Caduti di guerre:
Giuseppe Ricci, vastese
Patriota caduto eroicamente a Mentana, garibaldino d.o.c.
(Vasto, 17 marzo 1844 - Mentana, 3 novembre 1867)
 
Il 3 novembre del 1867, nella tragica battaglia di Mentana, moriva il vastese Giuseppe Ricci.
Nato a Vasto il 17 marzo 1844
dalla nobile ed agiata famiglia dei Conti Ricci, Giuseppe si trasferì in giovane età a Napoli, per proseguire gli studi letterari e filosofici, presso l’Università partenopea.
Fin da giovane, mostrò il suo pensiero liberale attraverso la poesia.
A quindici anni scrisse un Canto agli uomini illustri d’Italia dove vedeva
...l’unità della nostra penisola sotto Vittorio Emanuele.
Nel 1860, ispirato dalle imprese di Giuseppe Garibaldi, scrisse un Inno di
...Guerra capace di infervorare gli animi dei patrioti.
Molto duro il Ricci nei confronti della Roma Pontificia. Ricordiamo che la fine
del potere temporale avverrà solo il 20 settembre 1870, quando l’artiglieria del Regno d’Italia aprirà una breccia di circa trenta metri a Porta Pia, che permetterà loro l’ingresso.
No: l’Italia non è, né debb’essere confusa colla Chiesa di Roma”, scrisse il Ricci sulle pagine de Libero Pensiero, Giornale dei Razionalisti, in data 10 gennaio 1867, “perché lo spirito creatore di questa è esaurito, e l’Italia chiude in sé il germe d’una vita avvenire”.
E ancora:
Piucché cattolica l’Italia fu vittima dell’ignoranza. L’ignoranza! Ecco l’arma onde Roma si valse per dominare; e al grido potente della ragione essa risponde coll’indice, negazione dell’umano intelletto Per chiamare pane al pane, osiamo affermare che la più grande sventura che funesti oggi l’Italia sia quella di possedere nel suo seno il papato, pomo della discordia, e vaso di Pandora per questo nostro disgraziato paese”.
Il Ricci chiuse la prima parte del suo intervento con un forte appello:
Dall’alto del Vaticano un cadente pontefice ha lanciato una sfida all’Italia: raccogliamo il guanto, e fra noi siano giudici l’avvenire e la storia. Istruiamoci ed istruiamo; rendiamo uomini quelli che Roma vuol bruti, e il trionfo non potrà certo fallirci”.
Scrisse anche un carme a Gabriele Rossetti, per il quale il Ricci era un fedele ammiratore e, in
...un opuscolo stampato, invitava i suoi concittadini ad erigere un monumento alla sua memoria.
Nei primi mesi del 1865 si trasferì a Firenze e collaborò come giornalista nel Diritto e nella
...Riforma. Sul primo, pubblicò tre lettere, successivamente ristampate sotto forma di opuscolo,
...nella quale il Ricci trattò della questione del potere temporale dei papi.

Arruolatosi nei garibaldini per la campagna romana del 1867, fece parte della colonna del Frigesy.
A Monterotondo combattè valorosamente insieme ai suoi compagni, rendendosi protagonista della vittoria, come racconta Quirico Filopanti (pseudonimo di Giuseppe Barilli) nel Resto del Carlino del 21 novembre 1891:
Il generale Garibaldi mi disse: Filopanti, minate il castello. Mentre io mi stillavo il cerebro per superare la grave difficoltà della mancanza di polvere, il capitano Agapo Ridolfi, mio amico ed ora dimorante in Bologna, ebbe la felice ispirazione di dare ordine a Giuseppe Ricci (vastese), suo milite, di mettere il fuoco ad un carro di fieno in prossimità delle scuderie del castello. Quel principio d’incendio determinò il colonnello comandante la legione d’Antibo, ad esporre dalle finestre la bandiera bianca”.

In una lettera indirizzata alla madre, tre giorni prima della battaglia di Mentana, Giuseppe così le scrisse:
Ho preso parte all’attacco di Monterotondo e un colpo di mitraglia ha ucciso due ufficiali al mio fianco. Siamo rimasti due giorni senza mangiare; la sete poi la soffriamo spessissimo. Ora siamo a cinque miglia da Roma, e dalla terrazza ove sono scorgiamo gli avamposti nemici e la cupola di san Pietro, che giganteggia in mezzo ai superbi edifici romani. In questo momento giunge l’ordine di tornare a Monterotondo per riorganizzarci e rimpannucciarci. Scrivetemi li, e la lettera mi giungerà senza fallo”.

Il 3 novembre 1867, nella tragica battaglia di Mentana, il Ricci fu uno dei primi a cadere sotto i colpi dei francesi. E così svanì il suo forte desiderio, per il quale aveva combattuto, quello di vedere tutta l’Italia riunita.
Sulla lapide collocata sulla parete del Palazzo Comunale di Vasto, per iniziativa del Club Amici di Vasto nel 1982, in occasione del centenario della morte di
Giuseppe Garibaldi, sono ricordati
i nomi di undici volontari vastesi, che hanno combattuto
per la patria e per la libertà”.
Tra questi troviamo anche i nomi di
Luigi Ricci e di suo fratello
Giuseppe
caduto eroicamente a Mentana.
I due fratelli Ricci, accomunati da un’unica grande passione per la patria, l’hanno espressa in modi diversi: breve e intensa la vita di Giuseppe;
lunga, feconda di risultati e variegata l’esistenza del primogenito Luigi che trascorse gran parte della sua vita in Inghilterra.
stralcio da art., a firma Lino Spadaccini, apparsi su"www.noivastesi.blogspot.com" - 3 nov. 2009, 14 marzo 2011

Lapide sul lato di Palazzo d'Avalos - Vasto
agli eroi

Ricci, Bosco e Marchesani
Il 4 luglio del 1907
venne scoperta una lapide
(ancora oggi visibile su un lato di Palazzo d’Avalos)
in onore dei patrioti vastesi
Giuseppe Ricci, Antonio Bosco e Gaetano Marchesani.
Dettata da Mario Rapisardi, poeta catanese,
la lapide venne scoperta in occasione del
1° centenario della nascita di Giuseppe Garibaldi,
durante una seguita e commovente cerimonia
a cui presero parte le maggiori autorità cittadine e le varie società vastesi dell’epoca,
quali la Società di Tiro a Segno, in qualità di organizzatrice della manifestazione, la Società Operaia
di Mutuo Soccorso e la Società della Stella Azzurra.
Sul manifesto
pubblicato per l’occasione, a firma di
Gelsomino Zaccagnini, presidente della società di
Tiro a Segno, da lui istituita nel 1902,
si legge:
CITTADINI!
Nel giorno che ricorda la nascita di Colui, che giustamente fu detto il Cavaliere dell’Umanità, all’omaggio della Nazione, al pensiero di tutto il mondo civile uniscasi il palpito vostro fervido
e devoto
, in questa che è solenne festa dei cuori e della patria, e degna consacrazione dei tre generosi nostri fratelli, martiri del dovere e dell’ideale, esempi purissimi di abnegazione e di fede!”.
 
Giuseppe Ricci nel 1860, ispirato dalle imprese di Giuseppe Garibaldi, scrisse un Inno di Guerra e che così recita:
Inno di Guerra
Sorgiamo, o fratelli
:
dall’Alpi ai tre mari.
Su, tutti frementi snudiamo gli acciari
;
Su, tutti animosi corriamo al Po
.
Sia fine al selvaggio di Marco il Lione
,
Oppresso e non domo dal fiero Teutòne
,
Tremendo ruggito dal petto mandò
.
A l’armi, o fratelli giuriamo pugnar
;
Divampi la guerra per terra e per mar
!
Antonio Bosco nacque a Vasto il 3 febbraio 1843 da Pietro e Maria Nicola Gileno.
Arruolato nel 39° reggimento fanteria, al comando del colonnello Belly, combatté il 20 settembre 1870 sotto le mura di Roma dove persero la vita 32 italiani, mentre 143 rimasero feriti, tra i quali il nostro Antonio Bosco, che rimediò una ferita mortale alla gamba destra. Morì cinque mesi più tardi.
Gaetano Marchesani nacque a Vasto il 25 aprile 1842 da Filippo ed Eleonora Scopa, famiglia di marinai e sul mare morì il 20 luglio 1866 combattendo valorosamente nella triste battaglia di Lissa, tra la flotta italiana comandata dall’ammiraglio Carlo Pellion di Persano e quella austriaca guidata dall’ammiraglio Wilhelm von Tegetthoff.
stralcio da art., a firma Lino Spadaccini, apparsi su "www.noivastesi.blogspot.com" - 4 luglio 2009

Giuseppe de' Conti Ricci
L'adolescenza - Poco si conosce della fanciullezza di Giuseppe, secondogenito nato nel 1844. Certamente, fino al 1855, la sua è una vita tranquilla - come poteva esserlo per i rampolli delle famiglie benestanti - turbata solo nel settembre 1853 dalla morte del fratellino Gaetano.
Una esistenza scandita dall'impegno nello studio e illuminata dalle fantastiche storie, divenute quasi leggendarie di Aureliano Monteferrante (studente di Giurisprudenza a Napoli partecipa ai moti popolari del 1848 per la Costituzione) e di Luigi Cardone (Il barone Luigi Cardone, eletto rappresentante di Vasto al Parlamento Napoletano nel 1848 partecipa allo scontro di Rieti contro gli austriaci guidando il battaglione vastese), vastesi che avevano partecipato ai moti costituzionali del 1848.
Nell'agosto del 1855, durante l'epidemia colerosa, muore il padre Filippo e la famiglia, composta dalla trentatreenne madre e da cinque figli, di cui il più grande ha solo 13 anni, cambia modalità di vita. L'anno si chiude con la buona notizia della nascita di un fratellino postumo, a cui viene dato il nome di Filippo.
Negli studi primari il ragazzo evidenzia attitudini per le materie umanistiche, in particolare per la letteratura e la storia.
Gli avvenimenti bellici (1859-60) generano i suoi primi tentativi poetici: una composizione dedicata a Vittorio Emanuele dopo la pace di Villafranca e un Inno alla guerra, conseguenza della spedizione dei mille e dell'arruolamento del fratello maggiore Luigi, appena diciottenne, che da garibaldino partecipa alla battaglia del Volturno.
Un adolescente come lui, desideroso di partecipare in prima persona agli eventi in atto, a Vasto può solo sognare la gloria, impegnarsi negli studi e comporre romantici testi. Vedono così la luce le ottave Alla Polonia e un Carme a Gabriele Rossetti (morto esule a Londra da appena 8 anni) in cui Giuseppe invita i concittadini ad erigere un monumento al poeta (passeranno altre 64 primavere prima che ciò si realizzi).
 
La maturità - Raggiunta la maggiore età, si sposta a Napoli, si iscrive all'Università e frequenta le lezioni di letteratura e di filosofia, come allievo di Luigi Settembrini (Napoli 1813-1876). Patriota e letterato, esule fino al 1860. Dal 1862 Professore di Letteratura all'Università di Napoli e dal 1873 senatore del Regno).
Nel 1865 si trasferisce nella nuova capitale di Firenze e intraprende la carriera di giornalista come collaboratore de La Riforma. Sono di quel periodo tre polemiche lettere pubblicate su Il Diritto, in cui affronta la Questione Romana, delineandone gli aspetti storici (Italia e Papato), l'attualità (La Questione Romana dopo la convenzione) e gli esiti (Logica soluzione della Questione Romana).
Nel 1866, mentre Luigi combatte in Trentino al seguito di Garibaldi, Giuseppe, intento a dirigere a Vasto i preparativi del matrimonio della sorella Rosa, scrive un entusiastico Inno di Guerra a sostegno dell'azione militare sabauda. Terminato l'anno e assolti gli impegni familiari, lo ritroviamo ancor più vitale a Firenze, in via della Scala n. 23, con il fresco incarico di corrispondente di guerra de La Riforma.
Nel frattempo la situazione politica è in gran fermento: la Francia ha completato nel dicembre 1866 il ritiro delle truppe e il mondo cattolico organizza legioni di volontari per difendere il Pontefice.
La sinistra radicale, coperta dall'apparente e interessata neutralità del governo Italiano, si prepara per un sempre più prossimo intervento e nell'intento di far scoppiare una rivolta in Roma, sovvenziona tramite il conte Ponza di S. Martino provocatori interni. Unici scossoni che turbano l'ambiente capitolino sono l'attentato "terroristico" nella caserma Serristori (con 24 zuavi e alcuni passanti morti) e l'eroico episodio dei Cairoli a Villa Glori. Ma niente sembra turbare l'ambiente della Città eterna. "Roma è in calma profonda", commenta il Gregorovius nei suoi Diari.
L'ultimo mese del Ricci può essere ricostruito passo per passo. Da Firenze il 9 ottobre spedisce una lettera all'amico Nicola Colonna (discendente dalla nobile famiglia scernese che porta il nome dei principi romani, fu valido agronomo, suo un interessante rapporto sulle condizioni dell'agricoltura nel vastese alla fine dell'ottocento, e esponente locale della sinistra storica) in cui lo sollecita a partecipare alla operazione ormai imminente e, come in un romanzo ottocentesco d'azione, precisa i particolari (telegrammi cifrati, luoghi di incontro, alberghi in cui rifugiarsi...): "Il comitato, in via Archibusieri n. 8 al terzo piano, lavora alacremente e provvederà a sostenere le spese dopo che siate arrivati a Firenze. Una grande spedizione avverrà tra poco; da tutte le parti d'Italia convengono qui giovani animosi e gagliardi, risoluti a farla finita coi preti. Volere è potere. Energia e risoluzione. Viva Roma degli Italiani."
Dopo l'arresto di Garibaldi a Sinalunga, coordina con Eugenio Valzania (Cesena 1822-1889. Patriota e combattente per la causa italiana, fervente repubblicano nel 1887 rifiuta la nomina a parlamentare del Regno) la raccolta di fondi e il sostegno politico tra i deputati repubblicano-radicali a favore dei volontari garibaldini.
Espletato questo compito, parte in treno alla volta di Terni per portare denaro e notizie a Menotti Garibaldi (Brasile 1840 - Roma 1903). Figlio primogenito di Giuseppe e di Anita si trasferisce a Caprera nel 1856. Da allora partecipa a tutte le spedizioni organizzate dal padre. Deputato dal 1876 al 1900), ma alla stazione di Foligno viene arrestato. Nuovamente libero, eccolo a Terni a confezionare cartucce, dopo la fuga dal posto di polizia umbro e il salto, eludendo la scorta, dal treno diretto in Romagna.
 
La guerra e la gloria - Il 18 ottobre partono per Roma le colonne Vincenzo Caldesi (Faenza 1817- Firenze 1870. Patriota che partecipò a tutte le cospirazioni romagnole, nel Veneto (1848) e durante la difesa di Roma. Mazziniano e radicale. Carducci gli dedica una poesia in Giambi ed Epodi) e Eugenio Valzania.
Al confine pontificio fraternizzano con le truppe italiane - i funzionari governativi nel frattempo mandano ai comandi militari istruzioni volutamente ambigue, riuscendo a ritardare la partenza da Tolone delle truppe francesi - e il 23 si riuniscono con Menotti e, forti di più di 2.000 uomini, si dirigono verso Monterotondo.
Guidati anche da parlamentari italiani, migliaia di garibaldini passano la frontiera, finché nella zona di operazione i volontari raggiungono il numero di 15.000 unità.
In una lettera alla madre - riferita a quelle settimane - Giuseppe riassume "le fatiche durate da quindici giorni: fame, sete, caldo, freddo, pioggia, combattimento sono state le mie delizie. Quando ci penso mi meraviglio di essere ancora vivo. Ci siamo arrampicati sopra dei monti dove non andrebbero nemmeno i camosci. Una notte siamo rimasti accampati all'aperto sotto un diluvio di cui non ricordo l'eguale. Siamo rimasti due giorni senza mangiare e la sete la soffriamo spessissimo."
Intanto manda corrispondenze giornaliere a La Riforma, e partecipa con la colonna Frigesy alla battaglia di Monterotondo rischiando la vita, perché "un colpo di mitraglia uccide al suo fianco due ufficiali."
A Monterotondo la debole guarnigione francese (formata da volontari Antiboini che i romani scherzando definivano Antiboioni) resiste 27 ore alle soverchianti forze garibaldine. Nella notte tra il 25 e il 26 la porta della cittadina viene bruciata e gli assedianti entrano nel paese. Il forte, in cui si sono rifugiati i pochi superstiti di Antibes, domina l'abitato e sembra inespugnabile; accade però qualcosa che sa di leggenda, se non fosse stato raccontato su Il Resto del Carlino da un testimone. Alla richiesta del Generale di minare la rocca, Quirico Filopanti (Budrio 1812-Bologna 1894. Pseudonimo dello scrittore e patriota Giuseppe Barilli, studioso di matematica, fisica, filosofia e storia. Deputato dal 1876) trasmette l'ordine al capitano Ridolfi, che chiama il milite Giuseppe Ricci. Il vastese prende un carro di fieno e gli da fuoco nei pressi delle scuderie del fortilizio. Gli assediati credendo ad un principio di incendio costringono il colonnello francese a esporre bandiera bianca e a trattare la resa. La battaglia si conclude con un risultato significativo per i papalini: i morti francesi sono 270, quasi tutta la guarnigione, segno di indubbio valore nella difesa.
Il 30 ottobre da Castel Giubileo, a sole cinque miglia da Roma, Giuseppe "dalla terrazza scorge gli avamposti nemici e la cupola di S. Pietro che giganteggia in mezzo ai superbi edifici romani" e nell'ultima lettera alla madre confessa: "Tutto noi sopportiamo col pensiero di andare a Roma."
Qualcosa tuttavia non funziona; le truppe non sono più quelle della spedizione siciliana. Arriva l'ordine di ritornare indietro per riorganizzarsi. Arrivati a Monterotondo il 31, mancano 2.000 garibaldini all'appello. Fuggiti.
Il 3 novembre un corpo di soli 2.300 volontari pontifici, che non conoscono l'onta della diserzione, sostenuto successivamente dalle avanguardie francesi arrivate da Tolone, e poi, solo alla fine dei combattimenti, integrato dalle truppe del De Polhes, infligge una dura sconfitta alle preponderanti forze "italiane". La battaglia avviene nella vigna Santucci, dove la manovra aggirante predisposta da Menotti fallisce. Alla fine tra le camicie rosse si contano 150 morti, tra cui Giuseppe Ricci, e 240 feriti colpiti dal fuoco degli chassepots "francesi". I franco-pontifici rifiutano l'onore delle armi agli oltre 1.600 garibaldini ingloriosamente arresisi.
Intanto Garibaldi già ripiega su Tivoli e gli si permette la fuga per evitare complicazioni diplomatiche. I garibaldini feriti vengono ricoverati al Fatebenefratelli, dove ricevono la visita di Pio IX.
Per quanto riguarda la vicenda più specificatamente in oggetto, essa si conclude con le lettere che, da Caprera, Garibaldi, il 13 e il 21 gennaio, invia a Luigi Ricci, in cui definisce Giuseppe un eroe da emulare, colloca la madre Ligeia accanto ai nomi gloriosi delle donne Cairoli e chiude telegraficamente: "Per la vita, vostro Giuseppe Garibaldi". Piccolo ma significativo segno del come quest'uomo, nonostante gli anni, potesse infiammare ancora il cuore e la mente di tanti giovani.
stralcio da "Lunarie de lu Uašte" - ed. 2008