prigionieri ormai suoi compagni
di cella, ritenendolo uno spione messo tra loro dalla polizia stessa.
Sapeva già che in quelle carceri era detenuto un suo grande amico, Silvio Spaventa, condannato
alla pena dell'ergastolo e si trovava posto nel piano superiore. Si rivolse al custode affinchè gli
fosse consentito il permesso di incontrarlo e quindi, sbrigate le formalità burocratiche, gli fu
esaudita la richiesta. Inutile dire il calore con il quale i due si incontrarono: un forte, affettuoso abbraccio, che forse ha intenerito il cuore degli stessi carcerieri.
De Horatiis, così turbato dall'atteggiamento assunto dai suoi compagni di cella, rivolse all'amico la preghiera: "per carità, levami da una condizione falsa, penosa, abbietta; qui mi fuggono, come
se fossi un appestato
. Chissà chi mi credono". Così, come riferisce ancora Campolieti, Silvio Spaventa presentò il De Horatiis per un "liberale d'animo grande, non meno che per un eletto e coltissimo ingegno".
A Vasto ebbe vari amici liberali, tra cui Giacinto Barbarotta che gli dedicò una iscrizione epigrafica nel 1856, e altri ne contava in Lanciano, uno dei quali il Vice Prefetto Camillo del Greco, pure lui vastese. Con l'avvenuta Unità d'Italia volle celebrare tutto il suo entusiasmo in una serie di
iscrizioni epigrafìche, dedicate alla patria e a quanti operarono alla compiutezza della sua unione.
Morì nell'ottobre del 1863 in Ortona, dove svolgeva la funzione di parroco, a seguito di una grave affezione nelle vie respiratorie.
stralcio da art., a firma di Carlo Marchesani, apparso sul periodico mensile "Vasto domani" - n. 6 - giugno 2011