Figure di Vasto, da ricordare
Carlo Della Penna
Industriale e grande filantropo. Emigrato in Argentina, divenne uno dei più
valenti industriali, editore e fondatore della rivista culturale "Histonium"

(Vasto, 1879 - Buenos Aires, 1971)
 
Emigrato giovanissimo a Buenos Aires in Argentina nel 1896 a 19 anni, in quell'America Latina che veniva generalmente definita l'Amèreca puvurèlle per distinguerla dagli Stati Uniti, a tasche vuote, ignaro della lingua spagnola e senza essere conosciuto da alcuno, dopo aver esercitato i mestieri più disparati, associandosi all'amico concittadino Luigi Ruzzi, riuscì a creare dal nulla una grandiosa Azienda per la lavorazione della carta e di oggetti di cancelleria ed editoriale che diventa la più importante del Paese.
Appassionatamente innamorato dell'Italia e degli italiani, s'impegna in iniziative di sostegno ai connazionali sia in Argentina che in Patria.
Accoglie premurosamente nella sua ditta i connazionali che emigrano, finanzia l'Ospedale italiano di Buenos Aires, una Scuola italiana nella Capitale (il Governo dell'Argentina ha disposto ed eseguito verso la fine degli anni 2000) la traslazione della salma di Carlo Della Penna,
nella zona monumentale del cimitero di Buenos Aires), fonda la rivista Histonium che diventa un mezzo importante di promozione e di diffusione della cultura nazionale in Sud America ed alla cui direzione nomina il giornalista Giorgio Pillon.
Carlo Della Penna (ritratto del pittore
Franco Paolantonio)
 
A Vasto riserva tuttavia gran parte dei suoi pensieri e progetti:
 
Crea un moderno Asilo Infantile "Carlo Della Penna", la sua migliore e più grande opera, grandioso e modernissimo, aperto nel 1955, per 300 alunni, costruito nel sito più elevato e idoneo della Città;
  il grande pannello decorativo in bronzo della facciata, raffigurante
"Il Trionfo del Lavoro" - 1954,
costituisce forse il capolavoro dello scultore Enrico Menfrini.
Pannello bronzeo sulla facciata dell'Asilo "Carlo Della Penna" - Vasto
 
Dona un ampio terreno in zona San Nicola alla Comunità dei Salesiani per la creazione di una scuola di formazione professionale, istituisce e sostiene il Premio Vasto d'arte figurativa che per qualità e rigore s'impone a livello nazionale.
 
E' intervenuto generosamente anche a favore del Museo, dell'Ospedale, delle Chiese di San Pietro e S. Giuseppe, delle Suore della Croce, dell'Istituto Commerciale e della Scuola Tecnica, della Dante Alighieri, tanto che fu insignito di medaglia d'oro dal Ministero della P.I. per le munificenze a pro degli istituti di cultura di Vasto.
 
Famosi sono i suoi quaderni offerti alle scuole elementari e professionali di Vasto, a favore dei ragazzi più bisognosi, per diversi anni, con l'immagine del golfo di Vasto e la
poesia dedicata a Vasto
dal poeta vastese Gabriele Rossetti.
Copertina del quaderno diffuso in migliaia di esemplari tra gli studenti vastesi, anni '40/50
 
E' stato un grande filantropo. Era benefico, ma anche religioso, e perciò affidò la direzione dell'Asilo alle Suore della Croce per una educazione cristiana dei bambini.
Fonti:......... ................................................................................................................................................
1) Libro "Histonium ed il Vasto" di Vittorio d'Anelli - Ed. Cannarsa - Vasto, luglio 1999

2) Libr
o "Lunarie de lu Uašte" - ed. 2003.........................................................................................

"Quel pomeriggio del 1962 con don Carlos Della Penna"
Il ricordo è a firma dell'avv. Franco Cianci di Termoli, figlio di Benedetto nipote di don Carlo.
 Il professionista
ripercorre i momenti intensi della nostra emigrazione,
mettendo in evidenza l'impegno e i sacrifici dei nostri connazionali all'estero.

Un pomeriggio di un giorno di agosto del 1962, apparve nel mio studio legale in Termoli, una bella ed imponente figura. Il volto bello, non solcato da una ruga, i capelli candidi, un sorriso smagliante, spalle larghe come quelle di un giocatore di rugby, la mano possente, una altezza fuori dal comune.
Sono venuto qui – mi disse – perchè volevo conoscere il figlio di mio nipote Benedetto.
Sono Carlo della Penna
”.
Io che conoscevo perfettamente la storia di questo straordinario uomo, che sapevo in Argentina, ne rimasi sconvolto e affascinatamente colpito. Era il leggendario Carlo della Penna, di Vasto, uno dei primi emigranti in America del Sud, da Vasto.
Era sbarcato a 16-18 anni in uno dei più grandi paesi del Sud America, alla fine dell’800, all’epoca del grande pionierismo che avrebbe trasformato e fatto crescere le Americhe del Nord e del Sud. Aveva attraversato l’Oceano Atlantico, con una di quelle grandi navi (di cui successivamente fu grande emblema la Rex -1930-) che fecero grande la Marina Mercantile Italiana.
Occorrevano quasi trenta giorni perchè queste navi, cariche di speranza, di volontà e di futuro, attraversassero l’oceano, turbolento e periglioso.
Avevano lasciato, quegli emigranti, alle spalle, il Meridione d’Italia, che era, invece, carico di miseria, di disperazione; quell’Italia, dolorosamente descritta dai Meridionalisti, da Giustino Fortunato a Gaetano Salvemini, e, poi, da Francesco Compagna a Carlo Levi, e da tanti altri.
Era solo Carlo, non una lira, quando sbarcò nella grande città di Buenos Aires. Si trovò davanti una città completamente ignota, con un retroterra enorme, quasi del tutto sconosciuto (le Pampas). Era una di quelle città in cui si stavano sviluppando i segni della metropolitanità. Un miscuglio di razze, a quell’epoca, di origine prevalentemente europea.
Era un giovane, Carlo, particolarmente intelligente, pieno di voglia di riscatto, di rivalsa, contro la miseria che si era lasciato alle spalle, contro tutti i lacci che gli tarpavano le ali, e che, come avrebbe detto più tardi Andrej Donatovic Sinjavskij (in altro contesto storico), gli impedivano persino di respirare.
All’inizio dovette arrangiarsi come poteva: garzone di bottega, insomma la solita storia di tutti coloro che potevano definirsi “self made man”. Capì subito che si potevano fare affari con la carta, e con gli articoli di cartolibreria.
Aprì un negozietto a piano terra su una strada importante di Buenos Aires e gli affari iniziarono subito a fiorire. E, quando, nel 1905 arrivò in Argentina, uno dei suoi congiunti, ovvero mio padre (aveva soltanto 16 anni) Carlo era già un imprenditore affermato. Un giro di affari importante nella vita della grande metropoli argentina. Mio padre venne subito assunto da zio Carlo; anch’egli era arrivato con un viaggio straziante durato 30 giorni, senza arte né parte, soltanto con un piccolo diploma di scuola (allora ginnasio, oggi scuola media) da Mafalda (CB).
Don Carlo – così mi raccontava nei suoi interminabili ricordi – dormiva pochissimo, tutto preso dalla alacrità del suo lavoro. Gli domandai come riuscisse a tanto. La sua tempra forte gli permetteva di raggiungere questi meravigliosi traguardi. Le cose gli andavano molto bene. Mio padre faceva per lui il “commesso viaggiatore”. Spesso attraversava a cavallo le pampas argentine tra un villaggio ed un altro. Don Carlo si beava in tali ricordi.
Cominciò a produrre in proprio articoli di cancelleria di ogni genere. Fino alla prima guerra mondiale, aveva già creato in Argentina un impero. Aveva aumentato la quantità e la qualità delle sue produzioni industriali. Aveva acquistato una cartiera. Ma, verso la metà degli anni 10 del secolo scorso, quando mio padre, insieme ad un fratello, Francesco Saverio Cianci, vollero rientrare dopo 10 anni in Italia, perché ligi al dovere di partecipare come reclute alla grande guerra, don Carlos subì un terribile evento. Un incendio – non si seppe mai di quale origine fosse stato – mandò all’aria tutta la sua azienda, produttrice di cancelleria. Don Carlos cadde in una profonda depressione. Mi diceva che la sua forza gli venne improvvisamente a mancare. Precipitò nel buio dell’abulia più totale.
Furono anni durissimi. Mi raccontava, con una forza quasi drammaturgica, che si faceva legare ad una sedia da un suo maggiordomo, non per stare, come Vittorio Alfieri, sui libri, ma per infliggersi una tortura fisica, in maniera che i legacci gli arrecassero dolori, come fosse un cilicio. Riuscì a superare quei terribili momenti, e l’azienda si riprese alla grande.
Lo aveva raggiunto, pressappoco in quegli anni, un altro nipote, Carlo Marinucci, che contribuì alla crescita della sua azienda.
Seguirono ore ed ore interminabili ed affascinanti di racconti.
Da persona intelligente ed autodidatta qual’era, sapeva di tutto: della politica, nazionale ed internazionale, delle sventure della sua patria d’adozione, l’Argentina, parlava di classi sociali, di emigrazione, di lavoro e di tanti altri argomenti.
Tornava puntuale, come una rondine di primavera, tutte le estati a Vasto, in maniera da sfuggire ai rigidi inverni argentini.
Restaurò e integrò la sua azienda, la “cartiera” , divenendo la più grande in Argentina, come lo erano, in Italia, quelle di Fabriano.
Ma grandiosa fu l’opera di mecenatismo, creando società, letterarie e scolastiche. Aveva, nel frattempo, fondato un prestigioso mensile, in bella carta patinata, l’Histonium, di cui cominciò ad inviarmi le annate complete.
Fondò a Buenos Aires un Istituto scolastico enorme, italo-argentino, per figli di emigranti.
Creò una fondazione a suo nome per l’assistenza agli emigranti italiani.
A Vasto costruì, interamente a sue spese, un asilo infantile intitolato a suo nome .
Donò al Comune di Vasto un suolo edificatorio, sul quale il Comune eresse l’Istituto Tecnico Industriale, nell’ambito del quale istituì delle borse di studio per i ragazzi più bravi, tra i quali ricordo Gino Cannarsa e Giuseppe Desiato.
Il Comune di Vasto – benchè meritevolmente conservi un ritratto di Carlo, in una delle sale comunali – dovrebbe essergli grato. Ad es., l’Asilo Infantile avrebbe bisogno di urgenti restauri.
Non era sposato: quando tornava in Italia, in quegli anni soleva alloggiare o all’Hotel Jolly nei pressi del campo sportivo, o presso lo stesso asilo, assistito dalla nipote, prof.ssa Marinucci, sorella di Carlo. Quando andavo a trovarlo a Vasto, tutte le estati, accompagnandolo a piedi, lungo il corso di Vasto, si fermava presso il negozio di scarpe Marino.
Notavo l’amore e il rispetto verso quest’uomo dal carisma silenzioso e dal fascino discreto: “Don Carlo, Don Carlo”, esclamavano i passanti, elargendogli strette di mano, che lui ricambiava con vigore.
La storia sarebbe ancora lunga, ma, per ragioni di tempo dei lettori, la terminiamo qui con l’augurio che il Comune si ricordi di questo suo figlio straordinario dalla volontà tenace.
Nato, vissuto e cresciuto come emigrante e a fianco di emigranti, sempre dalla parte della gente. L’amore per la sua patria e per Vasto, fu grande.
Dopo la sua morte, avvenuta nel 1971 a 92 anni il suo impero cominciò a vacillare.
La famosa e grande cartiera, che aveva dato lavoro a centinaia, forse a migliaia, di persone nel tempo, quasi tutti emigranti di Vasto, e che era uno dei gioielli della industria argentina, cominciò a vacillare.
La decadenza fu repentina ed inesorabile, nonostante l’intervento dello Stato argentino.
Chiusa nel 2012, essa è, oggi, un desolato monumento di paleontologia industriale, con lo stemma della città del Vasto che campeggia sulla principale delle sue facciate, su una via molto trafficata di Buenos Aires.
Franco Cianci
stralcio da art., a firma Franco Cianci, apparso su "www.vastonotizie.it" - 2 feb. 2015