Poeti e Scrittori scomparsi di Vasto
Gabriele Rossetti
Poeta e patriota esule in Inghilterra per sfuggire all'arresto del Borbone,
padre di Dante Gabriel Rossetti capofila del preraffaellismo

(Vasto, 28/02/1783 - Londra, 26/04/1854)
 
Dante Gabriel Rossetti Centro Studi Convegni Manoscritti di Gabriele
 
Poeta risorgimentale esule e Patriota detto il Tirteo d'Italia (Tirteo, poeta greco fu scrittore di versi inneggianti la guerra, visse intorno al terzo secolo a.C. e che con l'ardore dei suoi versi contribuì alla vittoria dei Lacedemoni contro i Messeni).
È capostipite della gloriosa famiglia che diede un notevole contributo alla cultura inglese dell'ottocento, con Dante Gabriel Rossetti, iniziatore, insieme al fratello William, del «Preraffaellismo», e la sorella Cristina Giorgina, poetessa d'indiscutibile talento.
Gabriele Pasquale Giuseppe Rossetti, versatile d'ingegno fin dalla nascita e cresciuto con il culto dell'arte e della poesia, nasce a Vasto nel 1783, dal fabbro ferraio Nicola e da Maria Francesca Pietrocola, dopo i fratelli Andrea
(1765-1832) che si avviò al sacerdozio e fu teologo ed oratore facondo e
morì canonico della collegiata Insigne della Chiesa di Santa Maria Maggiore,
Antonio (1770-1853), «barbitonsor frisore» alternava alle cure del mestiere a Vasto a quella della poesia, specie vernacola, in cui era particolarmente versato e Domenico (1772-1816), avvocato, poliglotta e poeta che si trasferì a Parma per eservitare la professione forense.
Si trasferisce a Napoli per interessamento del conte Venceslao Mayo, che ne intuisce le grandi qualità. Qui si mette in evidenza come abile prosatore anche
estemporaneo e compositore di libretti in musica.
I suoi versi conquistano i frequentatori dei salotti e viene nominato "poeta" ovvero librettista del Teatro San Carlo. Napoli è in pieno fermento antiborbonico. Gabriele entra a far parte della Carboneria e per sfuggire alle persecuzioni della polizia borbonica si rifugia prima a Malta e poi in Inghilterra.
A Londra sposa nel 1826 Francesca Polidori (secondogenita del segretario di
Vittorio Alfieri), dalla quale ebbe quattro figli, tutti naturalmente artisti. Maria Francesca
(1827 -1876), suora, critica letteraria, coltiva la poesia, Dante Gabriel (1828-1882), è poeta e pittore legato alla Confraternita dei Preraffaelliti, William Michael (1829-1919), scrive anche lui e poi c'è Christina Giorgina (1830-1894), fine poetessa.
Christina Giorgina e Dante Gabriel - raggiunsero vette altissime in campo artistico.
Nella capitale inglese, inseritosi pienamente nell'ambiente degli esuli, visse per una decina d'anni dando lezioni private di italiano; poi, nel 1831, ottenne una cattedra di letteratura italiana nel Collegio del Re, distinguendosi soprattutto in arditi commenti sulla Divina Commedia.
Un altro vastese, Luigi Ricci
(Vasto, 1841-Londra, 1913), esule a Londra, in un certo senso ha seguito le orme di Gabriele Rossetti. Patriottismo, l’insegnamento nella stessa università e l’amore per Dante sono alcuni elementi essenziali che accomunano questi due grandi personaggi, che hanno lasciato una traccia indelebile in patria e nella loro città adottiva. Uomo di lettere Luigi Ricci si guadagnò da vivere insegnando alla stessa Università di Londra, il famoso King’s College.
Giuseppe Ricci
(Vasto, 1844-Mentana, 1867), patriota caduto eroicamente a Mentana, garibaldino d.o.c., fratello di Luigi, scrisse un carme a Gabriele Rossetti, per il quale era un fedele ammiratore e, in un opuscolo stampato, invitava i suoi concittadini ad erigere un monumento alla memoria di Gabriele.
Interessanti di Gabriele Rossetti le appassionate liriche di patriota ed originali e controverse le sue opere su Dante, a cui attribuisce significati allegorici di tipo politico-religioso.
Muore a Londra nel 1854 e riposa nel cimitero di Highgate.
La statua in piazza Rossetti (fulcro della città) a Vasto è dedicata a Gabriele nato in una casa lungo la panoramica Loggia Amblingh, nella quale oggi ha sede il Centro europeo di studi rossettiani.
Di questo grande vastese ha di recente pubblicato un saggio lo scrittore Umberto Eco.

Gabriele Rossetti a Vasto
Molte sono le testimonianze di Gabriele Rossetti a Vasto. Le più conosciute sono:
Biblioteca Comunale Gabriele Rossetti
(Largo Piave, 8), nel centro storico,
ricavata nella casa natale di Gabriele Rossetti.






Rossetti's House and Gulf en Reflex (foto di V. Di Lello)
Teatro Comunale Gabriele Rossetti
(Via Aimone), nel centro storico
dall'interno incantevole
inaugurato nel 1818
Il teatro è fra i più graziosi della Regione.




Piazza Gabriele Rossetti
(nel pieno centro storico)
salotto cittadino
su cui è il
Monumento
al poeta esule e patriota.


Con il massimo dei voti all'Università G. D'Annunzio di Chieti
si è laureata, nel 2012, la vastese Maria Laura Pracilio
:

La
Tesi: "Poesia e Politica di Gabriele Rossetti
con aggiornamenti bibliografici (1959/2012
)"

Canto poetico a .....Vasto
Vasto

Antico Municipio de’ Romani
Ove apersi le luci ai rai dei giorno.

Tu che ornando la spiaggia dei Frentani
Hai l'Adria a fronte e lieti colli intorno
Ed a mostrarci dei tuoi figli il merto
T'inghirlandasti di palladio serto.

Vaghi lidi il cui specchio, il cui sussurro
Sol per interna imago or sento e miro
Ove in me riflettea vivido azzurro
D'un bel ciel, d'un bel mar l'emul zaffiro.


Bei campi ove offre il dì che sorge e cade
Quasi smeraldi e perle, erbe e rugiade

Coronato di nubi alto Appennino
Ai cui fianchi pascean torme lanose.

Colline apriche ove scherzai bambino
Ove adulto cantai vallette ombrose
Addio per sempre
: Innanzi al guardo mio
Non verrete mai più
: per sempre addio!

Gabriele Rossetti


Convegno su Gabriele Rossetti
a 150 anni dalla morte (Vasto 1783 - Londra 1854)
Convegno internazionale di Studi
Vasto 29 e 30 Aprile 2004
Palazzo D'Avalos - Manifestazioni Rossettiane

29 aprile
ore 16, si apre il convegno, presiede il Prof. John Woodhouse dell' Università di Oxford.
Intervengono i professori Gianni Oliva dellUniversità G. D'Annunzio di Pescara, Raffaele Giglio e Tobia Toscano dell'Università Federico II° di Napoli, Riccardo Scrivano dell'Università Tor Vergata di Roma.
ore 21,
concerto sinfonico al teatro "Gabriele Rossetti".

30 aprile
ore 9,
presiede
il Prof. Riccardo Scrivano e intervengono i professori Michele Dell' Aquila dell'Università di Bari, John Woodhouse, Fabrizio Costa dell'Università di Normandia, Paolo Deventura dell' Università di Harvard.
ore 12,30,
cerimonia di riapertura della Biblioteca G. Rossetti e mostra documenti Rossettiani.
ore 16,30,
presiede il Prof. Michele Dell' Aquila, intervengono i professori Sandro Baldonici dell'Università di Macerata, Mario Cimini, Eleonora Megoni e Antonella Di Nallo dell'Università di Chieti G. D'Annunzio.


Volume su Gabriele Rossetti
a 150 anni dalla morte (Vasto 1783 - Londra 1854)
Le Tenebre di Dante. Gabriele Rossetti, i figli, i Preraffaelliti - 2004 - volume della collana Teca della memoria, curato da Luigi Murolo e presentato dal Comitato Premio Vasto d'Arte Contemporanea (XXXVII edizione nel 2004), in occasione del 150° anniversario della morte di Gabriele Rossetti.

28 febbraio 1983. L'Istituto Poligrafico e Zecca
dello Stato emette un francobollo
che raffigura il Poeta Gabriele Rossetti,
in occasione del 200° anniversario della nascita.

Casa Rossetti a Londra
Gabriele Rossetti è vissuto al numero 38 di Charlotte Street, Portland Place (da non confondere con l'attuale New Charlotte Street), una piccola strada che si trova dietro la sede della BBC, a due passi da Oxford Circus. Lì nel 1906 venne collocata una targa che ricordava che in quella casa era nato suo figlio Dante Gabriel Rossetti (1828 - 1882), poeta e pittore.
Poi la strada cambiò nome in Hallam Street, furono ricostruite le case e al posto della modesta casa di Gabriele Rossetti sorse un grande edifìcio che conservò il nome di "Rossetti House", a cui fu assegnato il n. 110.
A lavori ultimati, nel 1928, su quell'edificio al n. 110 di Hallam Street fu rimessa una nuova targa blu (Blue Plaque) che ricordava il luogo natale del figlio del nostro Gabriele. La targa è ancora lì.
stralcio da art., a firma Nicola D'Adamo, apparso su "Vasto domani", giornale degli abruzzesi nel mondo - n. 3 - marzo 2004

La Culeide (il cul di Carolina)
Gabriele Rossetti, almeno sulla base di quanto viene tramadato, è lo stereotipo dell'uomo serio, severo, assorbito dagli studi e dalla poesia, poco incline ai piaceri mondani.
In realtà fu persona come tante, con difetti, passioni, forse anche vizi, e ci piace pensare che fosse anche di spirito, simpatica, capace di rimare versi leggeri ed un pochino "spinti".
La Culeide, accreditata alla sua penna, né è un esempio.
Non canterò di favolosi Numi
gli oracoli bugiardi; o di feroci
mentiti eroi le gesta, ed i costumi;
le gloriose colpe, o i casi atroci:
Gli orrori, o i sogni d'una età ferina
Non vo' cantar; ma il cul di Carolina.
.......
Culo non v'è; né fuvvi mai nel Mondo
fra quanti più bei culi unqua fioriro,
più tornito, più vago, e più giocondo.
Né fra le statue del Museo rimiro,
scavate là in Pompei, Stabia, e Resina,
simile un cul a quel di Carolina.
.......
Armida, Bradamante, Olimpia, Alzira,
Laura, Leonora, Angelica, Virginia,
Tamiri, Semiramide, Zaira,
Ersilia, Clitennestra, Argene, Erminia,
Giulia, Marzia, Aristea, Fulvia, Agrippina,
Non ebbero il bel cul di Carolina.
.......
Quando il fulgor d'un sì bel cul t'irradia,
senti fuggir la noia, il duol, l'inedia.
Per me, lascio le Muse, e Apollo, e Arcadia;
e più che in San Carlino alla Comedia,
rido se amica sorte mi avvicina
al romantico cul di Carolina.
.......

Maria Carolina (1752-1814)
moglie di Ferdinando I di Borbone, regina delle due Sicilie,
alla quale Gabriele Rossetti
dedicò il poemetto
dal quale son tratte
le rime qui riportate.


Di chi fosse il "sacro monte" ispiratore dello scherzoso motteggio è presto detto. Nientemeno che la Regina Carolina, moglie di Ferdinando I delle Due Sicilie, alla quale Rossetti non perdonava la repressione dei moti liberali.
stralcio da "Lunarie de lu Uaste" - ed. 2011

 
Addio, per sempre addio, Patria diletta
cui godrò consacrar la vita intera...........
Gabriele Rossetti
 
Al cospetto di un golfo lunato miracolosamente azzurro, fra le viuzze della vecchia Vasto, dominate dalla mole squadrata e possente della torre di Santa Maria, si trovava alla fine del Sec. XVIII la casa e l'umile bottega di un fabbro.
Quivi da Nicola (1738 - 1805) e da Maria Francesca Pietrocola (1743-1817) nasceva il 28 febbraio 1783 Gabriele Pasquale Giuseppe Rossetti.
Lo spettacolo della visione incomparabile del mare che contemplava dalla finestra della sua casa rimase così impressa nella memoria del Rossetti che, fino alla più tarda età, cantava con lancinante nostalgia di esule:
Vaghi lidi il cui specchio, il cui sussurro
Sol per interna imago or sento e miro
Ove in me riflettea vivido azzurro
D'un bel ciel, d'un bel mar l'emul zaffiro.

Bei campi ove offre il dì che sorge e cade
Quasi smeraldi e perle, erbe e rugiade
Coronato di nubi alto Appennino
Ai cui fianchi pascean torme lanose.

Colline apriche ove scherzai bambino
Ove adulto cantai vallette ombrose
Addio per sempre
: Innanzi al guardo mio
Non verrete mai più
: per sempre addio!
 
La famiglia Rossetti era modesta per nascita, per abitudini e per censo, ma il padre, burbero e severo capo indiscusso della famiglia, volle per i suoi figli maschi una istruzione veramente non comune per quei tempi, educandoli soprattutto al culto dell'arte e della poesia.
Andrea (1765-1832), il primogenito, si avviò al sacerdozio e fu teologo ed oratore facondo e morì canonico della Collegiata Insigne della Chiesa di Santa Maria Maggiore.
Antonio (1770-1853) «barbitonsor frisore» alternava alle cure del mestiere quella della poesia, specie vernacola, in cui era particolarmente versato.
Domenico (1772-1816) avvocato, poliglotta e poeta, si era trasferito a Parma per esercitare la professione forense. Di Domenico Rossetti, citato nella Biografia degli "Uomini Illustri del Regno di Napoli", si ricorda anche la passione per la speleologia e la prima ricognizione, assai ardita per quei tempi, da lui compiuta nella grotta di Montecalvo presso Nizza.
Gabriele (1783-1854), l'ultimo figlio, nato diversi anni dopo i suoi fratelli, dimostrò fin dall'infanzia una spiccata precocità e versatilità di ingegno sia come poeta che come disegnatore «a seppia» per cui si serviva del nero dei calamaretti che egli stesso estraeva.
II suo primo maestro fu il fratello Andrea, ma frequentava anche i corsi di filosofia tenuti da
p. Vincenzo Gaetani del Collegio del Carmine, mentre Benedetto Betti e Nicola Tiberi gli ammannivano elementi di cultura classica e di disegno. Suoi amici d'infanzia furono Pietro Muzii, avvocato, Massimino Barbarotta e Quirino Majo.

Il 27 settembre 1804 moriva in giovane età la Signora Giacinta Leone, moglie del Conte Venceslao Majo, ed il giovane Gabriele, commosso da quella prematura scomparsa, interpretò con patetici endecasillabi i sentimenti di luttuosa partecipazione di tutto il popolo vastese.
Anima bella, ah! Non sdegnar dal Cielo
Quel pianto che versiamo. E ver
; ma oh Dio
T'abbiam perduta, e senza te siam figli
Senza la madre loro
: ah! Tu dal Cielo
Guardaci e compatisci il nostro affanno.
I versi furono bene accetti non solo dalla insigne famiglia Majo, ma anche da Tommaso d'Avalos, marchese del Vasto e maggiordomo della Corte napoletana, che volle dotare l'autore dei mezzi per recarsi a Napoli e completare gli studi presso quella Università.
 
I biografi non menzionano molte notizie relative alla prima giovinezza trascorsa a Vasto da Gabriele Rossetti.
Si narra che da fanciullo, volendo «tentar l'insolit'onda» stava per annegare a Vasto fra gli scogli di San Nicola della Meta e fu salvato dal fraterno amico Federico Chiappini a cui dedicò, fra gli altri, questi versi:
Scortato là da Còrilo (nome arcadico del Chiappini)
Nudo lasciai la sponda
Quel di che curvo e timido
Tentai l'insolit'onda.

Là Còrilo, che pallido
Ai crini mi ghermia,
Rischiò la vita propria,
Sol per salvar la mia.

D'allor compagni unanimi
Ci vide il patrio lido
Quai due colombi teneri
Cresciuti in un sol nido.


e termina
L'affetto soavissimo
Ch'ei m'ha nel sen destato
Potrà soltanto estinguersi
Con ciò ch'ei m'ha serbato.


E se nell'Arte Aonia
Esperto ormai mi veggio
Ne deggio a lui lo stimolo,
La gloria a lui ne deggio.
 
Come tutti i giovani anche Gabriele Rossetti fu sensibile al fascino femminile e scrisse, con l'acerba simbologia arcadica propria dell'età, molti versi dedicati a fanciulle vastesi, di difficile identificazione perché celate sotto nomi di fantasia.
Questo è un esempio di un Idillio scritto alla primissima maniera del Rossetti, certamente prima di partire da Vasto:
Vé come in sull'erbetta
Non tocca dall'està,
Quell'ape scherzosetta
Di fiore in fior sen va
!

Vé che da mille a mille
Torna alla rosa ognor
!
Io son quell'ape, o Fille!
Fille, tu sei quel fior.
In altre liriche si parla di una Nice, di una Clori, Elisa, Argene, ma è quasi certo che l'amore giovanile di Gabriele fu Irene Casilli «la bionda Irene» che forse corrispose all'amore del poeta che, partito per Napoli, non doveva più rivedere.
................................................ . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
Seguia ... quand'ecco (oh giubilo!)
Ecco in quell'ombre amene
Pensosa e solitaria
Venir la bella Irene.

«Irene a cui die' Venere
Quella magia d'amore
Che pria mi fece accorgere
Ch'io chiudo in petto un cuore»

La cui pupilla cerula
Quando alla mia s'affise
Soavemente languida
:
Ama, mi disse, e rise.

 
Ma l'episodio più tragico che turbò con la sua efferatezza i sogni gioiosi dell'adolescenza del Rossetti furono i moti del 1799, anno in cui Vasto fu teatro di una rivolta cruentissima durante la quale alcuni maggiorenti della città, fra cui il Municipalista Floriano Pietrocola, cugino di Gabriele, per aver avuto fede negli ideali di libertà, furono barbaramente trucidati ed esposti al pubblico ludibrio ad opera di reazionari borbonici.
Questi avvenimenti furono certamente determinanti nella formazione del carattere del Rossetti, portandolo ad assumere atteggiamenti antireazionari per i quali combattè, durante tutto il corso della sua vita, ogni forma di tirannia e di sopraffazione.
 
Nel 1804, all'arrivo di Gabriele Rossetti, Napoli era in pieno fermento antiborbonico e dominata dal bonapartismo che vi si andava rapidamente diffondendo, tanto che, appena un anno dopo, insorse costringendo il Re Ferdinando di Borbone ad abbandonare la capitale e riparare in Sicilia.
Salì sul trono di Napoli Giuseppe Bonaparte ed il Rossetti, che sia dalla famiglia paterna che da quella materna, era stato allevato al culto delle idealità liberali tendenti ad abbattere gli ingiusti privilegi della nobiltà feudale, aderì ben presto alle nuove idee pur rimanendo scettico sulle scelte dei Napoleonidi da parte dell'Imperatore e scrive:
Miseria patria mia di che t'allegri
Quando un despota parte e l'altro arriva
!
Ahi, sempre un giogo sul tuo collo trovo
!
Ti è tolto il vecchio e ti vien posto il nuovo
!
Travolta però dal generale entusiasmo la musa del Rossetti ritrova nel rivolgimento dinastico nuova ispirazione ed estro, specialmente estemporaneo, e per il mecenatismo di Giovanni Avallone, barone di Mariglianello, pubblica il suo primo volume di versi (Napoli, Simoniana, 1806).
La poesia rossettiana piacque, oltre che agli ambienti letterari napoletani anche al nuovo Re che gli conferì nel 1806 l'incarico di Conservatore del Real Museo.
Così scrive il Rossetti:
E della gioventù l'idol divenni.
Nelle Accademie ove talor dovei
Qué versi declamar, che all'uopo io scrissi
Serviva di preludio ai versi miei
L'applauso popolar, sol che apparissi.
e sull'onda di questi successi fu nominato «poeta» cioè librettista del Teatro San Carlo con uno stipendio di trenta ducati mensili, ottimo per l'epoca.
È di questo periodo il suo primo libretto melodrammatico «Giulio Sabino» a cui seguì il «Natale di Alcide», «Azione drammatica da recitarsi nel regal Teatro San Carlo per la sera del 15 agosto 1809 nel festeggiarsi il glorioso nome di S. E. Imperatore e Re Napoleone il Grande, Pio, Felice, Augusto».
 
A re Giuseppe successe nel 1808 sul trono di Napoli Gioacchino Murat che, sognando l'unificazione d'Italia, il 23 gennaio 1814 occupava Roma stabilendovi un governo provvisorio di cui fece parte Gabriele Rossetti come «Segretario del Dicastero della Pubblica Istruzione».
A Roma il Rossetti fu nominato socio dell'Accademia Tiberina e di quella degli Arcadi assumendo, secondo le consuetudini, il nome di Filodauro Labediense.
 
Ma appena un anno dopo (1815) cadeva il Murat e tornava il Re Ferdinando di Borbone col nome di Ferdinando I.
A Napoli, malgrado l'incremento urbanistico e culturale operato dai reggenti francesi, il popolo ed il clero non avevano dimenticato la vecchia dinastia per cui Re Ferdinando, rientrato senza la moglie Carolina che aveva fama di essere la sua cattiva consigliera
Ferdinando di mente ferina
Carolina di barbaro cor
!
fu abbastanza ben accolto anche perché si sperava avrebbe concesso, con le auspicate riforme, un governo costituzionale e maggiori libertà.
Ma in tutti gli stati italiani ripristinati nel 1815 dal Congresso di Vienna dopo il tramonto dell'era napoleonica, serpeggiava uno stato di malcontento diffuso in larghissimi strati delle popolazioni.
Gli antichi regnanti che, rientrando in patria, avevano promesso pace e tranquillità, iniziarono invece una lunga serie di repressioni e di vendette contro le forze liberali, che trovavano la sola possibilità di difesa nel potenziamento delle società segrete.
La più importante era la Carboneria che dalla Francia si era trapiantata in un primo tempo nell'Italia Meridionale, dando valido aiuto alle aspirazioni patriottiche e costituzionali soprattutto delle classi borghesi e dell'esercito.
Attraverso le Marche e la Romagna l'organizzazione Carbonara si era ben presto estesa fino al Lombardo Veneto ed anche in Piemonte.
Gabriele Rossetti fin dal 1812 era entrato a far parte della Carboneria e divenne il Segretario del Distretto Carbonaro di Napoli: il suo nome comparve nel 1820 in un proclama in qualità di Fratello-Cugino dell'Assemblea Generale dei Carbonari delle Due Sicilie.
Nell'organizzazione Carbonara conobbe certamente Pietro Maroncelli venuto da Forlì a Napoli, dove si trattenne dal 1809 al 1814, per studiare musica presso il Collegio di San Sebastia
no. Per suo tramite è quasi certo che Silvio Pellico, amicissimo del Maroncelli, abbia potuto conoscere, prima di essere rinchiuso hello Spielberg, i canti patriottici rossettiani.
La prima insurrezione Carbonara in Italia fu quella del 2 luglio 1820 quando i sottotenenti Morelli e Silvati con 127 soldati del Reggimento Reale Borbone Cavalleria disertarono la guarnigione di Nola dirigendosi verso Avellino.
La rivolta, accompagnata dal grido di «Viva Dio, il Re, la Costituzione» arrivò fino a Napoli e Re Ferdinando, visto che l'esercito faceva causa comune con gli insorti, il 6 luglio dello stesso anno prometteva solennemente di concedere un governo costituzionale.
Il 9 luglio il Gen. Pepe a capo dei Carbonari e dell'esercito entrava a Napoli e Gabriele Rossetti, abbandonando la cetra arcadica e classicheggiante di Anacreonte, inalberava fieramente quella di Tirteo e cantando le lotte, le fortune e le speranze degli italiani si pone decisamente fra i maggiori poeti del nostro Risorgimento.
La sua splendida ode «Sei pur bella con gli astri sul crine» è così definita da Giosuè Carducci:
«Inno splendido di immagini antiche e pure per lungo tempo declamato e cantato sommessamente da donne e fanciulli, e pure molesto alla polizia austriaca che nel processo al Conte Arrivabene fé carico di tenerlo e di darlo a leggere, e pure ferocemente inquisito dal Duca di Modena; inno le cui trenta strofe costarono al Poeta ben trent'anni di esilio e la morte in terra straniera».
Nello stesso giorno, 9 luglio, in una comitiva di amici Gabriele Rossetti, che aveva accolto entusiasticamente l'arrivo di Guglielmo Pepe, improvvisava l'ode:
Di sacro genio arcano
Al soffio animatore
Divampa il chiuso ardore
Di patria libertà.
che nel ritornello riportava due versi metastasiani:
Non sogno questa volta
Non sogno libertà
!
Fu acclamato come «Bardo della Rivoluzione» ed il 13 luglio, mentre la folla attendeva con impazienza l'arrivo di Re Ferdinando che doveva recarsi alla Chiesa dello Spirito Santo per giurare la Costituzione, il popolo raccolto dinanzi al Caffé Italia si stringeva attorno al Rossetti che improvvis'ava il sonetto che divenne ben presto popolarissimo:
Sire che attendi più? Lo scettro ispano
Già infranto cadde al suol, funesto esempio
A chi resta a regnar
!

Sire che attendi più
? Già il folgor piomba
O il tuo regnar col popolo dividi
O sul trono abborrito avrai la tomba
!
Il re giurò la Costituzione sull'altare aggiungendo: «che se mai mancava al giuramento, la vendetta di Dio piombasse sul suo capo». I sovrani conservatori della Santa Alleanza, preoccupati per le probabili ulteriori richieste di governi costituzionali, si riunirono a Lubiana e nel gennaio del 1821 costrinsero Re Ferdinando a revocare la Costituzione, affidando all'esercito austriaco l'odioso compito di soffocare i moti liberali.
Gabriele Rossetti fu l'aedo di tutto il popolo napoletano contro il tradimento del Re: scrisse un opuscolo «Alla difesa, Cittadini» in cui «con la prosa veemente eguagliava le sue odi poderose e vindici» suscitando l'entusiasmo fra i volontari dell'esercito rivoluzionario che si stava raccogliendo.
La sua ode «Al campo, al campo» declamato alla società Sebazia nel febbraio 1821 fu ripetuto da tutti i patrioti assieme ad un altro inno che così terminava:
Tremate ormai, tremate
Di vostra iniquità,
O voi che rei vi fate
Di lesa umanità.

I vindici coltelli
Sapran passarvi il cor
I Sandi ed i Luvelli
(1)
Non son finiti ancor.
(1) Carlo Luigi Sand, studente, che uccise K0rtzebue, scrittore ostile alle innovazioni liberali. Pietro Luigi Louvel, sellaio, bonapartista, che pugnalò all'uscita dell'Opera di Parigi Carlo Federico di Borbone, duca di Berry.
Le sorti dei liberali napoletani sono così affidate alle armi e l'esercito armato quasi soltanto di generosità e di entusiasmo fu sbaragliato ad Antrodoco il 7 marzo 1821 dalle ben organizzate truppe austriache.
Alla battaglia partecipò un battaglione di vastesi comandato da Luigi Cardone (1789-1855) a cui il Generale Guglielmo Pepe, comandante delle truppe volontarie napoletane, così rese omaggio nella pag. 246 del II vol. delle sue «Memorie»:
«il battaglione dei militi del Vasto era ordinato meglio di molti di linea, per le cure e per lo zelo dell'egregio maggiore Cardone che era preposto al comando di quello; e che, qualora la libertà nostra non fosse perita, avrebbe ricevuto meritata ricompensa, perché io caldamente lo raccomandai ai Ministri ed al Reggente nei miei rapporti».
È ormai indubbio che Gabriele Rossetti, addestrato all'uso delle armi perché iscritto alla Guardia Nazionale sin dal 1814, prese parte alla battaglia di Antrodoco. In due lettere, una di Ferdinando Ciciloni del 24 novembre 1825 e l'altra del Dr. Costanza del 1847 scritte al Rossetti si parla esplicitamente della sua partecipazione a quel fatto d'arme.
Nelle «Conversazioni Critiche, serie II» Benedetto Croce narra che il Rossetti, pronto a partire per la guerra, improvvisasse questi versi, in verità non molto felici:
Questa spada che al fianco mi pende,
Fatta a foggia di pallida luna,
Lavorata da Mastro Labruna
(1)
Atta a mieter le teste dei re.
(1) Il Labruna era uno dei migliori armaioli di Napoli.
Significativa è anche la prima strofa del Canto Militare scritto dal Rossetti per esortare i giovani a prendere le armi:
O cittadini all'armi
La tromba ci chiamò
Con gli eccitanti carmi
Io pur tra voi verrò
!
In seguito alla sconfitta di Antrodoco il 23 marzo 1821 le truppe austriache entravano a Napoli ed in assenza del Re il Marchese di Circello, presidente del governo provvisorio, promulgò il 9 aprile un decreto con cui condannava a morte tutti i carbonari ed i murattiani ed il Ministro di polizia Canosa ordinava ai suoi sgherri di condurgli Rossetti «vivo o morto».
Per sfuggire al capestro Gabriele Rossetti dovette rifugiarsi in un nascondiglio segreto nel quartiere della Concordia dove rimase per qualche mese.
Comandante della flotta inglese all'ancora nel porto di Napoli era Sir John Graham Moore la cui moglie, Lady Dora Eden degli Aukland, ammirava la poesia del Rossetti del quale era divenuta amica e consigliera.
Per sottrarre al fascino dell'influenza francese i patrioti italiani l'Inghilterra favoriva i moti liberali e l'Ammiraglio inglese,
seguendo le direttive del suo governo e le sollecitazioni della moglie, si assunse il compito di salvare la vita del Rossetti ospitandolo sulla nave ammiraglia Rochefort e conducendolo a Malta.
Rivestita una rossa divisa da luogotenente inglese il Rossetti lasciò il suo nascondiglio e, accompagnato su una carrozza da due ufficiali, raggiunse al porto una feluca che lo trasbordò sulla nave ammiraglia.
Si racconta che un ufficiale della polizia borbonica di guardia al Palazzo Reale vedendolo passare lo riconobbe e gridò: «Per Dio, colui che è in mezzo mi pare il Rossetti», ma non potè raggiungere la carrozza che correva al galoppo.
 
Dopo sei giorni di navigazione arrivò a Malta (1821) preceduto dalla sua fama di poeta e narra che allo sbarco trovò:
«Lieve barca con donne leggiadre,
Costeggiando le spiagge vicine,
- Sei pur bella con gli astri sul crine
- Flebilmente ad un tratto cantò».

«Eran voci di labbra rosate
Dolci voci di vergini e spose
Con un plauso la turba rispose
Ed al plauso la turba sonò
».
A Malta Gabriele Rossetti visse per quasi tre anni insegnando e studiando i classici senza per altro abbandonare l'esercizio della poesia. Ma l'ostilità del Re di Napoli verso il Rossetti era implacabile tanto che esplicitamente lo escluse con altri 13 patrioti dalla pur larga amnistia che aveva concessa
il 28 settembre 1822.
Sollecitando le autorità diplomatiche napoletane la sua estradizione, si rese molto difficile al Rossetti anche la sua permanenza a Malta.
 
La persecuzione fu tale che nel gennaio 1824 fu costretto a riparare in Inghilterra ed il governo borbonico potè finalmente credere di aver riportata una grande vittoria perché in Italia
ormai il nome di Rossetti e le sue poesie facevano paura ai governanti.
Durante la traversata la nave dovette sostare al largo delle coste napoletane che Gabriele Rossetti così salutava:
Addio, gentil Partenope,
Addio, per sempre addio
!
Il 7 aprile 1824 sbarcò a Londra che, come scriveva il suo amicò maltese Sir John Frere, consigliere privato della corona, era «quasi unico asilo agli uomini rei di aver voluto una patria».
All'arrivo Gabriele Rossetti così salutava le coste inglesi:
O Britannia venturosa
Di Nettun possente sposa
Triste nebbia è ver t'ingombra

Ma quest'ombra orror non ha
;
Sii di luce ancor più priva
Pur ch'io viva in libertà
!
Seguendo l'esempio di altri illustri proscritti Gabriele Rossetti, ben noto come poeta e patriota, si procura i mezzi di sussistenza insegnando l'italiano ai figli delle più insigni famiglie londinesi.
Frequenta nel frattempo assiduamente l'ambiente degli esuli italiani fra cui vi era il generale Guglielmo Pepe, l'abate Minicucci, Poerio, Maroncelli e molti altri.
Assidui di casa Rossetti furono: il patriota napoletano conte Giuseppe Ricciardi, lo scultore Sangiovanni, Angeloni purista letterario, il generale Michele Carrascosa, il conte Carlo Pepoli, divenuto poi senatore del Regno, il compositore Michele Costa, Filippo Pistrucci fratello del noto medaglista, il pittore vastese Gabriele Smargiassi e Gioacchino Rossini. Conobbe pure Niccolò Paganini e la celebre cantante Giuditta Pasta.
Con Foscolo, anche perché non ne approvava la vita disordinata, ebbe relazioni superficialissime ed anche diverbi letterari (si ricordi che Foscolo mori nel 1827), mentre ebbe molta dimestichezza con Giuseppe Mazzini pur non condividendone gli aprio
rismi dogmatici repubblicani che riteneva poco favorevoli alla pronta risoluzione della unificazione italiana.
In una lettera Gabriele Rossetti così scriveva al Mazzini: «di repubblica non dobbiamo parlare per adesso: bisogna prima coltivare il terreno rinselvatichito per farlo capace di così squisito seme».
Soprattutto Rossetti frequentava la famiglia del letterato toscano Gaetano Polidori, già segretario di Vittorio Alfieri e traduttore delle opere di Milton, di cui, nell'aprile del 1826, sposa la figlia Francesca (1800 - 1886) di 17 anni più giovane di lui.
 
Nella modesta casa di Charlotte Street 38 nacquero quattro figli i cui nomi sono legati alla storia dell'arte inglese contemporanea:
Maria Francesca (1827 - 1876) suora del Convento di Tutti i Santi, autrice di un'opera «l'Ombra di Dante» che ottenne larga messe di consensi, specialmente per le considerazioni religiose sulla Commedia;
Dante Gabriele (1828 - 1882), poeta e pittore iniziatore della scuola preraffaellita, che rinnovò, col lirismo della primitiva poesia italiana dell'evo medio ed il misticismo pittorico di Leonardo, l'arte inglese del primo ottocento;
Guglielmo Michele (1829 - 1919), autore di pregevoli studi artistici e letterari e una traduzione dell'Inferno di Dante e di una «Vita dei poeti famosi da Shakespeare in poi»;
Cristina (1830 - 1894), considerata una delle maggiori poetesse della moderna letteratura anglo sassone.
 
Nel 1831 Gabriele Rossetti ebbe il riconoscimento delle sue doti veramente insigni di letterato ottenendo la cattedra di letteratura italiana nel Collegio del Re, incarico che tenne fino al 1845, anno in cui fu costretto ad abbandonare l'insegnamento a causa di una grave infermità alla vista che lo rese quasi completamente cieco.
Così Gabriele Rossetti cantava dei suoi figli:
Largo mercé delle mie lunghe ambasce
Pegni di un sacro imen figli diletti,
Non più quest'alma che d'amor si pasce
Bear si può nei vostri cari aspetti
;
L'una e l'altra pupilla estinta e mesta
Per pianger si, non per veder mi resta
.
 
Esulerebbe dai limiti di questa pubblicazione il citare tutti i titoli della enorme produzione letteraria del Rossetti e, tanto più, tentarne, sia pure per sommi capi, un esame critico.
Non può non essere ricordata l'opera dantesca che il lungo esilio londinese ispirò a Gabriele Rossetti. Il suo «Commento analitico della Commedia» doveva constare di sei volumi: solo i primi relativi all'Inferno sono stati pubblicati negli anni 1826 e 1827.
Il manoscritto dei due volumi del Purgatorio è stato donato alla Biblioteca Comunale del Vasto dal figlio Guglielmo Michele in occasione della sua visita del 1893 e pubblicato nel 1966 a cura del Prof. Pompeo Giannantonio.
Quest'opera, che segna una tappa fondamentale nell'esegesi dantesca, intende, con l'altra pubblicazione «La Beatrice di Dante» del 1842, svelare il linguaggio simbolico usato nella Divina Commedia per nascondere dottrine politiche e religiose veramente ardite. Anche se tali interpretazioni furono per lungo tempo osteggiate, in questi ultimi anni sono state riproposte dalla critica e studiate con molta attenzione come è dimostrato da alcune pregevoli iniziative editoriali recentissime. Un contributo notevole in questo campo è stato recato dal Prof. Luigi Valli
(1878 - 1931) con «II linguaggio segreto di Dante e dei fedeli d'amore» dedicato a «Gabriele Rossetti, a Ugo Foscolo ed a Giovanni Pascoli: i tre poeti che infransero primi i suggelli della misteriosa opera di Dante».
Trascurando la produzione giovanile di ispirazione arcadica, è principalmente la poesia politica e patriottica che consegna il nome di Gabriele Rossetti ai fastigi dell'immortalità.
Verseggiatore facile ed improvvisatore di vena non comune, scrisse numerosissime opere di poesia che il Carducci giudicò: «per determinazione di principi e larghezza ad un tempo di idee, superiore a quella del Berchet e del Giusti».
 
Durante tutti gli anni del suo, lungo esilio, cantò tutti gli avvenimenti che si succedevano in Italia nella storia travagliata del suo Risorgimento; il suo «Veggente in solitudine» pubblicato a Parigi nel 1846 ebbe tanto successo in Italia che la Società de Letterati Italiani, attraverso il periodico «Alba» aprì una sottoscrizione nazionale per coniare una medaglia in onore del Rossetti.
Il conio della medaglia fu affidato nel 1847 al romano Nicola Cerbara e reca da un lato l'effigie del Rossetti e dall'altro una epigrafe dettata da G. B. Niccolini (1782-1861), famoso storico, drammaturgo e saggista toscano, che suona:
A Gabriele Rossetti
Degl'invidiosi veri
Che da Dante
Fino al Muratori
Si gridarono
Propugnatore magnanimo
L'Italia riconoscente
A. MDCCCXXXXVII
Come tutti coloro che prepararono con la loro opera la causa dell'unità d'Italia, il Rossetti cantò tutte le angoscie e tutte le speranze dei popoli oppressi d'Europa: dalle giornate del luglio radioso 1830 in cui i francesi abbatterono la tirannia di re Carlo X, alla Grecia finalmente redenta, alla Spagna, alla fine gloriosa della Repubblica di Cracovia.
Degno di particolare menzione è l'inno rossettiano «Minaccioso l'Arcangel di guerra» che, musicato da Gioacchino Rossini, fu con «Fratelli d'Italia» l'inno ufficiale dei garibaldini che nel 1849 combatterono a Velletri ed a Roma.
Travolto dall'onda degli entusiasmi per gli avvenimenti italiani dimentica il vecchio rancore antipapale ed esalta Pio IX che in un primo tempo si era schierato a favore dei moti risorgimentali.
A tal proposito così scriveva all'amico Ricciardi il 10 febbraio 1849: «La mia costanza patriottica io la pongo nel voler sempre il bene dell'Italia, e non sostenere la mia opinione; e cangio questa secondo la circostanza, ma non cangio mai quell'unico scopo supremo dell'anima mia».
E circa due mesi dopo, il 2 aprile 1849 riscriveva allo stesso Ricciardi: «Profetizzo che l'Italia risorgerà dalla presente depressione; ma io non vedrò: forse voi lo vedrete e verrete a dirlo sulla mia tomba».
 
Particolarmente notevole è anche la produzione poetica religiosa del Rossetti fra cui si ricorda il salterio «Iddio e l'uomo» del 1843, il «Veggente in solitudine» del 1846 e specialmente la raccolta
«L'Arpa Evangelica» di intonazione manzoniana che, se pure non considerate fra le maggiori opere rossettiane, non sono da dimenticarsi per l'altezza degli intendimenti che guidavano il poeta ormai vecchio e stanco verso le sue ultime fatiche.
Nell'«Arpa Evangelica» così salutava la patria italiana:
E sopra l'Italia ch'or geme cotanto
Invoco prostrato l'eterna pietà.
Ad essa che scorge quest'alma, sincera,
Mi volgo sovente con umil preghiera
:
Le rozze mie rime dimostrano in parte
Che venner dettate dal patrio dolor
:
Se un tempo mi piacque la lingua dell'arte
Or parlo soltanto la lingua del cor.
Sentendo ormai prossima la fine così cantava:
Allor che giunge al culmine
L'umana vita, ahi lasso
!
Rapidamente al basso
Precipitando va.
Cade nel mar la gocciola
Ed eccola è sparita
!
E' gocciola la vita
E' mar l'eternità
!
 
Il 26 aprile 1854, circondato dai suoi figli ed invocando: «Oh Dio, aiutami tu» la grande anima di Gabriele Rossetti terminava la sua giornata terrena.
 
Della sua opera Gabriele Rossetti, trascinato dagli entusiasmi giovanili per i successi riportati nelle
«Accademie» a cui partecipava con «il più bel fiore dell'Europa intera» fra cui perfino il principe ereditario di Danimarca, così aveva scritto:
Ivi il genio febeo così mi accese,
Ed ei pei versi miei tal plauso ottenne,
Che il degno erede del buon re danese
Tra immensa folla ad abbracciar mi venne...
Io scossi con l'ardir dei miei pensieri
Franchi, Russi, Alemanni, Angli ed Iberi.
Ripercorrendo in vecchiezza le lunghe tappe della sua vita considerava invece le sue intuizioni dantesche le più importanti di tutta la sua produzione letteraria:
E te più ch'altro, a te con pena lascio
Che sei fra l'opre mie quasi gigante
D'elucubrate carte immenso fascio
Cui l'ardito affidai pensier di Dante...
Questo sclamo talor più che i miei carmi
Un passaporto all'avvenir può darmi.
 
Di lui scrisse Francesco De Santis: «II modo col quale un esule può onorare la Patria è mantenersi onesto, domandare i mezzi di sussistenza al lavoro, illustrare il suo paese con gli scritti. Questo fece Gabriele Rossetti e perciò ha diritto alla nostra venerazione».
 
Giosuè Carducci così conclude il suo saggio introduttivo alle «Poesie» di Gabriele Rossetti (Firenze - Barbera Ed. 1879): «A me non avvien mai di rileggere questi versi, che un brivido non mi prenda
e che non mi si inumidiscano gli occhi.
Sento che è cotesto il solo stipendio e che gli uomini possano dare al poeta
; che è cotesta la sola consolazione alle fatiche ineffabili, ai patimenti non creduti di chi l'arte ama di amore.
Beato quello fra voi, o giovani italiani, che potrà raggiungere cotesto premio
; del quale a non pochi nobili ingegni negò la natura fin la speranza, fino il pensiero, fino la degna estimazione».
M. S., maggio 2014

Alcuni aneddoti di Gabriele Rossetti in Inghilterra
stralcio dal volumetto “Gabriele Rossetti, nel 1° centenario (26/4/1854-26/4/1954) della morte” - Edito dall'Arte della
Stampa - Eredi di G. Guzzetti - Vasto - Novembre 1954 - sotto l'alto patronato del Capo dello Stato S. E. Luigi Einaudi
 
Scalata Armonica
Nell'agosto del 1824 Rossetti fu invitato da William Frere a trascorrere alcuni giorni a Cambridge ove lo ospitò insieme alla Signora Pasta e a due gentiluomini di lei amici.
Gabriele Rossetti in una lettera diretta a Lady Moore racconta come egli avesse conosciuto la Pasta a Londra, avendo costei espresso il desiderio di vederlo in seguito al molto parlare che avevano fatto a lei di lui e dei suoi versi, alcuni italiani a Parigi.
A Cambridge - dice il R. a Lady Moore - la Pasta cantò quattro arie: due nel mattino in Chiesa e due di sera in una grande sala.
La folla era così numerosa che Rossetti ed i suoi amici furono costretti ad entrare attraverso le finestre essendo bloccate le porte. "Facemmo così una scalata armonica„ (E. R. Vincent: G. R. in England).
Parecchie persone cantarono, tra cui Colbrand, Stephens e Casalini, ma la Pasta li eclissò tutti. Rossini dirigeva lui.
La Signora Pasta per queste quattro arie cantate in meno di un'ora, incassò circa 200 sterline.
 
 
Rossetti e Rossini
Rossetti che durante un periodo della sua vita (1807) aveva avuto il posto di librettista del Teatro dell'Opera San Carlo a Napoli e che aveva anche una bella voce di tenore, era in buoni rapporti con parecchi musicisti italiani e specialmente con Gioacchino Rossini. Suoi amici erano Pepe, Minichini, Poerio, Paladini, Abbignenti, Aracci, e spesso frequentava la mensa del grande Rossini.
Da questi rapporti nasce la spiegazione del famoso inno:
.... Minaccioso l'Arcaagel di guerra già passeggia per l'Itala terra....
musicato dal grande cigno Pesarese e cantato dai Legionari italiani nelle battaglie del Risorgimento.
 
 
Ugo Foscolo e Gabriele Rossetti
Vivevano entrambi a Londra senza conoscersi e, naturalmente si occupavano di letteratura italiana. Quasi contemporaneamente Rossetti pubblicò “Il Commento analitico sulla Divina Commedia„.
Data l'importanza dell'argomento, sorsero dubbi sull'anteriorità della pubblicazione. Rossetti spiega in una sua lettera l'avvenimento.
È cosa nota al pubblico che io pubblicai il mio primo volume nel 1825 con la post-data del 1826;
e che egli
(Foscolo) pubblicò il suo nel 1826 con l'antidata del '25. Forse egli vi pose malizia: ma io voglio far sapere al mondo una circostanza che potrebbe rendere incerti i posteri sull'anteriorità o posteriorità reale delle due pubblicazioni„.
“Nel Mistero dell'Amor Platonico„ Rossetti afferma inequivocabilmente: Fra me e Foscolo non v'era relazione alcuna: e senza che l'uno sapesse dell'altro stampammo nella stessa epoca e per mezzo di librai diversi, due opere su Dante; io, il Comento Analitico sulla Divina Commedia, egli, un Discorso critico sul testo della Divina Commedia.
Io pubblicai il mio Comento nel novembre del 1825, e per consiglio del mio libraio posi la data dell'anno che stava per entrare. Foscolo pubblicò il suo Discorso nel febbraio 1826, e pose la data dell'anno già uscito, in cui erasi fatta in gran parte l'impressione
„.
Quistione di date e di prestigio professionale.
 
Solidarietà del Rossetti
Durante l'esilio o la prigionia, scompaiono le distanze ed i conterranei sono affratellati da una dolce solidarietà umana.
Scrittori inglesi narrano che Rossetti, sebbene non vivesse in agiatezze, era molto generoso con i suoi compatrioti in Inghilterra ed era molto attaccato ai parenti ancora in vita in Italia. Spesso mandava qualche aiuto al suo vecchio fratello
Antonio barbiere a Vasto. “Or sentite quel che ora posso fare per voi (così scriveva nell'agosto 1838) dopo le perdite inopinate da me fatte: vi mando 60 ducati, cioè 10 lire sterline e spero ogni anno poter fare altrettanto: notate bene che io dico spero. Rinuncio a vostro favore qualunque diritto sull'oliveto dotale di nostra madre, e su qualsivoglia altra cosa cui abbia diritto”.
Antonio Rossetti,
f ratello di Gabriele,
(da un quadro ad olio
di Filippo Palizzi)
 
 
Febbrile attesa
Appena giunto in Inghilterra Gabriele Rossetti, cominciò a frequentare anche la casa di Gaetano Polidori, segretario di Vittorio Alfieri. In una di queste visite rimase colpito dalla beltà della seconda figlia Maria Francesca, che egli chiamava col vezzeggiativo di Fanny. Senza por tempo in mezzo, fece la richiesta al padre con i seguenti versi:
Se al bel nome d'amico unir vi piace
anche di figlio l'amoroso nome,
(e piaccia il ciel che sia), deh non vi incresca
di consegnar l'acclusa alla Francesca.

Ma se ciò vi dispiace, anche per poco,
se la richiesta mia disapprovate,
gettate le due lettere nel foco,
e non sen parli più
; ma deh non fate
che l'amistà fra noi resti interrotta
;
voi punireste una leal condotta.

Scorso un dì, la donzella a me sì cara
risposta affettuosissima mi diede
;
e dopo quattro mesi, innanzi all'ara
ci giurammo fra noi scambievol fede
;
e da quel dì, per noi fermando il volo
Amore ed Imeneo non fan che un solo.
Naturalmente si avvicinava il giorno del primo fausto evento ed il suocero Polidori non vedeva l'ora di diventar nonno e si preconizzava una prole degna dei genitori. Polidori non sapeva nascondere queste sue aspettative ed a sua sorella Margherita scriveva questa lirica:
Non conviene però ch'io dirti ometta
ch'un Rossettino od una Rossettina
d'ora in ora veder nascer s'aspetta.

E speriamo ch''il bambino o la bambina
avrà nobile ingegno ed alta mente,
essendo pasta d'ottima farina.

Informata sarai puntualmente
da Elisa nostra, da noi tutti amata,
amorosa, cortese e diligente.

Ella ha già penna e carta preparata
e so ch'allor molto contenta fia
che dir potrà: la creatura è nata.

Con piacer so ch'udrai che fatta zia
da Francesca tu sei, ed ancor io
godrò di mia prima nonneria.
Nacque infatti la prima figlia a cui fu imposto il nome di Maria Francesca.
 
 
Gabriele Smargiassi a Londra
Si racconta della maniera comica come il grande paesista vastese
Gabriele Smargiassi si annunziò al suo concittadino Gabriele Rossetti, allorché si recò in visita a Londra nel 1838, chiedendo in dialetto vastese: “È queste la case di Gabriele Rusciatte”.
Trasce-trasce frate sè ca stingh'aecche rispose il Rossetti, che alla moglie, trasecolata nell'ascoltare lo strano idioma, spiegò: “È la lengue uastareule”.
Ebbene lo Smargiassi, aderendo ad un legittimo desiderio dell'amico che smaniava per avere sempre presente la sua città nativa, dipinse un quadro di Vasto, che l'esiliato attaccò nel posto d'onore nel suo piccolo salotto di Londra (E. R. Vincent. - R. in England) ed era felice di indicare ai familiari la casa dove nacque e quelle degli amici, avendo a ciascuna applicato un numero d'ordine.
Il quadro si conserva nel museo Rossettiano di Vasto.
Gabriele
Smargiassi
(da un ritratto ad
olio di Vincenzo
La Bella nel
Museo S. Martino
di Napoli)
 
 
Sensibilissimo alle notizie d'Italia
Sensibilissimo alle notizie d'Italia, era felice di ogni piccola notizia ricevuta da Napoli. Era contento di leggere queste parole nella lettera di un suo amico 14 anni dopo aver lasciato l'Italia:
Il pizzaiolo al largo della Carità è sempre il migliore.
Rossetti amava la cucina semplice italiana e sempre parlava italiano a sua moglie ed ai suoi figli e quando era possibile anche ai suoi amici. Florindo Ritucci-Chinni
M. S., maggio 2014

Giudizi su Gabriele Rossetti
stralcio dal volumetto “Gabriele Rossetti, nel 1° centenario (26/4/1854-26/4/1954) della morte” - Edito dall'Arte della
Stampa - Eredi di G. Guzzetti - Vasto - Novembre 1954 - sotto l'alto patronato del Capo dello Stato S. E. Luigi Einaudi
 
Era l'anno 1831. Eravamo cinque giovanotti usciti in una campagna aperta, e ad un tratto un abruzzese recitò un nuovo inno:
Su, brandisci la lancia dì guerra,
Squassa in fronte quell'elmo piumato,
Scendi in capo, ministro del fato,
Oh, quai cose s'aspettan da te!
Quell'Inno ci rimescolò il cuore, ed io ricordo ancora la voce di quel giovane che disse: Sia maledetto l'abruzzese che dimentica Gabriele Rossetti. Oggi io ripeto che nessuno italiano deve dimenticarlo.
Nacque nel 1783 nella città del Vasto: nel 1804 venne in Napoli a cercar pane e nominanza coi facili versi che diceva improvviso. Ottenne gran fama di poeta, ed un piccolo ufficio nel museo: non lodò mai il re straniero: fu Carbonaro nel 1820, fu il poeta di quella rivoluzione, scappò dalla galera con la fuga e riparò in Inghilterra dove visse fino al 1854.
Egli avea un ottimo cuore, una vivida fantasia, una facile onda di versi, e fino agli ultimi suoi anni come udiva qualche fatto che avvicinava in Italia, egli intuonava un canto, e parlava alla sua patria una giovanile poesia. Luigi Settembrini
 
 
II modo col quale un esule può onorare la patria è mantenersi onesto, domandare i mezzi dell'esistenza al lavoro, illustrare il suo paese cogli scritti. Questo fece Gabriele Rosssetti, e perciò ha diritto alla nostra venerazione. Francesco De Santis
 
 
II nome del Rossetti è patrimonio dell''Italia, ma specialmente caro agli Abruzzesi. S. Spaventa
 
 
Gabriele Rossetti, se per invenzione, per impeto lirico e per facoltà rappresentativa, se per novità di forme e squisitezza e condensamento di stile, resta inferiore di molto al Berchet ed al Giusti; per determinazione di principii e larghezza a un tempo di idee avanza il Berchet ed il Giusti...
Le idee del Rossetti risplendono evidentissime in cìascun dei suoi canti e sono: unità d'Italia, cessazione del poter secolare e della tirannia spirituale di Roma: fraternità dei popoli oppressi. Sì questo arcade, questo cantore di Nice e Clori vide dal capo San Vincenzo agli Urali spaziante la libertà su l'Europa e la salutò con magnanimi versi. Giosuè Carducci
 
 
Le (Poesie religiose) composte da un povero vecchio esule e padre di famiglia a conforto della sua cecità; ridondanti per ciò di un forte affetto di religione, che risponde agli arcani bisogni det cuore, che si mesce al sentimento della natura esteriore, che si confonde all'amore della patria e del genere umano, che anzi che schiacciare l'uomo ne rafforza la dignità; queste sono poesie veramente, e belle ed utili e civili poesie.
E desidereremmo che, così facili e armoniche come elleno sono, venissero accolte a far parte della educazione religiosa dei fanciulli ed anche dei giovanetti, a' quali pure si cacciano in testa tante vanità e tante goffagini. Giosuè Carducci
 
 
Gabriele Rossetti è rimasto gloria italiana e l'aureola immortale che lo circonda rifletterà perennemente vivissima luce sul paese che diede i natali a lui come a noi. Filippo Palizzi
M. S., maggio 2014

Victor Hugo e Rossetti
stralcio dal volumetto “Gabriele Rossetti, nel 1° centenario (26/4/1854-26/4/1954) della morte” - Edito dall'Arte della
Stampa - Eredi di G. Guzzetti - Vasto - Novembre 1954 - sotto l'alto patronato del Capo dello Stato S. E. Luigi Einaudi
 
Un gigante dello spirito e dell'estro, del verbo e della passione s'innalzava da un'isola dell'Atlantico, riversando il suo furore magnanimo sugli offensori della Giustizia e della libertà: Vittor Hugo. Cinto dalla schiera smisurata dei suoi fantasmi e delle sue creature tragiche e demoniache, superbe e soavi, ardendo di fede repubblicana, egli fulminava col suo verso i piccoli imperatori e i pontefici tristi.
E non è ammirevole fatto e motivo d'orgoglio per il poeta esule d'Italia questa simultaneità di vita e questa concordanza di pensieri col poeta esule di Francia? Diversità di genio, certo, diversità di poesia; ma le stesse mire, lo stesso splendore, la stessa grandezza nella concezione di una umanità felice, nell'affrancamento nei corpi, nella liberazione delle anime. Usciti entrambi dalla rigidezza del dogma, i due cuori sentirono concordi tutta l'intima poesia del Cristianesimo e in essa meravigliosamente s'incontrarono.
“Io vengo a Voi, Signore! - prega il sovrano del romanticismo. - Pacificato, io Vi porto i brandelli di questo cuore che Voi avete spezzato, Signore!...”
“Signore, t'offro la mia mente e il mio cuore! - dice il poeta d'Italia. - Scrivi tu di propria mano la tua legge nella mia mente, la tua grazia dentro il mio petto!..”
Percotendo i colpi sul suo vasto scudo di bronzo, chi poteva dire a Vittor Hugo che uno stesso fremito di pietà umana e di venerazione religiosa vibrava dalla dolce arpa evangelica sospesa dal cantore italico fra le brume e i tumulti della città protestante? La storia de' popoli e la storia letteraria sono la testimonianza certa di quella medesima fiamma che del fervido poeta d'Abruzzo e del gran cantore di Francia fecero due precursori di libertà, due dissimili e pur consimili conduttori di anime in rivolta. Ettore Meschino (da Gabriele Rossetti e l' ora presente)
 
 
Rossetti e Berchet
stralcio dal volumetto “Gabriele Rossetti, nel 1° centenario (26/4/1854-26/4/1954) della morte” - Edito dall'Arte della
Stampa - Eredi di G. Guzzetti - Vasto - Novembre 1954 - sotto l'alto patronato del Capo dello Stato S. E. Luigi Einaudi
 
Il grido del poeta abruzzese per la rivoluzione napoletana del '20 e il grido del poeta lombardo per la rivoluzione emiliana e romagnola del '30 erano, concordi e unisoni a interpretare l'anima di un popolo, che tutto ormai aspirava a riunirsi compiendo i voti e i tentativi fatti da pochi generosi dal 1796 in poi. Altra ragione per non distinguere l'uno dall'altro porge il loro comune esilio in Inghilterra. Il Foscolo vi si era screditato, e il Berchet aveva però dovuto con rammarico tenersene un po' lontano. Nelle angustie, nei rossori, nel dolore dell'esilio, essi due, il Berchet e il Rossetti, furono maestri agli emigrati di rettitudine e di dignità. Da Londra Santorre di Santarosa scriveva al Panizzi che, l'emigrazione italiana andava acquistando un carettere di permanenza e valore storico:
Siamo tutti debitori all'infelice nazione, di cui siamo la parte sacrificata, di ogni opera nostra, di ogni nostro pensiero, nell'esilio non meno che se noi fossimo nel foro di Roma o nei comizi di Modena o di Torino. Possiamo onorare il nome italiano nella Gran Bretagna coll'intierezza della vita, coll'utilità dei lavori, colla dignità dei discorsi e dei costumi e col sopportare, anzi vincere, la povertà colla sostanza e col lavoro”.
Quanto occorreva di virtù per prendere gli animi degli ospiti e piegarli dalla pietà all'ammirazione!...
Dall'odio al dispotismo e dall'amore alla sua Napoli il Rossetti giunse al concetto dell'unità italiana mantenuta da un governo costituzionale monarchico. Simile anche in questo al Berchet, ammoniva l'amico Giuseppe Ricciardi nel '48:
Di repubblica non dobbiamo parlare per adesso; bisogna prima coltivare il terreno inselvatichito per farlo capace d'un seme sì squisito”; e dopo un lungo esame concludeva affermando la bontà e l'opportunità d'una monarchia vincolata col popolo dalla costituzione, e più dall'affetto!...
Stringe il cuore, a chi sappia che è dolore vero, il sospiro che dalle nebbie di Londra egli mandava verso il sole d'Italia; piace l'affermazione in cui concorda col Bechert nel Romito del Cenisio essergli preferibili le nebbie inglesi agli azzurri del cielo nostro: “O Britannia venturosa - triste nebbia, è ver t'ingombra; - ma quest'ombra orror non ha; - sii di luce ancor più priva - pur ch'io viva in libertà!”.
Guido Mazzoni, Storia letteraria d'Italia “L'Ottocento” (Milano - F. Vallardi pagg. 587-591)
 
 
Rossetti e Mazzini
stralcio dal volumetto “Gabriele Rossetti, nel 1° centenario (26/4/1854-26/4/1954) della morte” - Edito dall'Arte della
Stampa - Eredi di G. Guzzetti - Vasto - Novembre 1954 - sotto l'alto patronato del Capo dello Stato S. E. Luigi Einaudi
 
Quando il nostro Rossetti trovavasi esule a Londra, un giorno, in casa propria, disputava con Giuseppe Mazzini sui procedimenti da tenersi per fare l'Italia e da essa irradiare sull'umanità i benefici de' loro ideali civili. Mazzini sosteneva doversi distruggere affatto il vecchio edificio sociale, per instaurare ab imis fundamentis l'êra novella. Gabriele sosteneva qualche cosa doversi conservare... per lo meno il Cristianesimo. — Ma se è decrepito!, sclamò l'innovatore. Gabriele corse alla finestra, ne spalancò le invetriate, e, mostrando l'astro del giorno, rispose all'amico: “Vedete bene quel sole: è più vecchio di Adamo, eppure sempre bello!”,- E Mazzini non replicò verbo.
Teodorico Pietrocola-Rossetti

M. S., maggio 2014

Gabriele Rossetti e i Moti Costituzionali del 1820-21
stralcio dal volumetto “Gabriele Rossetti, nel 1° centenario (26/4/1854-26/4/1954) della morte” - Edito dall'Arte della
Stampa - Eredi di G. Guzzetti - Vasto - Novembre 1954 - sotto l'alto patronato del Capo dello Stato S. E. Luigi Einaudi
 
I moti Napoletani del 1820-21 fecero di Gabriele Rossetti il “Tirteo delle battaglie della libertà” e lo innalzarono “a poeta della libertà e ad esule per la causa di libertà”.
Fu nella capitale del regno “arcade”, “librettista del S. Carlo”, “improvvisatore” di scarsa vena poetica nel “decennio francese” tanto che appena qualche anno dopo Andrea Mazzarella, cospiratore e patriota della Repubblica del 1799, così lo presentava in una satira dei poeti del suo tempo a Giuseppe Boccanera di Macerata, collaboratore col Mazzarella della grande “Biografia degli Uomini Illustri del Regno di Napoli”:
Costui, che va di stolta gloria insano
che a Caledonî modi itali accenti
mescendo, canta Fille e Coriolano,
ed il non basso ingegno e vivi ardenti
doni di Febo non curò; ma vano
volgare amor cercò tra incolte menti,
è Codro, fabro d'improvvisi carmi,
e tumido cantor di Amor ed armi.
Non dissimile, negli stessi anni, fu il giudizio che diede di lui il marchese di Caccavone e duca di Vastorgirardi Raffaele Petra nel “Testamento di un poeta”.
Diego Vitrioli elogiando, con dubbio gusto storico, il “quinquennio”, gli anni cioè che vanno nel regno di Napoli dalla restaurazione borbonica allo scoppio della rivoluzione costituzionale, parla con ammirazione della “Metastasiana quaedam facilitas” del Rossetti, che è fra i grandi dell'epoca.
Noi, tardi nepoti, non possiamo sottoscrivere tale elogio e di quel periodo ricordiamo, per quanto riguarda il Rossetti, la mancata assegnazione della cattedra universitaria di Letteratura Italiana, della quale parla anche il Settembrini e l'ode “per la recuperata salute del re Ferdinando I. re di Napoli”, che certamente non fa onore al passato di chi “tanti anni prima, aveva coperto d'imprecazioni il Borbone”.
Più tardi di questo carme egli, carbonaro e cospiratore in patria ed in esilio, sentirà “rossore”; ma l'ispirazione di esso è consono al suo comportamento nel quinquennio, che non fu dissimile però da quello di molti altri.
Ma nella rivoluzione del 1820 Gabriele Rossetti sarà “l'anima di tutti i movimenti insurrezionali” e “il bardo della rivoluzione”. S'entusiasma per la libertà e sa interpretare su motivi di canzonetta metastaziana quella nota arcadica diffusa nell'aria dall'ingeniutà politica del parlamento e dei rivoluzionari. Porta in questo modo nella poesia patriottica la sua esperienza di arcade, d'improvvisatore congiunta ad un sincero entusiasmo per le libertà costituzionali per le quali sa scegliere anche la via dell'esilio.
L'inno “Sei pur bella cogli astri sul crine” infiammò gli animi e nell'armonia del suo decasillabo racchiuse gli entusiasmi del popolo. Fu per molti anni declamato e cantato dal popolo di tutta Italia e diede tanto fastidio alla polizia che per il conte Arrivabene di Modena fu nel processo contro di lui un capo di accusa averlo posseduto e dato a leggere; “inno le cui trenta strofe costarono al poeta ben trenta anni di esilio, e la morte in terra straniera”. Compose la sera dello stesso giorno in una brigata amici esultanti al pari di lui” l'altro inno “Di sacro genio arcano” ed alcuni giorni dopo, il 13 luglio, nel Caffè d'Italia a Toledo improvvisò il seguente sonetto, mentre il popolo impaziente attendeva Ferdinando “che indugiava” ad andare a giurare fedeltà alla costituzione nella Chiesa dello Spirito Santo:
Sire che attendi più? Lo Scettro Ispano
già infranto cadde al suol, funesto esempio
a chi resta a regnar? Vindice mano
gli sta sul capo, che ne vuol lo scempio

Sire che attendi più? L'orgoglio insano
ceda al pubblico voto
: il foro, il tempio
voglion la morte tua, resiste invano
il debil cortigiano, il vile e l'empio
?

Soli non siamo
; fin dai remoti lidi
grido di morte ai Despoti rimbomba...
passa il tempo a tuo danno, e non decidi
?

Sire che attendi più
? Già il folgore piomba
o il tuo regnar col popolo dividi
o sul trono abborrito avrai la tomba.
I due inni e il sonetto furono i capi d'accusa contro il poeta quando solo dopo nove mesi il Borbone violò il giuramento e l'autore fu dalla polizia del Canosa “cercato a morte e costretto alla fuga per aver salva la vita”. Non ancora però “il pensiero di patria era assorto in lui a quella larga comprensione”, cui arriverà più tardi quando abbraccierà nel suo canto non solo Napoli ma tutta
l'Italia.
Nel febbraio del 1821 gli eventi precipitano: Ferdinando a Lubiana rinnega la costituzione ed un esercito austriaco si pone in marcia per reprimere nel sangue gli entusiasmi per la libertà. Rossetti scrive proclami su proclami, un opuscolo “All'armi, o cittadini” ed un banchetto, che la Società Sebezia alla fine di febbraio dà a tutti i generali e a vari ufficiali prima che partono per il fronte, compone un inno estemporaneo sulla concordia che deve legare gli ufficiali in guerra e così saluta il loro trionfo dopo la vittoria, secondo lui, immancabile:
Oh qual giorno di trionfo
ci prepara amico il fato
. . . . . .
oh qual gioia in quell' istante
che fra il popolo sovrano
con le palme nella mano
vi verremo ad incontrar.
L'inno suscita un generale entusiasmo ed a tutti si grida: “Al campo, al campo!” ma ben altrimenti fu l'esito della battaglia a Rieti e ad Antrodoco, dove tutti si dispersero al primo urto, tanto che la Fayette, voltosi ad un suo servo che gli era accanto disse: “E tu non fuggi?.....”
Sembra che fra i combattenti vi fosse pure il Rossetti, vestito da soldato; ma a questo episodio della sua vita mai fece cenno per l'amarezza forse del disinganno e dell' umiliazione subita.
Ristabilitosi in Napoli l'assolutismo borbonico Rossetti viene ricercato dalla polizia del Canosa, che non poteva perdonare al poeta i due inni rivoluzionari e il sonetto improvvisato e per tre mesi è costretto a stare nascosto in una cantina di una casa nel quartiere Concordia. Ma Lady Dora Eden degli Aukland, moglie dell'ammiraglio inglese Sir Yohn Graham Moore imbarcato sulla nave Bockfort allora nel golfo di Napoli, liberò il poeta da quell'incomodo rifugio. La signora alcuni mesi prima aveva voluto conoscere il poeta, del quale ammirava le poesie, e ne era divenuta amica e protettrice. Gli offrì asilo sulla nave, che raggiunse scortato da due ufficiali inglesi e travestito con una uniforme rossa da luogotenente inglese. Rimase per un certo tempo nella rada di Napoli sulla nave ammiraglia e poi andò a Malta, dove l'ira implacabile dei governo borbonico continuò a perseguitarlo. Dall'amnistia promulgata il 28 settembre 1822 coinvolte nel moto rivoluzionario costituzionale Rossetti fu escluso con altre dodici persone.
Né si stancò il Governo borbonico di richiedere la consegna del poeta alle autorità inglesi di Malta, come appunto ci mostrano due documenti dell'Archivio di Stato di Napoli. Gli originali dei due documenti inediti sono andati distrutti dal fuoco ad opera dei tedeschi nel 1943 in una villa presso Nola e ne conservo solo le copie, che trascrivo:
II Principe della Scalella, Napoli 5 luglio 1823, comunicava al Principe Alvaro Ruffo, presidente dei ministri e Incarico degli Esteri, la lista degli esclusi e fuggiaschi in Malta”.
Fra questi: “l'Abate Rossetti, poeta, abruzzese (sic!) per quanto si crede; uomo perniciosissimo fuggito senza passaporto. L' ammiraglio Moore lo trasbordò in Livorno, e indi in Malta. Il Governo inglese avendo ordinato di espellersi da Malta que' sudditi di S. M. che vi eran giunti senza passaporti regolari; il Governo dell'Isola di Malta avrebbe fatto partire il Rossetti, ch'è privo di regolar passaporto; ma finora ciò non ha avuto luogo per gl'impegni del detto ammiraglio”.
II Governo Napoletano volle assolutamente che fosse espulso da Malta. Antonio Girardi console generale a Malta il 17 maggio 1823 disse che l'ammiraglio partendo per l'Inghilterra se lo sarebbe portato dietro o chiamato dopo. Era opportuno parlare con l'Hamilton che aveva molto valore
e influenza sul Governo Napoletano
”.
E il console Girardi informa nuovamente il suo Governo su Rossetti:
II Girardi il 20 agosto 1822 scriveva che aveva di nuovo pregato il Governo di Malta per l'espulsione di Rossetti. Il Comandante Plasket lo aveva assicurato che sarebbero stati espulsi quelli senza passaporto, mamasticandogli fece capire che il Rossettiavendo chiesto la carta del soggiorno non gliela aveva accordata, che avendogli intimato di partire mi fece capire che ci erano degli impegni”. Alle proteste del Girardi replicò che si sarebbe provveduto.
Scriveva il 4 novembre 1822 che ormai era l'unico napoletano, ma aveva ottenuto una proroga per un mese, avendo “forti rapporti ”.
Difatti il poeta raggiunse l'Inghilterra, dopo essere passato nuovamente nella rada di Napoli, nei primi giorni di aprile del 1824.
E tale profilo, redatto dalla polizia borbonica che lo seguiva anche in esilio, ci resta di lui:
Rossetti Gabriele, Vasto. - Effervescente settario nella nonimestre. Nel Giornale costituzionale fu chiamato poeta della costituzione. Sono poi notissime le sue perfide poesie, colle quali elogiava il braccio di Louvel. Escluso dall'indulto con decreto de' 28 settembre 1822”.
In seguito dell'atto sovrano de' 16 gennaio 1836 fu proposto il di lui affare, ma agli 11 marzo detto anno fu risoluto di non aggraziarsi ”.
E fra le osservazioni: “Il Min. degli Affari Esteri in data degli 11 marzo 1828 fa conoscere che si trovi in Londra. Notizie particolari portano a credere che in sett. 1830 abbia scritto un proclama sedizioso, consegnandolo a Carrascosa per farlo introdurre nel Reame. Comunicazioni pervenute dagli Affari Esteri in agosto 1833 offrono che il controscritto sia a parte di segreti maneggi co' rivoluzionari francesi per istabilire in Francia la repubblica e la famiglia Bonaparte”.
Tanto pericoloso dunque appariva il Rossetti agli occhi della polizia borbonica, che non poteva dimenticare la parte da lui avuta nei moti costituzionali del 1820-21, e nel suo esilio continuò a seguirlo. Pompeo Giannantonio
M. S., maggio 2014

Gabriele Rossetti: L'Uomo
stralcio dal volumetto “Gabriele Rossetti, nel 1° centenario (26/4/1854-26/4/1954) della morte” - Edito dall'Arte della
Stampa - Eredi di G. Guzzetti - Vasto - Novembre 1954 - sotto l'alto patronato del Capo dello Stato S. E. Luigi Einaudi
 
Concludendo Francesco De Santis il suo saggio su Gabriele Rossetti così si esprime:
Volendo rendere omaggio al nostro conterraneo che menò vita tanto onorata nell'esilio, onorata per lavoro e costanza e per quel che soffrì amando l'Italia; volendo rendergli la vera testimonianza di stima che gli dobbiamo, possiamo dire: l'uomo valeva meglio del poeta”.
Ed oggi che si compie il centenario della morte del grande vastese, se pure non si può condividere in pieno questo giudizio sostanzialmente negativo sulla sua poesia che pure il Carducci ritenne “per determinazione di principi e larghezza ad un tempo di idee superiore a quella del Berchet e del Giusti” non è forse inutile lumeggiare alcuni aspetti, alle volte contradittori, ma sempre genialmente ispirati ad una superiore intuizione artistica che informano la vita e l'opera di Gabriele Rossetti.
Nato in clima di profondi rivolgimenti politici in cui, fra rancori e diffidenze, faticosamente si affermavano i primi conati delle idee liberali, Gabriele Rossetti, appena adolescente, fu testimone delle selvagge repressioni dell'infausto 1799 in cui le bande armate della “Santa Fede” massacrarono i membri della municipalità vastese fra cui Floriano Pietrocola, giovanissimo cugino del Poeta. Il “99” fu, a detta del De Santis, non solo una catastrofe politica, ma anche una catastrofe letteraria; nel mentre infatti i grandi maestri napoletani dal Pagano al Filangieri morivano sul palco o riparavano nel nord d'Italia, alla formazione poetica del Rossetti rimasero soltanto i vecchi schemi della decadenza letteraria del Tasso e del Metastasio e peggio ancora del Filicaia e del Cav. Marino. E fu proprio per questo che Gabriele Rossetti non seppe mai liberarsi dalle intonazioni arcadiche vacue ed ampollose in cui si crogiolava il gusto dell'epoca in netto contrasto con il romanticismo che si andava rapidamente affermando nel mondo artistico milanese.
Anzi il romanticismo fu decisamente avversato dal Rossetti per esempio nella lirica “Al busto di Torquato Tasso”:
Ed or che a strambe fantasie congiunti
garbugli di cervelli ultramontani
ci offron lunghe tregende di defunti
con segrenne, verzieri e talismani,
or che velami da magia trapunti
chiudon folletti astuti e silfi strani
tra cui furor romantico s' avvolve
che d'ogni suo delirio Orlando assolve.
Ma questo atteggiamento non è poi cosi ortodosso nella poetica rossettiana in cui è felice incontrare un contenuto romantico sia pure espresso con forme arcaiche imbevute di classicismo come per esempio nella scena de “Il Corsaro” e nella cantata melodrammatica “Medora e Corrado tratte dal The Corsair di G. Byron. In questo come in altre poesie rossettiane l'intonazione romantica appare come una evoluzione necessaria, quasi ineluttabile, del classicismo freddo ed involuto dettato sopratutto dalle nuove esigenze spirituali dei popoli ispirati al sentimento delle tendenze indipendentistiche e liberali del primo ottocento italiano.
E questo che può sembrare elemento contradittorio dell'arte del Rossetti, vero poeta creato dall'ambiente in cui visse, è forse uno dei maggiori pregi perché proprio del carattere dell'Uomo Rossetti tutto spontaneità, calore e sentimento, delicato e pure esuberante in cui la fatasmagoria dell'eloquio e la vividezza delle immagini sono pur sempre piene di grazia e di armonia.
A Napoli Gabriele Rossetti fu affiliato alla Carboneria, setta di patrioti che mirava sopratutto ad affrancare i governanti italiani dalle ingerenze straniere. Il concetto unitario è ancora lontano e solo successivamente propugnato dai carbonari che sembra annoverassero fra le loro fila anche il principe ereditario di Napoli che fu poi re Francesco I.
La carboneria, che nel suo primo costituirsi aveva i caratteri della setta segreta, era divenuto in seguito una associazione che adunava i migliori cittadini non escluso il clero tanto che a Vasto ne fu a capo per molti anni il canonico Casilli e perfino la statua del Patrono San Michele il 21 luglio 1820 fu insignita nella Chiesa di San Giuseppe della fascia di Gran Maestro della Carboneria.
A questa scuola si formò politicamente Gabriele Rossetti le cui interpretazioni posteriori della Commedia dantesca risentono forse dei simbolismi propri del linguaggio e dei riti carbonari.
Fin dalle prime espressioni poetiche, nettamente arcadiche, seppe trovare, anche in componimenti retorici come nel libretto d'opera “Giulio Sabino” nobili accenti di dignità nazionale.
A questi principi ed alla causa liberale si ispirò l'opera del Rossetti che, anima generosa di poeta sempre pronta a tutti gli entusiasmi, seppe sacrificare le proprie simpatie politiche al raggiungimento del fine che proponeva e per il bene della Patria che sognava libera ed una.
Dagli ossequi giovanili al re Borbone che sperava potesse iniziare il riscatto nazionale e di cui ebbe in seguito amaramente a pentirsi rinnegando i propri versi:
Ah! di mia propria gli struggerei
se non fosser diffusi in più di un loco.
Lodar quell'empio ed incensarne il serto
?
Secol di libertà, sprezzami, in merto
!
Gabriele Rossetti credette poi nell'opera di Gioacchino Murat che seguì a Roma durante l'occupazione degli stati pontifici e sopratutto ebbe fiducia in Carlo Alberto che sempre difese strenuamente dalle accuse di tradimento e di fellonia.
I presupposti indubbiamente laicistici del risorgimento italiano, il Rossetti dimenticò, salutando l'ascesa alla Cattedra di San Pietro di Pio IX, intravvedendo la possibilità della realizzazione della confederazione italica presieduta dal Pontefice che nel salterio “Iddio e l'uomo”, pubblicato nel 1833, aveva auspicato un decennio prima del “Primato”, giobertiano.
Repubblicano convinto, ma senza apriorismi dogmatici o cristallizzazioni dottrinali, così scriveva all'amico Ricciardi “di repubblica non dobbiamo parlare per adesso: bisogna prima coltivare il terreno rinselvatichito per farlo capace di così squisito seme”, quasi a significare che l'Italia non fosse ancora matura ad accogliere le istituzioni repubblicane senza pericolo per la causa unitaria.
Per questi atteggiamenti di realismo politico avversò l'opera del Mazzini che certamente non ebbe come il Rossetti chiara della realtà e delle possibilità contingenti, specialmente durante la prima guerra d'indipendenza in cui l'intransigenza repubblicana del Mazzini gettò un seme di discordia fra i patrioti italiani.
Ma il Rossetti deve ancora una volta ricredersi, e per il triumvirato di Mazzini nella repubblica romana scrive: “Mazzini in Roma fu ammirabile: deh, perché non fu tale anche in Lombardia! Destino d'Italia! Quei suoi figli che più l'amano son quei che le han fatto più male”.
Questi atteggiamenti solo apparentemente dissimili non possono però essere interpretati come manifestazioni di opportunismo deteriore in Gabriele Rossetti, sempre alieno da ambizioni o da propri vantaggi, il cui credo politico mirabilmente così si esprime negli ultimi anni della sua vita:
“la mia costanza patriottica io la pongo nel voler sempre il bene dell'Italia e non nel sostenere la mia opinione, e cangio questa secondo le circostanze, ma non cangio mai quell'unico scopo supremo dell'anima mia”.
Molto si è scritto sulle opinioni religiose del Rossetti ed in maniera diversa a seconda delle tesi che si volevano sostenere. Certo ebbe profonde convinzioni religiose che solo considerazioni politiche riuscirono a fuorviare, mai completamente, se nello stesso “spirito antipapale” si disse dolente di esser “costretto a pubblicare un libro che dispiacerà alla Chiesa Cattolica”.
Ormai al tramonto di una vita travagliata, conterraneo esiliato a Parigi il Rossetti scrive una lettera che è “quasi il testamento di un esule, che dopo aver dato l'ultimo addio alla Patria, lo dà ora al mondo. Finché però vita mi resti, griderò Patria, Umanità, Religione”.
Ed è all'umanità di Gabriele Rossetti che ho voluto tentare di rendere un omaggio modesto e devoto in questo centenario della sua morte. E se il ricordo di un Uomo che pagò con povertà ed esilio il suo amore per la Patria può ancora, con la virtù dell'esempio, far fremere di commossa fierazza l'animo degli italiani, si può sempre sperare nel destino immancabile del nostro popolo e nelle fortune d'Italia. Dr. Giuseppe Pietrocola
M. S., maggio 2014

Gabriele Rossetti, pittore
stralcio dal volumetto “Gabriele Rossetti, nel 1° centenario (26/4/1854-26/4/1954) della morte” - Edito dall'Arte della
Stampa - Eredi di G. Guzzetti - Vasto - Novembre 1954 - sotto l'alto patronato del Capo dello Stato S. E. Luigi Einaudi
 
Secondo un principio del filosofo Ippolito Taine circa l'influenza della natura sulla formazione di un individuo, abbiamo a Vasto molti esempi di giovani e alle volte di famiglie intere che, vivendo in un ambiente favorevole, hanno avuto l'afflato del genio.
Fra questi, Gabriele Rossetti, vissuto da giovinetto al cospetto di un panorama eccezionale e di una natura lussureggiante, principiò a manifestare le sue diverse qualità artistiche, cominciando dalle figurative, avendo avuto a maestro fra gli altri il Conte Nicola Tiberi, arcadico e pittore di una certa rinomanza, di cui si conservano opere notevoli nella nostra città. E fu questa una delle ragioni perché il conte Venceslao Majo con una commendatizia per il marchese del Vasto Tommaso d'Avalos, lo avviò a Napoli nel 1804, per farlo perfezionare nelle arti umanistiche.
Poco rimane di questa sua prima inclinazione, salvo
qualche raro disegno ad ornamento delle sue poesie e lo schizzo a penna che riproduciamo. A Napoli il nostro poeta subì profonde trasformazioni, che un giorno avrebbero dovuto renderlo celebre, conservando per il suo primogenito Dante Gabriele, quella scintilla che doveva renderlo famoso tra i pittori del tempo e caposcuola insieme a Rusckin, della fratellanza preraffaellita.
M. S., maggio 2014

La Storia della Medaglia D'Oro dedicata a Gabriele Rossetti
Vasto, la città natale del Tirteo d'Italia, commemorò il suo cittadino più illustre nella memorabile giornata del 12 settembre 1926, con l'inaugurazione del monumento realizzato dallo scultore Filippo

Cifariello, su di un basamento in pietra lavorato
dal marmista decoratore Pasquale Gravinese.
Ma già nel 1847, quando il poeta vastese era ancora in vita, una società di letterati decise la realizzazione di una medaglia dedicata al grande poeta e patriota italiano.
Il biennio 1846-1847 fu per Gabriele Rossetti particolarmente prolifico dal punto di vista delle pubblicazioni, quanto difficile dal punto di vista fisico, a causa di una parziale cecità. Il poema polimetro Il Veggente in solitudine e Roma verso la metà del secolo decimonono, entrambi del 1846, e i componimenti intitolati versi e i carmi dati alle stampe l'anno successivo sotto il titolo Cracovia, a coronamento di una vita spesa per la libertà e per la patria, gli valsero una pubblica sottoscrizione per la realizzazione di una medaglia.
L'idea nacque al letterato toscano Francesco Silvio Orlandini (1805-1865), il quale condivise con un altro letterato, Giambattista Niccolini, la diffidenza dinanzi alla fiducia nel ruolo di Pio IX
ai fini della causa nazionale. "Poiché, appunto nel 1847, quando l'illusione comune era al suo colmo", scriveva Stanislao Bianciardi nel 1868, "egli promosse, e trovò altri i quali lo assecondarono, una società per far coniare una medaglia a Gabriele Rossetti, al più fiero avversario, come tutti sappiamo, dei Papi. E i conii ne furono infatti eseguiti dall'egregio incisore Cerbara di Roma, e furono scritte dal Niccolini le parole da incidere nel rovescio".
La Società de' Letterati Italiani, attraverso l'iniziativa promossa da Francesco Silvio Orlandini, Enrico Mayer e Giuseppe Bardi, infatti, aveva aperto una pubblica sottoscrizione, successivamente rilanciata attraverso L'Alba, giornale politico-letterario fondato a Firenze nel giugno del 1847. È l'amico Filippo Pistrucci (tra l'altro autore di un ritratto del Rossetti), a comunicare all'esule vastese l'iniziativa, attraverso una missiva spedita il 28 novembre del 1847, dove riporta il testo firmato dai tre letterati toscani, pubblicata sul giornale L'Alba del 18 novembre. "Circa un anno fa", si legge nell'articolo, "fu aperta una sottoscrizione all'oggetto di raccogliere i mezzi onde dar coniare una medaglia d'oro in onore di Gabriele Rossetti esule in Inghilterra fino dal 1821, il quale con rara fermezza ha sempre cercato e voluto col cuore, coll'ingegno, coll'operosità della vita giovare al bene d'Italia - e così persevera anco adesso che è divenuto cieco.
La medaglia incisa dal sig. Niccola Cerbara,
sarà terminata per il 30 di questo mese. Ha il diametro di millimetri quarantasette. Da una parte ha il ritratto dell'uomo illustre a cui è consacrata, ed attorno il suo nome, e la data dell'anno corrente. Dall'altra parte è una iscrizione dettata appositamente da G. Battista Niccolini, e posta in mezzo ad una corona formata da due rami, uno d'alloro, l'altro di spino.
Di questa medaglia saranno coniate alcune copie in bronzo a seconda dei mezzi che potranno raccogliersi e, prelevate le spese, saranno vendute a profitto di un'opera italiana di nazionale beneficenza presso la Direzione dell'Alba.
Eseguite le copie, i conj colla medaglia d'oro saranno rimessi a Gabriele Rossetti da una Deputazione d'Italiani residenti in Londra.
Si è costituita una Commissione composta dagl'infrascritti per prevedere a quanto sia necessario relativamente a questa sottoscrizione.
Darà conto del proprio operato nell'Alba,
presso la cui Direzione Amministrativa è aperta pure la sottoscrizione
".
Questo le parole incise sulla medaglia:

A
GABRIELE ROSSETTI
DEGL'INVIDIOSI VERI
CHE DA DANTE
FINO AL MURATORI
SI GRIDARONO
PROPUGNATORE MAGNANIMO
LA ITALIA RICONOSCENTE
A MDCCCXXXXVII
"Forse appunto per questo parlare, sì forte e chiaro", spiegò il Bianciardi, "la medaglia non parve frutto di stagione".
Nell'ottobre dello stesso anno indirizzò al Niccolini un appassionato sonetto nel quale si scagliò contro quegl'italiani che "lasciato solo il gran poeta civile si facevano abbindolare dalle nuove utopie di papi-re liberali e riformatori".
Per diversi anni la medaglia cadde nel dimenticatoio fino a quando nel 1871, Sebastiano Corradi, Consigliere di Prefettura a Livorno, fece da tramite per far acquistare il conio dal Municipio di Vasto.
A tal proposito venne intraprese la trattativa con l'onorevole Leopoldo Orlandini di Livorno, il quale con una nota del 1° maggio si mostrò propenso a cedere i conii in parola, al costo di mille lire, accennando anche ad una piccola riduzione dell'importo per favorire l'acquisto da parte della città natale dell'illustre poeta. "Ora che un grido fraterno di culto ai Martiri della libertà echeggia da un capo all'altro di questa Penisola", si legge nella delibera del 7 luglio 1871, "e che l'onorevole Deputato d'Ajala vuol rivendicare le ceneri del nostro Cittadino per venerarsi in questa terra rinnovellata di libertà, in riparazione dell'esilio che affrontò in vita quel Tirteo della Rivoluzione del 1820. Conviene che questa Città fortunata per avergli dato i natali, alzi pur essa la voce a benedire l'onorata memoria". Oltre ad autorizzare l'acquisto del conio, il Consiglio propose la formulazione di una petizione al Ministro della Pubblica Istruzione Ajala per la traslazione delle ceneri del Rossetti dal cimitero di Highgate a Londra alla chiesa di S. Croce a Firenze, come era stato fatto poco tempo prima per le ceneri del poeta Ugo Foscolo.
Della medaglia furono coniati cento esemplari, di cui novantasette arrivati a Vasto e tre trattenuti a Roma. Il conio, ritirato dalla Zecca di Roma, venne conservato nel Museo Archeologico di Vasto.
La medaglia servì soprattutto come mezzo di propaganda per sensibilizzare autorità e personaggi in un certo senso influenti, alla realizzazione del monumento, infatti se ne donarono alcuni al Re, ai Principi Reali ed a uomini illustri come i pittori vastesi Filippo e Giuseppe Palizzi. "Il Consiglio", si legge nella delibera del Consiglio Comunale del 9 ottobre 1880, presieduta dal Sindaco Francesco Ponza "considerato che questa Città, con apposita medaglia commemorativa, coniata dal Cerbara di Roma e decorata di speciale epigrafe del chiarissimo Giambattista Niccolini, eternava la memoria del più grande de' suoi figli Gabriele Rossetti, il Tirteo della libertà, il martire illustre, cui l'amore per la Patria fruttava i dolori dell'esilio. Considerato che il Comune fece battere un buon numero di esemplari di tale medaglia, nell'intendimento di offrirla in dono ai più eminenti personaggi che onorano il paese. Che in questa schiera nobilissima vanno meritatamente annoverati i fratelli Filippo e Giuseppe Palizzi, i quali, con la celebrità del loro pennello, sono giunti a formare una gloria non pure di questa loro Città natia, ma dell'arte stessa italiana. Che la immagine di quell'insigne Bardo Cittadino, incisa da man maestra, non può avere miglior ventura, che quella di essere presentato in omaggio ad artisti di tanta rinomanza; i quali apprezzeranno forse un tal dono più che tutte le onorificenze largite loro dall'Europa; scorgendovi l'amplesso eloquente che si scambiano le due gemelle nell'arte, la Poesia e la Pittura, ai nomi illustri del Poeta della Libertà e dei Capiscuola della Pittura Napolitana".
stralcio da art., a firma Lino Spadaccini, apparso sul blog "www.noivastesi.blogspot.com" - 26 aprile 2015