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I giochi (dei ragazzi) di una volta

di Fernando D'Annunzio
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Lunarie de lu Uašte
 
Giochi semplici e senza particolari dotazioni
Mi piacerebbe poter condurre i bambini d'oggi, almeno per un giorno, indietro nel tempo per fargli vedere i giochi innocenti che si facevano quando avevo la loro età e leggere nei loro occhi la curiosità e fors'anche un pizzico d'ilarità.
Erano giochi semplici e non richiedevano particolari dotazioni:
Una corda, delle pietre, dei noccioli di frutta, un bastone.
Possedere un vecchio cerchio di ruota da bicicletta e muoverlo
aiutandosi con un bastoncino era già un privilegio
.

I bottoni - venivano utilizzati, in sostituzione dei soldi che non c'erano, per
puntare sui poveri giochi che si facevano: a sbattamuro, a sticchie, a carte ecc.
Erano giochi di gruppo, che si svolgevano sull'aia, nei cortili e nelle anguste strade cittadine:
la cchîppe, la jiondacavàlle, pezz'e osse, sbattamîre, la stìcchie, brihand'e suldate, per i bambini e palla priggioniera, madama dorè, ciuppe ciuppe per le femminucce.

Giocattoli da comprare non erano né a portata di mano né di tasca e si sopperiva con la fantasia e con l'ingegno, usando il proprio corpo negli spazi aperti.
Forse proprio la carenza di spazi liberi e a portata di mano condiziona oggi la vita dei bambini, Maledette automobili che circolano e sostano ovunque!
Prima bastava uscire di casa per trovarsi in luoghi immensi e pieni di altri bambini, aria sana e assenza di pericoli.
Recuperati dal fondo della memoria, ecco quindi alcuni dei giochi di moda negli anni '50.
I nomi me li ricordo nella lingua d'allora, un po' d'italiano e di dialetto:
la cavallina, uno monta l'une, la jonda cavalle, lu cavalle di bbonselle
Questi passatempi prevedevano che qualcuno facesse la parte del cavallo o della cavallina, intesi ovviamente nel senso di attrezzo ginnico.

Ringrazio il carissimo amico Francesco Molino, che mi ha molto aiutato a ricordare le "voci", le "regole" e i meccanismi di questi giochi.
La Cavallina
Era il più semplice di questi giochi "ippici".
Il numero dei giocatori variava a seconda dei presenti, ma bisognava essere almeno in due.
I ragazzi saltavano uno alla volta su un compagno nella posizione della cavallina, ovvero gambe ben dritte, schiena piegata, mani puntate sulle ginocchia e capo abbassato per evitare di farsi male.
Si saltava a turno puntando le mani sulla schiena del compagno e allargando le gambe.
Si poteva andare avanti all'infinito perché "la cavallina" saltava a sua volta sui compagni che s'erano posizionati nella stessa posizione davanti a lui.
Anni '50. Bambini che giocano alla Cavallina alla villa comunale
Uno monta l'une
Si giocava minimo in tre iniziando con la conta (a li tucche) per decidere chi doveva andare "sotto", nella posizione della cavallina ed in quale ordine di successione saltare.
Il primo a giocare dava quindi "la voce" (le voci erano solitamente 13) suggerendo gesti da ripetere fedelmente a pena di prendere il posto di chi stava sotto.
Le "voci" ricorrenti erano le seguenti:
Uno: monta l'une;
Due: monta il bue;
Tre: figlia del re;
Quattro: spazzolino comunale di... che pulisce per terra (il primo saltatore aveva la facoltà di
..........elencare un numero indefinito di città e divertirsi a rendere difficile la vita a chi doveva
..........ripetere tutto nello stesso ordine);
Cinque: battacùle (si batteva con il proprio sedere sulla schiena di chi stava sotto);
Sei: incrociatore (si doveva ricadere con i piedi incrociati);
Sette: soldatino di piombo (atterrando bisognava rimanere ritti e immobili, anche quando gli altri
...........continuavano a saltare);
Otto: bumburubù o tamburrèlle (prima di saltare bisognava tamburellare con i pugni sulla schiena
...........di chi stava sotto);
Nove: na chègge a lu cùle (mentre si era in volo bisognava tirare un calcio a chi era sotto);
Dieci: pasta e ceci;
Undici: vado alla fiera;
Dodici: ci ritorno;
Tredici: spagnoletta.

Diffìcilmente si arrivava però a tredici perché gli errori dei partecipanti obbligavano alla rotazione nella posizione di "servente")
La Jonda Cavalle
A li tucche, si decide chi deve fare la mammine, chi deve cioè porsi spalle al muro, dopo di che una metà dei giocatori si mette davanti a lui con la schiena chinata formando la figura di una cavalcatura. L'altra metà deve saltare su di essa badando a non cadere, a pena di prendere il posto della mammina e dei compagni "di sotto".
Il gioco della Jonda Cavalle
Cavalle di bbonselle
Meno noto dei precedenti giochi, ma molto divertente.
Anche in questa variante uno andava sotto e gli altri saltando dovevano ripetere ad ogni passaggio ciò che diceva chi li aveva preceduti.
I passaggi erano 7 in questa successione:
- Cavalle di bbonselle;
- Mo ch'aripasse ti mette la selle;
3° - La selle ti l'haje mésse (a questo punto ognuno doveva avere in mano un fazzoletto, a ........rappresentare la sella, e lasciarlo cadere saltando sulla groppa di chi stava sotto);
- Cavalle di bbonselle;
- Mo ch'aripasse ti léve la selle;
- La selle ti l'haje luvàte (ognuno, durante il salto, deve riprendersi il fazzoletto);
- Cavalle di bbonselle (non si doveva far cadere il fazzoletto o provocare la caduta degli altri già ........depositati e nel riprenderli non dovevano essere scambiati).

Anche in questo gioco a chi sbagliava toccava andar sotto e ricominciare tutto da capo.
stralcio da articolo, di Fernando D'Annunzio, pubblicato su "Lunarie de lu Uašte" - ed. 2014

"La Carruzzélle e lu Monopàttine" (carrozzella e monopattino)
Anni Cinquanta
Canda bbardèsce ci stévene 'na vodde... e la strada era il loro spazio naturale di riunione, di gioco, di crescita, la scuola di vita. Facce pulite, biangh'e rrásce e sguardi svegli. Gli abiti che indossavano erono fatti in casa, riadattati dopo essere stati prima del fratello più grande o addirittura del padre.

Li bbardèsce
di mo: skateboard, pattini in linea, mountain bike o a pedalata assistita.
Addi' 'na vodde! A li timba mi'... e cchi ti li dàve...!
La bicicletta se la potevano permettere pochi adulti e soltanto qualche rampollo di famiglia benestante, li fì' di li signure".
I ragazzi come me, per scorazzare sulle strade si costruivano il monopattino o la carrozzella (ad un posto il primo, a due posti versione cabriolet la seconda), due mezzi di locomozione pressoché sconosciuti ai giovani d'oggi ma su cui vale la pena di dir qualcosa, almeno per rinverdire le emozioni che davano.
La Carruzzélle
 
Lu Monopàttine
La loro realizzazione non era difficile, semmai complessa per la ricerca dei materiali necessari che erano suppergiù questi: un'asse di legno, alcuni elementi in metallo e soprattutto i preziosi cuscinetti a sfera, li rôt' a sfére.
Facile il reperimento delle parti in legno che venivano poi sagomate con l'aiuto di qualche generoso falegname oppure arrangiandosi con sega, scalpello e trapano a manovella,
mentre più impegnativa era l'applicazione delle parti metalliche che richiedevano l'intervento del fabbro, specialmente per incernierare i due elementi in legno del monopattino.
Gli artigiani d'una volta non andavano di fretta come succede oggi e si prestavano volentieri ad assecondare le suppliche di questi piloti in erba, specialmente se presentate in maniera educata.
L'impresa più ardua era tuttavia la ricerca dei cuscinetti a sfera. Per averli era non solo necessario raccomandarsi o farsi raccomandare da qualche parente presso le poche officine
meccaniche allora esistenti, ma occorreva avere la pazienza di aspettare che in qualcuna di esse se ne effettuassero la sostituzione nei motori.
Per la minuteria metallica, chiodi, viti, bulloni, rondelle, si poteva trovar tutto o quasi da Biagio Forte o da Cillacchiétte (D'Adamo).
Le modalità di costruzione del monopattino e della carrozzella erano semplici e si possono ricavare dagli schizzi. Tante erano le varianti e le personalizzazioni a cui ognuno ricorreva per fare del suo un pezzo unico.
Ricordo ad esempio alcune dotazioni particolari, gli optionals si sarebbe detto più avanti, come la cosiddetta seduta rialzata o il manubrio ricurvo oppure i diversi sistemi frenanti che oscillavano dai più sofisticati ai più elementari affidati al semplice uso dei piedi, a volte anche scalzi tant'è che si 'n zi fruvuàve la sole di li scarpe si scurtucuàvene li calichegne.
Terminata la fase dell'assemblaggio veniva quella del collaudo. Per questa operazione finale però ci vuléve 'na via nova nove, cioè un tratto di strada asfaltata ed in discesa, che non era facile da trovare.

Monopattini, carrozzelle... ancora adesso, mi pare di risentirne lo sferragliare quando, uno dopo l'altro ci lanciavamo lungo la discesa...
stralcio da articolo, di Fernando D'Annunzio, pubblicato su "Lunarie de lu Uašte" - ed. 2016

I bottoni sostituivano i soldi che non c’erano
di Attilio Piccirilli
Oggi, se notati per terra, non ci si china a raccoglierli. Ma ieri, su uno solo di essi, di camicia, di giacca, o di altro, ci si avventava per recuperarlo. Si era bambini, e, a differenza dei grandi, davamo peso e valore anche alle piccole cose. E, tra queste, i bottoni!
Venivano rubacchiati dovunque. Era rischioso, difatti, per le donne di casa, stendere ad asciugare i panni sulle siepi. Una volta asciugati e recuperati, li trovavano puntualmente mutilati. I pantaloni, le camicie, i cuscini erano tutti mancanti dei loro bottoni! Perché noi, di nascosto, con le forbici, con i coltelli, o con degli strappi decisi, li staccavamo per colmarcene le mani e le tasche.
Si era ricchi, allora, per il possesso di dieci o cento bottoni. Si andava a scuola e ciascuno di noi li mostrava con orgoglio, infilzati nel ferro filato.
Erano strumenti di gioco, ma erano anche degli oggetti di scambio… commerciale.
Quelli più grandi, strappati dai cappotti, venivano scambiati con quattro più piccoli. Quelli di metallo, poi, valevano più di tutti gli altri.
Erano dei pezzi preziosi! I bottoni! Venivano puntati sui poveri giochi di una volta: a “sbattamuro, a “sticchie”, a “carte”, ecc. Sostituivano i soldi che non c’erano: Ci si arrangiava, per necessità, con la fantasia.
Ma intanto quei bottoni usati per gioco ci facevano anche da maestri. Ci insegnavano, difatti, a contare! E sveltivano le nostre mani, rendendole abili e soprattutto padrone di una miseria che diventava, miracolosamente, una ricchezza!
stralcio da articolo apparso sul periodico "San Salvo" - anno 4 - n. 2 - marzo 2017