Tradizioni Popolari
La Festa di Sant'Antonio Abate: 17 gennaio
Lu Sand'Andunie
 
Le tradizioni popolari legate a tre santi che si festeggiano
dopo le Feste di Fine e Principio d'Anno e prima di Carnevale

S. Antonio Abate (17/1), S. Sebastiano (20/1) e S. Biagio (3/2)
Nella tradizione vastese le festività religiose sono sentite dalla popolazione, con devozione particolare.
Tra le feste più importanti che ricadono a gennaio ed al principio di febbraio, meritano d'essere rievocate quelle dedicate a S. Antonio Abate, San Sebastiano e San Biagio.
V'è un detto popolare, ormai dimenticato, che è legato ad una credenza riferita anche alla collocazione di questi santi nel calendario metereologico, che dice:
«II barbato (S. Antonio), il frecciato (S. Sebastiano), il Mitrato (S. Biagio),
il freddo è andato»
Per indicare che ormai l'aria è più calda e l'inverno tende a terminare, anche perché il sole comincia leggermente ad alzarsi sull'orizzonte e le giornate si sono allungate.
Nel dialetto della zona i tre santi sono così distinti:
«Lu vàrvute», cioè S. Antonio per via della lunga barba, invocato contro il fuoco (detto di S. Antonio);
«lu furzùte», cioè S. Sebastiano, per via della forza e del coraggio dimostrato nel corso del martirio, invocato .....contro la polmonite;
«lu garehazzute», cioè S. Biagio (da gargarozzo, cioè gola), invocato contro il mal di gola.
La popolarità di:
S. Antonio è assai diffusa nel mondo e la leggenda riferisce che dopo aver superato una delle tantissime tentazioni del demonio, S. Antonio si rivolse a Gesù: «Dove eri tu, buon Gesù? Dove eri Tu? Perché non sei stato sempre vicino ad aiutarmi?». E Gesù gli rispose: «Ero qui, ma aspettavo di vedere la tua lotta; ora, giacchè hai combattuto fieramente, ti farò ricordare per tutto il mondo».
San Sebastiano, secondo la leggenda, fu trafitto da tante frecce da sembrare un riccio. Ma gli artisti lo hanno raffigurato come un «cervo ferito, innocente e mansueto» per esaltare il coraggio.
San Biagio, oltre ad essere invocato contro il mal di gola, è anche invocato a protezione dei cardatori per via delle punte di ferro, simili a quelli usati per cardare la lana, con cui i carnefici gli strapparono le carni.
stralcio da art. apparso sul mensile "il Giornale del Vastese" periodico d'info. del terr. - n. 13-14 - dic.'11/genn.'12

La Festa di Sant'Antonio Abate a Vasto
Una festa tradizionale, a metà fra il sacro e il profano, che si rinnova ogni anno fra canti popolari, vino rosso e dolci tipici con cui si rende omaggio a Sant'Antonio.
In città i gruppi di cantori, provenienti dal quartiere omonimo di Sant'Antonio Abate e di Pagliarelli, portano per le vie il canto de
"Lu Sand'Andunie"
.
Sand' Andunie de jennàre o Sand'Andunie de lu porche, per distinguerlo dal Santo di Padova.
Alla narrazione cantata e mimata delle "Tentazioni di Sant' Antonio nel deserto" segue la richiesta di donativi, salsicce, vino e dolci.
L'abbinamento della figura del Santo al maiale trova ragione nella concomitanza della festività con il periodo della macellazione, ma pure nella circostanza che anticamente i frati Antoniani allevavano a spese delle comunità un maiale dal quale ricavavano carne per i poveri e grasso per curare la malattia detta lu foche de Sand'Andunie.
In passato, secolo scorso, v'era la consuetudine di portare a benedire a Vasto i cavalli nella chiesetta della Madonna delle Grazie; cerimonia che, fino alla metà dell'ottocento, veniva celebrata nella cappella di S. Antonio Abate, non più esistente, che sorgeva in quei pressi. Numerosi cavalli, con gualdrappe dai colori smaglianti e con le teste ornate di piume e di sonagliere, inforcati dai rispettivi padroni, facevano, durante tutta la mattinata, i rituali tre giri intorno alla chiesetta. Ad ogni giro sostavano per un momento dinanzi la porta, ove il prete li benediva; ed al terzo giro i padroni, dopo aver offerto il loro obolo, ed avuto in cambio un'immagine di carta del Santo, che attaccavano arrotolata come un trofeo alla testa dei loro cavalli, li riconducevano nelle stalle, contenti come pasque; perché, grazie alla benedizione ricevuta S. Antonio avrebbe pensato a preservare i loro animali, durante l'anno, da qualsiasi disgrazia.
"Sant'Antonio de lu purcelle" non è solo un motto ricorrente nei tradizionali canti di questua e nelle cantate delle allegre brigate, ma espressione dell'invocazione della protezione del Santo dal maligno che minaccia la prosperità della famiglia, dei raccolti e degli animali.
Fonti: giornale "Qui Quotidiano" di Vasto del 16 gennaio 2007 e "Lunarie de lu Uaste" ed. 2004
Statua di S. Antonio Abate nella omonima chiesa di Vasto
 
La Benedizione di Sant'Antonio a Vasto 
In questo giorno era tradizione recarsi alla prima messa a prendere il santino nuovo da inchiodare alla porta della stalla e a ricevere dal prete il pane benedetto da mangiare, un pezzetto per ognuno in famiglia e da mettere nel pasto degli animali...


...Molti portavano a benedire anche gli animali, come si vede in questa antica fotografia, davanti al sagrato della chiesa, e poi solitamente il prete stesso andava di casa in casa a benedire le stalle, anche contando sulle offerte per rimpinguare la sua dispensa...









Notize e foto di Ida Candeloro Forni da Vasto, 17 gennaio 2014, M.S.

 
Lu Sant'Andonie: una poesia di Antonio D'Ercole da Scerni Ch
Sant'Andonie di ginnaje
“Ecche arrive sant'Andonie!
I va appresse lu dimonie,
tè la varve e lu purchette
lu bastone e la crucette.
            Lu dimonie tè li corne
            e 'va 'ngire 'ntorne 'ntorne:
            ziffre foche, 'fa risate,
            jette vave e sta 'rrajate!
Sora me scappème dentre
prim'ancore ch'a lu centre
di la case chiss'arrive
tra 'nu zombe e 'nu currive!
            Sinti tu la campanelle?
            Stann'accante a li scalelle!
            Zitte zitte piane piane
            tire arrete lu tijane.
'Nu clarine, 'na trumette,
'nu tammurre, 'n'urganette,
'na pignata aricuperte
da 'na pelle lisce e erte,
            n'umminone 'cche ti cante
            'nu sturnelle 'cche t'incante
            l'ome fa 'na cumitive
            'cche pulisce addò arrive!”
Sant'Andonie, surridenne,
'ndrette dentre ciuppichenne,
lu diàvule, svelte e ratte
zumbijenne 'gne 'nu matte!
            L'une cantè, 'ca li strette,
            trasfurmate a giuvinette,
            carn'arreste, maccaruni
            e mill'altre tintaziuni.
Lu diàvule a lu diserte
-  ere queste cosa certe -
circhè farle ristà sense
uraziune e pinitenze.
            L'altre, senza di parole,
            arifacè 'na capriole, ............................segue
seguito   po' sbuffève e 'nu curnette
            si tucchè 'cchi sciammadette!
Si tucchève 'nu curnette
e, a lu Sante binidette
'cche pareve malaticce
mustrè crulle di saggicce!
            Lu bastone dispirate
  ......- pruvuchenne 'na risate -
            vattè lu Sante, puurelle,
            tra li corne a lu ribbelle,
ma la viste di lu vine,
di saggicce rusce e fine
“j 'mbrujeve lu cirvelle
-  pi 'na certe vulijelle -
e' scurdenne la tindenze
a digiune e pinitenze,
pinsenne 'cche, di lu Sante,
tinè sole lu simbiante,
            fece l'atte di scungiure
            contra ogni malifatture
            e, livenne la varvette,
            fece cenne all'urganette
di sunà 'nu mutivette
'legre 'legre e strette strette.
Sullivenne lu bicchire
.......- tra 'nu rise e 'nu suspire -
            'nghi 'na voce cupe e vasse
            fece 'nsimbre a Satanasse
            'nu sturnelle aricircate
            cunzijenne 'na magnate!
Li saggicce a lu tijane
scumparive piane piane
e lu crolle, ch'era appese,
cumplitò tutte li spese!
            Po' tra vine e barzillette,
            tra di mane forte strette
            tutti quinti, 'ngh'alligrije
            si ni jéttere a n'altra vije!

La Sagra di Sant'Antonio Abate
Pochi santi hanno avuto la popolarità di S. Antonio Abate, alle cui doti taumaturgiche la gente ricorre per invocare la salute e la liberazione di quella afflizione nota come il "fuoco di S. Antonio".
Il fuoco, infatti, è legato alla tradizione leggendaria del santo abate.
Narra una leggenda antica che, una volta, nel mondo non c'era fuoco e gli uomini avevano freddo. Disperati si recarono nel deserto per invocare l'aiuto del Santo.
Seguito dal maialino, S. Antonio si recò all'inferno ma i diavoli subito lo riconobbero, gli rubarono il porcellino e non lo fecero entrare. Ma l'animale, scorrazzando dappertutto, combinò tanti guai che i diavoli richiamarono il santo perché se lo riprendesse.
L'Abate, con il bastone di ferula, ritornò per riprendersi il maialetto, ma lungo il viaggio di ritorno, fece prendere fuoco al suo bastone e, tornato in superficie, accese una catasta di legna.
E fu così che riscaldò la terra.
A ricordo di questa leggenda si accendono dei grandi falò, attorno ai quali si canta e si mangia. Qualcuno, tornando a casa, porta via qualche tizzone ancora ardente o un po' di cenere quale preziosa reliquia.
L'usanza di accendere i fuochi nella notte del 17 gennaio si perde nella memoria dei tempi.
Anticamente si compiva questo rito, non solo per onorare il Santo, ma anche per invocarne l'aiuto per la salvezza degli animali impiegati nei lavori dei campi e per gli animali da cortile, indispensabili per l'alimentazione dei contadini. La legna raccolta per accendere i falò è quella residua della potatura invernale, mentre è usanza diffusa dalle nostre parti, in questo periodo, procedere all'uccisione del maiale e mangiarne la salsiccia fresca.
È la vigilia del Carnevale.
Le contrade risuonano di canti.
Sono i gruppi di suonatori che girano per le strade, guidate da un uomo mascherato con barba bianca lunga e saio da penitente che regge una
croce, mentre un altro è vestito di rosso.
L'uno fa la parte di S. Antonio, l'altro del diavolo tentatore.
Al termine del percorso, intrecciando danze e mottetti composti per celebrare la sagra del Santo, è sempre l'abate ad avere la vittoria sul suo tradizionale avversario.


Lu dumonie scurtuquate
ni lassav' a ij 'pritanne,
Sand'Andunie dispirate
pi purcille si li scanne:
si li spezz' si li saie
e ci fa bbon Carnivale.
Memorabile è stata la manifestazione popolare svoltasi a San Salvo, nel 1980, ad iniziativa del Circolo Commercianti ed Artigiani che ha voluto rispolverare un antichissimo e folcloristico canto che ha suscitato notevole eco di entusiasmo tra la gente.
Sotto i portici del piazzale Municipio si sono esibiti due cori, uno di giovanissimi elementi, l'altro di appartenenti ad una "certa età". Il coro dei giovanissimi era contrapposto a quello dei maturi che, alla fine della contesa, ha avuto il sopravvento facendo leva sul vecchio ma conosciuto brano tradizionale che compone la ballata sul Santo.
E' usanza donare alle allegre compagnie di cantori che vanno portando le storie di S. Antonio, e che narrano le imprese del Santo assediato dalle continue tentazioni del diavolo, prodotti freschi, appena confezionati, dopo l'uccisione del maiale. Invariabilmente la storia finale, con accompagnamento di violino e chitarra, appunto dice:
S'ajje dette 'sta sturielle
è pi ress'anhalate
ffcatezze. custatelle,
saggicciutte e sanguinate:
chi mi da lu porche sane
sci bbindatte chili mane.
Nghi sta néuve chi vi porte
è firnute lu quandaje
arrapéteme 'ssa porte
ca mi vujje ariscallalje;
ca' stu fredde malidatte
mi fa' sbatte li hangatte.
S. Antonio, santo delle tentazioni, ebbe i natali in Egitto, proprio sulle rive del Nilo e fino a venti anni condusse una vita innocente.
Rimasto orfano e sentito prepotente il richiamo evangelico, si rifugiò in errante penitenza fino a ritirarsi in un deserto inospitale, sulle rive nel Mar Rosso, per vivere da asceta.
Vi restò per più di ottanta anni fino alla morte, avvenuta quando era più che secolare, nel 356.
Indicato col nome Deicolo (innamorato di Dio) fu l'Abate (il padre degli eremiti) e S. Atanasio, grande Patriarca di Alessandria, lo definì "fondatore dell'ascetismo".
La festa di S. Antonio si celebrava già a Gerusalemme nel V secolo, mentre la tradizione indica il giorno 17 la data della sua morte che segna la sua "nascita celeste".
Anche a Roma nel XII secolo venne introdotta tale data per la ricorrenza festiva e fu così che S. Antonio, detto il Grande, divenne il Santo più popolare del Medioevo, più ricordato nelle leggende e nel folclore popolare, il santo più dipinto dagli artisti.
Non sempre le lotte contro il demonio furono senza fatica per il Santo Abate.
Anzi narrano le storie che il santo, dopo aver superato una delle più ardue tentazioni demoniali, invocando Gesù disse: "Dove eri Tu? Perché non mi hai aiutato?" E Gesù gli rispose: "Ero qui ed aspettavo di vedere la fine di una battaglia. Poiché hai combattuto e vinto con franchezza, sarai sempre ricordato per il mondo intero".
La vita e i miracoli di S. Antonio Abate
 
Sono migliala le feste che si svolgono in onore di S. Antonio Abate.
A Collelongo (L'Aquila) si prepara la "cottura" di granturco in enormi caldaie. Si mangiano i "cicirocchi", granturchi cotti, mentre comitive scendono per le strade illuminate da torce.
A Cordezza (Novara) si distribuisce il "pane" nero di S. Antonio confezionato con segale.
A Farà Filiorum Petri (Chieti) si bruciano le "Farchie", cataste di canne secche alte fino a 14 metri, con la partecipazione di cantastorie che narrano le imprese del Santo.
A Gattuccio (Caserta) si accende il falò. A notte la gente esce per le strade a far baldoria tra botti e luminarie; sì balla e si canta.
A Luia (Nuoro) si rinnova l'usanza dei falò. Sulle ceneri viene alzato un palo della cuccagna con appesi in cima prodotti alimentari. Viene offerta "l'aranzata", un dolce che contiene bucce di arance, mandorle e miele.
A Napoli i vicoli e le strade sono illuminati dai falò che i napoletani chiamano "cippi", mentre sulle bancarelle si vende il "soffritto", la corata di maiale, fegato, cuore, milza, cotti in salsa di pomodoro.
A Novoli (Lecce) si svolge nel pomeriggio del 16 la processione. I fedeli portano grossi ceri ed è perciò che viene chiamata "intorciata".
A Ortona dei Marsi (L'Aquila) si benedicono i cavalli, mentre i cavalieri reggono una candela. Alla sera si mangia e si balla in allegria con banda e fuochi d'artificio.
A Pinerolo (Torino) si fa la benedizione degli animali con distribuzione di torte color zafferano, condite con sale e pepe.
A S. Elpidio a Mare (Ascoli Piceno) l'immagine del Santo, che reca una campanella appesa al braccio, è portata lungo le strade. Quando la campanella suona davanti a una donna da marito, è segno che si sposerà subito, altrimenti dovrà attendere un altro anno, campanella permettendo.
A Sutri (Viterbo) si svolge la "cavalleria" con tanti giochi. Tra gli altri, il concorrente, in groppa ad un somaro, deve spezzare una pignatta di terracotta.
A Tuscania (Viterbo), tra vino a volontà, si svolge la sagra delle frittelle di cavolfiore cotte in una grande padella sulla piazza centrale.
A Velletri (Roma) si svolge la corsa dell'anello con mangiata di "pane casareccio e sarcicce".
A Villavallelonga (L'Aquila) si distribuiscono "fave cotte" e "panetta" (una specie di focaccia di farina, uova e anice) con mascherate a simboleggiare i diavoli tentatori di S. Antonio.
A Volongo (Cremona) si mangia la "torta dura" composta di farina di grano, mais, burro, aroma alla menta, fatta a pezzi, mentre le strade e le piazze si animano al lume di grandi falò.
Queste ed altre usanze fioriscono attorno alle sagre del Santo Anacoreta, molte delle quali sono legate al porcellino, ma invariabilmente improntate alle gesta compiute contro le insidie del maligno e che la tradizione popolare talvolta colora con appassionata verve di gusto sagace.
'Na matèine Sand'Andonie
si magna du taijuléine:
Zittì zette lu dumonie
i sbascesce la fircéine;
e lu sande nin zi 'nganne
nghi li mene si li magne.
Ma dapù chi ci aripenze,
pi li corne ti l' afferre;
nghi na viss'a vija 'nnenze
li fa ijé di cule 'nderre.
'M bette i piande nu hinucchie
e da féure i fa 'sci l'ucchie!
Varia ed abbondante è la letteratura popolare su S. Antonio Abate, tra cui la prima fonte risale a S. Atanasio (Historia Sancii Antonii) mentre storia e leggenda si intrecciano nelle pubblicazioni che riferiscono le varie tradizioni locali, in verità fiorenti un po' dovunque in Italia e nel mondo.
S. Antonio Abate, ossia "lu nimice de lu dimonie", è raffigurato con una lunga barba ed è per questo che viene denominato "lu varvute".
Nacque nel 251 e morì il 17 gennaio del 356, avendo trascorso gran parte della sua lunga vita nel deserto della Tebaide.
Il Santo è invocato per scongiurare gli incendi e le ustioni, nonché le malattie che producono bruciori o infiammazioni, come l'Herpes Zoster, ovvero più comunemente detto "fuoco di S. Antonio", infatti, quando nel secolo XI, in alcuni paesi del Delfinato di Francia si diffuse una epidemia detta "fuoco sacro", si credette che molti affetti vennero guariti per virtù delle reliquie del Santo Anacoreta. Altrettanta diffusa la devozione e la protezione del Santo verso gli animali domestici, forse a ricordo della compagnia che le bestie facevano all'Anacoreta durante la sua permanenza nel deserto (Vite dei Santi dell'Abate Albano Butier), con particolare riferimento alla presenza di un porco.
Si vuole accostare però un'altra credenza secondo cui i frati Antoniani facessero vagare liberamente i maiali messi all'ingrasso con un collare munito di un campanello, detto appunto, di S. Antonio.
Molti autorevoli commentatori della Divina Commedia fanno esplicito riferimento al verso 124 del Canto XXIX del Paradiso:
"Di questo ingrassa il porco Sant'Antonio"
Quasi ad alludere al fatto che i religiosi approfittavano della credulità popolare per far "ingrassare" i porcellini, elargendo, in cambio, false indulgenze.
Peraltro, per devozione a S. Antonio, rappresentato accompagnato da un porco (che è il simbolo del demonio che lo aveva tentato ripetutamente in tutte le forme), nei paesi cristiani, nel medioevo, si andava in cerca di elemosine per costruire un ospedale nella città di Vienne (in Provenza) nel nome dell'eremita egiziano, fondatore della vita monastica.
Inoltre, come ricordato, l'ordine monastico degli Antoniani introdusse la tradizione di incassare i maiali col frutto delle elemosine del popolo, ed il popolo, considerandoli benedetti, si guardava dal maltrattarli, anzi contribuiva ad allevarli, avallando così promesse di false indulgenze, cioè a dirla con Dante Alighieri: "pagando di moneta senza conio".
In molte località la sera della vigilia si usa accendere dei fuochi, su cui i giovani fanno a gara provando a saltare. Una siffatta pratica, che vuole anche significare un atto di purificazione, potrebbe essere accostata alle feste in onore del dio Pale (da cui Palilie) che si celebravano a Roma il 21 aprile.
I pastori saltavano tre volte sui fuochi e vi facevano passare anche gli animali, proprio per un rito catartico, propiziatorio ed espiatorio, oltre che purificatore.
Molti usano ancora tagliare il pelo di alcuni animali, disegnando una croce, e poi farli benedire portandoli sul sagrato delle chiese, mentre si organizzano delle rappresentazioni sceniche tra comitive di allegre compagnie.
II Santo Anacoreta è raffigurato con un calice, la mantellina rossa con cappuccio, barba fluente, bordone e campanello; non manca il diavolo tentatore, i musicanti e gli stornellatori per accompagnare le ballate del Santo che, invariabilmente, si concludono con la strofa di richiesta di vino, dolci, polli, cacio, salsicce:
O salsicce o salsicciotto,
vino crudo o vino cotto,
sia pur rosso del prosciutto
Sant'Antonio accetta tutto
oppure (come riporta Domenico Priori nel volume Folklore Abruzzese):
Ci darete, per assaggio,
cento libbre di formaggio
e, per grande devozione,
di salsicce un milione.
Naturalmente confezionate con carne di stagione quindi, di porco, animale caro a S. Antonio, da mangiare per "devozione". Ma anche per ricordare che l'Anacoreta quando si era isolato nel deserto, venne tentato dal maligno anche con quelle leccornie che costituivano invariabilmente le quartine delle strofe abbinate alla narrazione delle persecuzioni, dei miracoli, della vita e del martirio del Santo, secondo le leggende popolari, a testimoniare il trionfo della fede, quindi, del bene sul male. Numerose leggende fanno variopinta corolla attorno alla fama di S. Antonio Abate proprio per confermare quanta illimitata sia la considerazione che il popolo attribuisce alle im prese compiute
dal Santo Anacoreta.
A Villavallelonga (Aq) si racconta che, disperato di non riuscire a raccogliere da solo i grano del suo campo, un contadino, in un momento d sconforto, mandò al diavolo ogni proposito.
Ma ecco che gli si presentò un figuro dal viso oblungo come il corpo, arcigno e ghignoso, seguito da uno stuolo di altrettanti ceffi. Promise che avrebbero lui ed i suoi provveduto a raccogliere il grano
in cambio di vitto non salato.
Fu presto pattuito e a sera, dopo la mietitura, tutti si ritrovarono attorno alla mensa. Però il contadino si dimenticò di avvertire la moglie di non condire di sale le pietanze; sicché gli invitati, dopo aver assaggiato il vitto, sputarono fuoco dalle bocche.
La moglie, a quello spettacolo esclamò: "S. Antonio, che diavoli sono questi?". Subito i commensali ospiti sprofondarono nel terreno lasciando un acre puzzo di zolfo.
Durante la festa di S. Antonio, a Villavallelonga vengono confezionati panicelli "salati" che vengono distribuiti alla gente, a ricordo e a devozione del Taumaturgo.
Nell'antico convento di S. Antonio, ora trasformato in casa del Cardinale Shuster a Milano, in epoca medioevale i monaci allevavano i maiali mandandoli in giro per le vie perché, protetti dai Visconti, i cittadini li nutrissero.
Dal grasso degli a nimali gli Antoniani preparavano un unguento per curare l'Herpes Zoster (noto come "fuoco di S. Antonio") che procurava dolori nevralgici e bruciori alla pelle.
Nella iconografia S. Antonio è raffigurato con una fiamma accanto e perciò è ritenuto il protettore del fuoco e anche dei Pompieri.
Pure nella chiesa di S. Antonio a Ranverso (a qualche km. da Rivoli) che ospitava nel 1188 i monaci Antoniani, si conservano antichi affreschi che rappresentano contadini che portano doni ai monaci per ringraziarli delle cure ricevute: un affresco raffigura il dono dei maialetti.
A Bari, a mezzo km. dal Fortino, si vedono ancora le rovine che appartengono alla chiesetta di S. Antonio costruita su di un isolotto ormai sprofondato. Nel 1002 durante l'assedio dei Saraceni, i Baresi riuscirono a eludere la vigilanza ed a portare la statua di S. Antonio, custodendola poi nella chiesetta posta sotto l'attuale Fortino.
È qui che il 17 gennaio vengono benedetti gli ammalati. La cerimonia segna l'inizio del carnevale barese.
È festa e, per devozione al Santo protettore del fuoco, non si lavora perché si crede che il Taumaturgo possa punire i trasgressori con incendi e malanni.
Le donne, perfino, si astengono dal lavare la biancheria per timore di vederla bruciare.
A Nuoro la sera del 17 lungo le vie si raccolgono altissime cataste di legna a forma di cono quale voto che i cittadini ammalati e sofferenti offrono al Santo per chiedere la grazia della guarigione.
Dopo la messa, le cataste vengono bruciate quale auspicio di purificazione.
stralcio da art., a firma Giuseppe Catania, apparso su "il Giornale del Vastese", periodico d'info. - n. 4 - genn. 2011

Sant'Antonio Abate
Sant’Antonio è nato a Coma, in Egitto, intorno al 251 d .C., figlio di agiati agricoltori cristiani.
Rimasto orfano prima dei vent'anni, con un patrimonio da amministrare e una sorella minore cui badare, sentì ben presto la vocazione di seguire l’esortazione evangelica. Così, distribuiti i beni ai poveri e affidata la sorella ad una comunità femminile, seguì la vita solitaria che già altri anacoreti facevano nei deserti attorno alla sua città, vivendo in preghiera, povertà e castità.
Sant’Antonio viene considerato il protettore degli animali domestici, tanto da essere solitamente raffigurato con accanto un piccolo maialino con al collo una campanella.
La tradizione deriva dal fatto che l'ordine degli Antoniani aveva ottenuto il permesso di allevare maiali all'interno dei centri abitati, poiché il grasso di questi animali veniva usato per ungere gli ammalati colpiti dal fuoco di Sant'Antonio.
I maiali erano nutriti a spese della comunità e circolavano liberamente nel paese con al collo una campanella.
stralcio da art., a firma Lino Spadaccini, apparso su "www.noivastesi.blogspot.com" in data 16 gen. 2010