Mestieri Antichi di Vasto:
Lu Funàre o Zucàre (Il Funaio o Cordaio)
Ce n'era più d'uno di questi artigiani, la cui attività consisteva
nell' intrecciare fili di canapa per far corde.
L'intreccio avveniva facendo girare una grande ruota, sistemata all'aperto, intorno alla quale venivano attorcigliate le treccine di canapa che il cordaio aveva preparato dopo aver fatto prima macerare, asciugare e pettinare il vegetale.
Gli ultimi funai operarono nello spazio retrostante il palazzo scolastico su via Vittorio Veneto e successivamente sino, all'inizio degli anni sessanta, in via Tobruk, sotto i tigli che facevano corona all'edificio del Consorzio Agrario Provinciale, al cui posto c'è oggi il fabbricato che ospita la Banca Popolare di Lanciano e Sulmona.
Tra le famiglie dedite a questa attività le più note erano quelle dei
De Fanis e dei D'Accurzio.
stralcio da "Lunarie de lu Uašte" - ed. 2007

Bella e piena di significato la poesia del poeta vastese Fernando D'Annunzio "Lu Zucàre" seconda classificata al 29° Concorso nazionale di poesia dialettale "Modesto Della Porta", a Guardiagrele, il 12 agosto 2016, sul tema ""Arti e mestieri d'Abruzzo...".
Lu Zucàre di Fernando D'Annunzio
.
A vvidè chila rote che ggiràve
mi piacéve naquélle da huajjòne,
pe’ ore e ore a vvodde mi firmàve,
mi mittév’ a študià chila funzione.

A vvodde lu zucàre m’accinnàve,
m’ ammitàv’ a ggirà chilu rutòne,
mentre la cànape s’abbirritàve,
scurrènne tra la mane e lu ditòne.

Trumìnde che la zoche s’allungàve,
a mmarce’arréte jave lu zucàre
e ji’, intànde, giràve e huardàve...

Mo ch’aripènze a chilu tèmpe care
e a chili jurne che se ne vulàve,
vulésse caminà gné lu zucàre...

arijì ‘rréte e ardivindà huajjòne,
...ma nin zi vo’ firmà chištu “rutòne”.

Traduzione dal dialetto abruzzese:
Guardare quella ruota che girava
mi piaceva molto da ragazzino
,
per ore ed ore a volte mi fermavo
,
mi mettevo a studiare quel procedimento
.

A volte il funaio mi faceva un cenno
,
mi invitava a girare quel ruotone
,
mentre la canapa si attorcigliava
,
scorrendogli tra la mano e il pollice
.

Intanto che la corda si allungava
,
il funaio camminava all’indietro
,
io nel frattempo giravo e guardavo
...

Ora che ripenso a quel tempo a me caro
,
e a quei giorni che volavano via
...
vorrei tanto camminare come il funaio
...

andare indietro e tornare ragazzino
,
ma questo
ruotonenon vuole fermarsi.

Lu Zucàre (Il Cordaio)
di Giuseppe Tagliente e Fernando D'Annunzio
È normale trovarsi oggi al cospetto di cordami e non sapere come si realizzano, al contrario di quando
venivano confezionati sotto gli occhi di tutti in spazi aperti, spesso ai margini di strade pubbliche.
Vedere il cordaio, "lu zucàre", al lavoro era uno spettacolo che attirava l'attenzione della gente smentendo clamorosamente l'affermazione di Nietzche, il quale asseriva di non voler assomigliarc ai funai che tirano il loro fllo, l'allungano e vanno sempre
arretrando.
In realtà erano proprio quel passo cadenzato all'indietro e le movenze con cui intrecciava la fibra facendola scorrere nel palmo della mano ciò che più colpiva e stupiva soprattutto i bambini.
A Vasto sino ai primi degli anni Sessanta v'erano valentissimi cordai, dalle cui mani uscivano corde destinate agli agricoltori e ai muratori, finimenti per carrettieri, cime, reti e nasse per i pescatori, friscoli per i frantoi.
I più noti erano i De Fanis, che nel periodo antecedente il secondo conflitto mondiale lavoravano in via Vittorio Veneto sul terreno adiacente al palazzo scolastico prima di trasferirsi poco più sopra, nello spazio retrostante il palazzo Tagliente - Vicoli - Notaro - Ritucci, e quindi in via Tobruk sotto i grandi tigli che fronteggiavano l'edificio maestoso del Consorzio Agrario successivamente abbattuto per far posto al complesso edilizio che adesso ospita la Banca BPr.
I De Fanis avevano praticamente l'esclusiva dei prodotti in fibra, che venivano realizzati a seconda delle richieste con canapa, crine di cavallo, iuta, sisal, manila, lino e
persino con i filamenti di cocco,
molto richiesti per la realizzazione dei friscoli da frantoio.
Con il ritiro di Nicola De Fanis, figlio di Giovanni, intorno ai primi degli anni Sessanta e con la comparsa dei cordami di produzione industriale a più basso costo, l'attività del funaio scompare da
Vasto, seppur per qualche tempo ancora si cimentava in essa Antonio Mariani detto lu Callaràre,
un apprendista del De Fanis che s'installa al Belvedere Romani, e Nicola D'Accurzio, il quale si dedicherà in seguito alla vendita soltanto dei prodotti in fibra.
Il lavoro del funaio:
Il funaio aveva necessità di uno spazio aperto per svolgere il suo lavoro. In quel tratto sistemava una ruota dal diametro di un metro e trenta circa e larga trenta centimetri alla quale collegava due corde su cui erano inchiodate quattro rotelle intagliate in forma circolare.
Camminando all'indietro rispetto a queste rotelle e con la collaborazione di un ragazzo che azionava
la ruota il funaio iniziava a filare la fibra con l'aiuto di un pezzo di feltro di cappello inumidito affinchè la materia prima scivolasse meglio e il groviglio rimanesse più uniforme.
La cordicella che si otteneva poggiava durante la manifattura sopra paletti a forma di croce Tau distanti 5 metri fra loro e poteva avere un'estensione anche di più di cento metri.
Per la realizzazione di corde di maggiore spessore il funaio invertiva la direzione procedendo in avanti verso la ruota, che ovviamente girava all'incontrario, riunendo le cordicelle in un unico intreccio con l'aiuto di un pezzo di legno denominato la mazzòle.
stralcio da "Lunarie de lu Uašte" - ed. 2017