Tradizioni: Rimedi
Le Sabbiature (m'aricorde, di Francesco Paolo Spadaccini)
 
I due avevano passato tutta la vita zappando
e le loro ossa erano contorte come rami
d'ulivo.
- Oh Micchè, che tt'è ssuccèsse?
..Nin 'pù caminè
?

- Zëtte Tunuè, m'à 'ngazzäte li dilìure
..a la schène e štìnghe štruppujéte
.

- A chi l'acchînde. Jè ni' mmì puzz'
..acciùccuè manghe p'ariccôje lu
..bbuaštàne
.
Discorsi come questi erano una volta piuttosto frequenti tra i vastesi che lavoravano nei
campi o nella pesca.
C'erano i rimedi antichi della nonna, e tra
questi le sabbiature.
La terapia consisteva (e consiste per chi voglia praticarla) nel guadagnare un rettangolo di spiaggia, trasformarlo in un giaciglio,
adagiarvisi e ricoprirsi, spesso col concorso di
un accompagnatore, di rena calda.
La cura poteva durare qualche ora ed era un autentico supplizio che mani caritatevoli,
quando c'erano, cercavano di rendere meno atroce asciugando ogni tanto le fronti
grondanti di sudore dei pazienti (nel vero
senso della parola!) o aprendo sulle loro teste squinternati ombrelli da pioggia trasformati
in parasole.
Nelle torride mattinate d'estate, quando per arrivare in riva mare si doveva zombettare     come  canguri con ombrellone e sdraio in
braccio, era normale vedere dietro i casotti
quei cumuletti di sabbia abbastanza simili tumuli cimiteriali se non fosse stato per le teste che spuntavano   da lì  sotto,  di uomini e donne intenti alle sabbiature. Quando, spossati dal caldo e dalle conversazioni immancabili su reumi ed artrosi, si sbilàvene (si diseppellivano) i "sabbiatori" avevano l'aria di pesci impanati per la frittura con tutta la sabbia incollata addosso.
stralcio da "Lunarie de lu Uašte" - ed. 2018 e varie (M.S., marzo 2019)