Prov. di Pescara:
Scrittori
Gabriele D'Annunzio
Scrittore, poeta, drammaturgo, militare, politico, giornalista
e, soprattutto
, un patriota
, simbolo del Decadentismo italiano,
del quale fu il più illustre rappresentante assieme a Giovanni
Pascoli, eroe di guerra, soprannominato il Vate cioè "poeta sacro,
profeta, cantore dell'Italia umbertina, o anche "l'Immaginifico"
(Pescara, 12/03/1863 - Gardone Riviera, 01/03/1938)
 
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Gabriele D'Annunzio, nato a Pescara, conservò sempre l'amore per l'Abruzzo e per la città natale, che contribuì a far riconoscere capoluogo di provincia.
Nel 1927, si levò in volo con il suo idrovolante Alcyone e lanciò migliaia di volantini propagandistici. Nello stesso anno, Pescara divenne provincia.
La sua vita e le opere.
Gabriele
D'Annunzio,
dopo aver compiuto gli studi ginnasiali e liceali al collegio Cicognini di Prato, si affermò rapidamente con le prime raccolte poetiche, Primo Vere (1879) e Canto novo (1882).

Si stabilì a Roma nel 1881 e partecipò al movimento letterario della «Cronaca bizantina», la rivista edita da Angelo Sommaruga. Da allora D'Annunzio cominciò a costruire insieme il suo vivere inimitabile e la sua prestigiosa opera letteraria: il viaggio in Grecia con Scarfoglio (1895), l'elezione a deputato (1897), il teatrale passaggio dalla destra alla sinistra, («vado verso la vita», disse in quell'occasione, ma giustamente i socialisti del tempo non lo presero sul serio), gli infiniti amori e in particolare quello con Eleonora Duse, la più famosa attrice dell'epoca, le furiose cavalcate, la passione per i primi voli aeronautici, la vita fastosa da principe rinascimentale nella villa La Capponcina presso Settignano, il disprezzo verso i creditori che pretendevano il pagamento dei loro crediti (e sequestrarono e vendettero la villa), lo sdegnoso esilio volontario in Francia (1909), il ritorno clamoroso per sostenere l'intervento contro l'Austria e la Germania (1915), le leggendarie imprese di guerra (il volo su Vienna, la beffa di Buccari, la ferita all'occhio), il mito della vittoria tradita e la sua marcia su Fiume (1919), il ritiro nella favolosa (per le favole che vi s'intrecciarono intorno) villa del Vittoriale, presso Gardone (1921). Qui morì nel 1938.
Scrisse dapprima versi di tipo tradizionale: Primo vere, Canto novo e novelle di chiara derivazione naturalistica in cui s'avverte l'influsso di Zola e di Verga, misto ad un certo lirismo tutto dannunziano (poi raccolte nelle Novelle della Pescara); in seguito nuovamente versi di tipo parnassiano: Intermezzo di rime (1884); Isotteo (1890) e la Chimera; poi le preferenze del D'Annunzio cambiarono ed esaltò la Roma barocca nelle Elegie romane (1891) o si rifece ai simbolisti nel Poema paradisiaco (1893) e pubblicò le retoriche e sonanti Odi navali.
Feconda fu anche la sua attività di romanziere. Scarsa è la sua abilità costruttiva ed in fondo il personaggio vero è uno solo: l'Autore. Viva è la tendenza lirica, stupefacente a volte l'abilità descrittiva. Il romanzo più organico è il Piacere (1889); il migliore è il Trionfo della morte (1894), una specie di antologia dei motivi del decadentismo europeo, ed un riassunto, dei motivi dannunziani delle opere precedenti.
Il Trionfo della morte appartiene al ciclo dei Romanzi della rosa, cioè della sensualità, insieme col Piacere e con l'Innocente (1891). Il ciclo del giglio (cioè della purezza) si limita a Le Vergini delle Rocce (1895) (romanzo del superuomo), quello del melograno, cioè dell'abbondanza, al Fuoco (1900).
Giovanni Episcopo (1891) è il romanzo in cui D'Annunzio risente maggiormente dell'influsso dei narratori russi, Forse che sì, forse che no (1907), quello in cui già si preannunziano alcuni motivi del Notturno.
Anche la produzione teatrale del D'Annunzio è abbondante, ma giustamente il Russo ne ha individuato il carattere impoetico di flagellazione lussuriosa e di oratoria patriottica. D'Annunzio, in sostanza, non è un vero poeta drammatico.
Si ricordano il Sogno d'un mattino di primavera (1897), La città morta (1897), La Gioconda (1898), La gloria (1899), Francesca da Rimini (1901), La figlia di lorio (1903), La fiaccola sotto il moggio (1904), La nave (1907), Fedra (1909).
Il capolavoro è La figlia di lorio in cui la scena è trasportata in un mitico Abruzzo su uno sfondo di canto.
Particolare considerazione meritano le Laudi del cielo, del mare, della terra, degli eroi. Il poema doveva comprendere sette libri: Maia, Elettro, Alcyone, Merope, Asterope, Taigete, Celeno. I primi tre furono completati dal D'Annunzio fra il 1903 e il 1904; il quarto è del 1912; il quinto, ordinato post mortem, comprende canti e liriche di guerra. È universalmente riconosciuto in Alcyone il capolavoro delle Laudi e della lirica dannunziana.
Non meno importanti sono le prose - spesso autobiografiche - de Le faville del maglio (1924-28), del Notturno (1921) de La Leda senza cigno, de La vita di Cola di Rienzo, de il Libro segreto (1935), che sembrarono rivelare un D'Annunzio intimo e dimesso, un D'Annunzio che venne chiamato «notturno» (in contrapposizione al D'Annunzio «solare» dello stile imaginifico).
stralcio dal libro Storia della letteratura Italiana di Carlo Salinari e Carlo Ricci - per le
scuole medie superiori - volume terzo - l'Ottocento e il Novecento - Edizioni Laterza 1974 e da altri testi.

Nota bibliografica
stralcio dal tascabile economico Newton "Motti dannunziani" a cura di Paola Sorge - Newton Comton ed. S.r.l. - Roma - 1994
1863.






Gabriele d'Annunzio nasce a Pescara il 12 marzo da Francesco Paolo, proprietario terriero e amministratore pubblico e da Luisa de Beneditis. Il nome Rapagnetta attribuito al poeta, su cui molto si è ironizzato, è in realtà il nome originario di Francesco Paolo che a 13 anni fu adottato dagli zii, assumendo a pieno diritto il nome d'Annunzio.
Nel 1874 Gabriele entra al Collegio Cicognini di Prato dove frequenta con ottimi voti il liceo classico. Compone l'"Ode a Umberto I", la sua prima composizione a stampa.
1879.





Pubblica la prima raccolta di versi, "Primo Vere", stampata a spese del padre in una tipografia di Chieti. Il critico Giuseppe Chiarini, con un articolo su "Il Fanfulla della domenica", lo presenta al pubblico come la nuova promessa della poesia italiana.
L'anno successivo appare la raccolta "In memoriam" che il poeta stesso distruggerà. Si innamora follemente di Giselda Zucconi, figlia di un professore del Cicognini.
1881- 1889.



























È il periodo romano di Gabriele d'Annunzio che si iscrive alla facoltà di lettere all'Univesità di Roma e frequenta le redazioni del Capitan Fracassa e della Cronaca Bizantina.
Nell'82 esce "Canto Novo", la raccolta di liriche che ha successo in tutta Italia. Pubblica contemporaneamente i suoi primi racconti di carattere abruzzese,
"Terra vergine".
L'anno dopo il 28 luglio 1883, sposa Maria Hardouin dei duchi di Gallese, con un matrimonio riparatore perché era incinta, dopo aver suscitato un enorme scandalo con una «fuga» avventurosa. Dalla moglie, alla quale rimarrà sempre ufficialmente legato, ha tre figli: Mario (1884), Gabriellino (1886) e Ugo Veniero (1887).
Il giovane poeta continua a scandalizzare l'Italia intera con la sua nuova raccolta di liriche, "Intermezzo di rime" e con "il libro delle vergini", dalla equivoca copertina, uscito nel 1884. Nello stesso anno entra come redattore fisso de La Tribuna per la quale scriverà cronache mondane fino al 1888.
Nell'85 dirige la terza serie della Cronaca bizantina e nell'anno successivo pubblica una raccolta di novelle "San Pantaleone" che confluiranno poi nelle Novelle della Pescara.
Durante le vacanze trascorse in Abruzzo sfida a duello un giornalista che aveva pronunciato espressioni ingiuriose contro di lui; è ferito alla testa e l'incidente gli procura una accentuata calvizie. Il prezioso volume con le liriche riunite sotto il nome di "Isaotta Guttadauro", che esce nell'86, è illustrato dagli artisti «preraffaelliti» che si riuniscono al Caffè Greco a Roma.
Secondo duello del poeta con l'amico Scarfoglio che del libro aveva fatto una divertente parodia.
Nell'87 Gabriele conosce Barbara Leoni, che gli ispirerà il personaggio di Ippolita nel "Trionfo della morte". A lei resterà legato fino al 1891.
Nel 1888, nel convento di Francavilla acquistato dal pittore Francesco Paolo Michetti, d'Annunzio compone il suo primo romanzo, "Il piacere", pubblicato l'anno dopo da Treves.
1889-1890.

È il periodo del servizio militare nei «Cavalleggeri d'Alessandria». Compone molte delle poesie che formeranno le Elegie romane.
1891-1898.











Inizia il soggiorno a Napoli: due anni di «splendida miseria» per il poeta che collabora al Corriere di Napoli e al Mattino fondato Scarfoglio. Pubblica il romanzo "Giovanni Episcopo" e nel '92, le "Elegie romane" con Zanichelli.
Il romanzo "L'Innocente", che presto verrà tradotto in Francia, esce a puntate sul giornale di Scarfoglio. L'anno successivo Treves pubblica il "Poema paradisiaco" e nel '94 il romanzo "Il Trionfo della morte".
Nel 1895 partecipa ad una crociera in Grecia sul panfilo dello Scarfoglio. L'amore e la collaborazione con Eleonora Duse, incontrata a Venezia, lo indurranno a cimentarsi con il teatro: scriverà per lei la "Città morta" e il "Sogno d'un mattino di primavera". Dopo aver pubblicato il romanzo "Le vergini delle rocce", inizia la stesura de "Il Fuoco", in cui si rispecchiano le sue vicende amorose con Eleonora Duse.
1897.

È eletto deputato di Ortona per l'estrema destra; ma, con gesto plateale, va «verso la vita», ossia a sinistra.
1898-1910.


















È il periodo fiorentino, il più fecondo e felice nella lunga esistenza del poeta. Si stabilisce nella villa «La Capponcina» a Settignano, vicinissima alla abitazione della Duse, rimasta celebre per il lusso dell'arredamento, per i numerosi levrieri e cavalli che il poeta acquista senza badare a spese.
Nel 1900 esce "Il fuoco" che scatena non poche polemiche per il modo spietato con cui lo scrittore raffigura la protagonista, subito identificata con la Duse.
L'anno dopo terminala stesura della tragedia "La Francesco da Rimini" e lavora alle "Laudi", l'opera che lo consacrerà definitivamente «vate».
Le "Laudi" sono pubblicate nel 1903 da Treves.
Alla fine dello stesso anno incontra la marchesa Alessandra di Rudinì che prende il posto della Duse. Nel marzo del 1904 viene rappresentata al Lirico di Milano
"La figlia di Iorio", la tragedia pastorale più nota di d'Annunzio, rappresentata ancora oggi con successo, e, l'anno dopo, al teatro Manzoni di Milano va in scena
"La fiaccola sotto il moggio".
Nel 1906 nasce il nuovo grande amore per la contessa Giuseppina Mancini, di cui terrà un diario, il "Solus ad solam", pubblicato postumo.
Nel 1910, nonostante il successo e le ingenti somme di denaro guadagnate con le sue opere, d'Annunzio, assillato dai creditori, lascia l'Italia per la Francia. Si stabilisce a Parigi e poi ad Arcachon, in uno chalet sul mare.
1910-1915.









Considera la Francia, dove è ben accolto e dove gode di una certa fama, la sua seconda patria.
Inizia a scrivere testi in francese: dal "Martyre de Saint Sébastien", rappresentato allo Chatelet di Parigi con le musiche di Charles Debussy, alla Pisanelle e al Chèvrefeuille (il Ferro). Colpito dalla morte del Pascoli, scrive nel 1912 la "Contemplazione della morte".
Inizia la sua collaborazione al Corriere della Sera. Le sue Faville sono pagate mille lire l'una. Incomincia anche ad occuparsi dell'«arte veloce», ossia del cinema, scrivendo le didascalie del kolossal Cabiria nel '14.
Rientra in Italia allo scoppio della Prima Guerra mondiale.
1915-1918.





La mattina del 5 maggio del '15, d'Annunzio pronuncia il discorso presso lo scoglio di Quarto a favore dell'intervento in guerra dell'Italia. Arriva a Roma accolto trionfalmente e a cinquantadue anni, si arruola volontario. In un incidente aereo perde l'occhio destro. Nei mesi di forzata immobilità, nel 1916, scrive il "Notturno".
Riprende a volare contro il consiglio dei medici e compie nel '18 le celebri imprese di Buccari e del volo su Vienna.
1919-1920.









Conosce a Venezia la pianista Luisa Baccara che sarà accanto a lui nell'impresa di Fiume e al Vittoriale.
A capo di un gruppo di Arditi, entra a Fiume il 12 settembre del 1919, contro il volere del governo. Diventa il «Comandante» osannato dai legionari e dalla popolazione fiumana trascinata in un'avventura esaltante e pericolosa. Regna un clima di euforia che cesserà solo nel dicembre del '20, quando il governo italiano decide di porre fine all'impresa con le armi. La corazzata Andrea Doria spara un colpo di cannone contro il Palazzo del governo. D'Annunzio è ferito leggermente alla testa dai calcinacci. Dopo il drammatico «Natale di sangue», decide di abbandonare per sempre la «Città di Vita».
1921-1938.




























A gennaio lascia Fiume per Venezia dove aveva affittato un appartamento a Palazzo Barbarigo. Nello stesso anno stabilisce la sua dimora a Villa Cargnacco sul Lago di Garda dove abiterà fino olla sua morte.
La rustica villa diventa in pochi anni una lussuosa abitazione, piena di cimeli di guerra che d'Annunzio dona allo Stato italiano, dopo averla chiamata «Il Vittoriale degli italiani».
Nel 1924 esce il primo tomo de "Le faville del maglio".
Nel '26 viene fondato, per volere di Mussolini che bada a tenere il «vate» lontano dalla vita politica della nazione, l'"Istituto nazionale per la pubblicazione di tutte le Opere di Gabriele d'Annunzio".
L'ultimo volume che d'Annunzio da alle stampe è "Il Libro segreto", uscito con Mondadori nel 1935.

Gabriele d'Annunzio muore il primo marzo 1938 per un'emorragia cerebrale.

L'Opera Omnia in 48 volumi, più uno di indici, è stata pubblicata a cura dell'Istituto nazionale di tutte le Opere negli anni 1927-36 da Mondadori.

La nuova edizione del 1980, a cura di Egidio Bianchetti, è stata ripubblicata nella collana «I Meridiani» con questa suddivisione: Versi d'amore e di gloria, in 2 volumi; Tragedie, sogni e misteri, in 2 volumi; Prose di romanzi, in 2 volumi; Prose di ricerca, di lotta..., in 3 volumi; Taccuini, a cura di Enrica Bianchetti e Roberto Forcella; Altri taccuini, a cura di Enrica Bianchetti.

Dell'immenso carteggio di d'Annunzio, in gran parte inedito e custodito negli archivi del Vittoriale, finora sono stati pubblicati i seguenti epistolari in volume: Lettere a Barbara Leoni, Sansoni, Firenze 1954; Carteggio d'Annunzio - Mussolini, a cura di R. De Felice e E. Mariano, Mondadori, Milano 1971; Lettere a Giselda Zucconi, a cura di Ivanos Ciani, Pescara 1985.

Luci e ombre del poeta soldato
Gabriele D'Annunzio

La guerra mi ha insegnato le più belle cose dell'uomo; e mi ha insegnato anche
l'umiltà....
Nessuno saprà qual muta battaglia abbia chiusa in sé questo luogo di pace, e quanto sia crudele in questo luogo di pace non aver pace mai.
.
.

(G. D'Annunzio, da
un'intervista del febbraio 1922
)

Gabriele D'Annunzio entrato nella storia e nel mito con l'appellativo di "Poeta Soldato", oltre ad essere uno dei massimi esponenti del decadentismo italiano, è stato uno dei più generosi letterati circa il tema della guerra.
Si cercherà di ripercorrere brevemente le principali espressioni letterarie della produzione bellica dannunziana, senza mai dimenticare che D'Annunzio è stato, nella scena bellica italiana sia testo che gesto.
Lo scritto che meglio sintetizza il pensiero politico dannunziano coincide, con il manifesto politico del suo superomismo:
Le vergini delle rocce (1895)
. Durante tutto il romanzo, il protagonista: Claudio Cantelmo, dà voce al superomismo dannunziano sottolineando la netta contrapposizione fra pochi eletti ed il gregge; "Aspettate dunque a preparare l'evento.
[...] Su l'uguaglianza economica e politica, cui aspira la democrazia, voi andrete dunque formando un 'oligarchia nuova, un nuovo reame della forza; e riuscirete in pochi, o prima o poi, a riprendere le redini per domar le moltitudini a vostro profitto.
[...] Difendete il Pensiero ch'essi minacciano, la Bellezza che essi oltraggiano!

[...] Non disperate essendo pochi Voi possedete la suprema scienza e la suprema forza del mondo: il Verbo./
[...] Sull'uguaglianza economica e politica, a cui aspira la democrazia, voi andrete dunque formando una oligarchia nuova, un nuovo reame della forza; e riuscirete in pochi, o prima o poi, a riprendere le redini per domar le moltitudini a vostro profitto. Non vi sarà troppo diffìcile, in vero ricondurre il gregge all'obbedienza! Le plebi restano sempre schiave, avendo un natio bisogno di tendere i polsi ai vincoli. Esse non avranno dentro di loro giammai, fino al termine dei secoli, il sentimento della libertà. Non vi lasciate ingannare dalle loro vociferazioni e dalle loro contorsioni sconce; ma ricordatevi sempre che l'anima della Folla è in balia del Panico.
Lo spessore retorico del discorso conferisce pregnanza al progetto politico dannunziano, mentre pur mantenendo gli stessi concetti, l'esposizione semantica diventa più immediata negli scritti giornalistici noti come Il Caso Wagner:
"Le plebi restano sempre schiave e condannate a soffrire, tanto all'ombra delle torri feudali quanto all'ombra dei feudali fumajoli nelle officine moderne. Esse non avranno mai dentro di loro il sentimento della libertà.

[...]/Mentre la Natura tende a moltiplicare senza limite le differenze, la Democrazia tende invece a rendere tutti gli uomini eguali, a mettere su ciascuna anima un marchio esatto come un utensile sociale, a fare le teste umane come le teste degli spilli. Essa non considera l'attività individuale, l'energia spontanea e libera, l'uomo vero e vivente, ma una formula astratta."
Tuttavia lo iato fra il capo e la massa è chiaro a D'Annunzio quasi un decennio prima di esporre il manifesto politico del suo superomismo, infatti nell'Armata d'Italia (1888) si legge:
"II marinaio non può, naturalmente, amare i suoi capi, quando non si sente né stimato né amato da loro. La disciplina diventa per lui una specie di schiavitù, a cui egli piega il collo con la pazienza del giumento che sta sotto il giogo. Compie il dover suo aspettando la liberazione."

Uno dei concetti bellici fondamentali che D'Annunzio esprime nelle sue opere a sfondo politico recita: "la poesia è azione", tale affermazione è da intendersi come il nodo centrale dell'interventismo politico concepito dal Poeta Soldato, un intervento fatto non solo di armi e voli impossibili, ma prima di tutto di parole e parole, volte a trascinare, esaltare, e convincere. Su questa scia si pongono quelle opere in cui D'Annunzio individua un protagonista concretamente impegnato sul piano bellico, un esempio significativo è rappresentato dalla Gloria (1899), leggiamone un esempio:
"Ruggero Flamma: [...] Quando i vostri occhi s'incontravano con i miei, io pensavo: «Ella ama i giochi che gli uomini giocano con la morte, e in cui la morte potrebbe vincere». Nei palpiti della lotta, il mio cuore ostile vi salutava di lontano... "

Nell'affermazione riportata è possibile cogliere il nodo cruciale che per D'Annunzio rappresenta la guerra: il confronto costante dell'uomo con la Morte. Tale concetto, così vicino alla natura malinconica del Vate, torna preponderante in un'opera tarda, completamente dedicata alla guerra: Teneo te Africa (1936), se ne riporta un breve brano tratto da Adua:
"Parlo della invenzione di una vita disperata contro la morte e di là dalla morte. Quei combattenti inventavano d'attimo in attimo i loro gesti i loro passi i loro impeti i loro schermi, con un senso istantaneamente plastico del suolo, della roccia, della valle, del monte, del pendìo, del precipizio." Come si può notare nell 'esempio citato, le esperienze personali e le forti motivazioni patriottiche favoriscono D'Annunzio nel cogliere, nei suoi scritti dedicati alle imprese militari, i vissuti più drammatici dei combattenti.
Quanto alla produzione poetica sulla guerra, il Poeta dedica a questo tema un'intera opera, si tratta del V Libro delle Laudi: Canti della Guerra Latina (1914-1918). Siamo in pieno periodo bellico, accanto alla ricchezza di riferimenti storici, troviamo significativi esempi della concezione eraclitea del panta rei, che D'Annunzio ha più compiutamente trattato solo qualche anno prima nel Fuoco (1900).
Proviamo a leggerne un esempio tratto da: Per i morti del mare. / Mare di Dio, che sceveri le sorti / Dei combattenti nella sacra guerra, / io ti prego: non rendere i tuoi morti, / Mare, alla terra; / non rendere i cadaveri che il sale / macera, né l'ossame che tra flutto / e flutto imbianca, al lido, o Sepolcrale, / e al nostro lutto.
Nei versi riportati, attraverso una preghiera disperata al mare, il Poeta implora la natura di non svelare il segreto della morte, violando la dignità umana dei martiri del mare.
Tra le imprese più note, compiute dal Poeta Soldato, si ricorda l'occupazione della città di Fiume. L'evento suscita molto clamore, ed anche forti critiche per il protagonismo dannunziano, tuttavia il Poeta lascia degli scritti dove è possibile cogliere una sua dimensione profondamente umana, leggiamone un breve esempio tratto dal Lib. II della Penultima Ventura (1931), si tratta dell'Ode del 29 dicembre 1919, dedicata dal Poeta alle donne di Fiume:
"Donne di Fiume, anche una volta le vostre lacrime fanno a noi la luce e compiono e compiono per noi il miracolo...Come nell'alba del 12 settembre voi eravate chine verso la terra ad ascoltare se giungesse il rombo della nostra marcia, così voi siete rimaste sempre in ascolto di quell'armonia misteriosa e imperiosa che conduce le forze adunate in questa riva angusta per opporsi alla perversione e alla demenza del mondo. Il vostro istinto è più forte e più savio di qualunque ragione."
Concludiamo il breve excursus con la prosa memoriale, nella quale il ricordo della Guerra è molto ricorrente, l'opera più famosa in questo ambito è sicuramente Notturno (1916 - 1921).
In quest'opera, D'Annunzio, nella sua sofferenza fisica dovuta alla ferita bellica all'occhio, affronta un vero e proprio viaggio introspettivo.
La rievocazione notturna della guerra passa spesso attraverso il ricordo della Brigata, a volte descritta attraverso una tenerezza quasi infantile:
"Manfredi propone una beffa: propone pel carnevale [...] di travestire alcuni marinai da ufficiali serbi laceri luridi ispidi e di mandarli sotto specie di "missione serba" a visitare Sant'Andrea per godersi il furore del comandante... / Vampata di gaiezza quasi tenera, tanto lo amiamo, tanto gustiamo la sua grazia bizzarra."
Altre volte il ricordo della Brigata si compone in rigorosissimi versi, come quelli dedicati ad Alexander Skrjahin:
"Eravamo là, cinquanta fanciulli, / cinquanta eredi del folle volo, / i figli d'Icaro e delle Sirene, / i nepoti di dedalo dal Labirinto [...] / Fuor dal purpureo gorgo / eravamo noi emersi all'aurora, / su l'orlo dell'isola scabra, / in un circo di rupi deserto [.. .] / Tenevamo pel pollice il sasso, / e il rimanente di noi / cerulei della cuna marina / s'incielava nell'ansa del volo [...] / Ma un 'ombra s'allungò sopra noi. / E tutti ci voltammo e gridammo, / e scorgemmo contro il cielo il nemico (...) / Poi non dittamo avemmo al dolore. / Niuno medicò le nostre piaghe, / se non la rugiada silente. / Bevve il pianto delle Sirene, / bevve la melodia delle Pleàdi, / con la silente rugiada, / la nostra angoscia notturna."
Leggendo questi versi, ciò che colpisce è il "Noi", attraverso la metafora dei "cinquanta fanciulli", il Poeta accede ad una dimensione del gruppo che solo l'esperienza bellica ha saputo dargli.
Fra le ultime memorie del Poeta Soldato che si racconta, non possiamo dimenticare:
Il Libro Ascetico della Giovane Italia, (1926)
:
"Mi ricordo. M'allontanai vacillando. Errai nel mio campo col mio affanno che non si placava.
La ruga tra ciglio e ciglio m'incideva il pensiero, mi mordeva il pensiero. Invano chiesi conforto alle mie ali di guerra: ristetti nel ricovero, esaminai gli apparecchi pronti, ne provai il tono e il ritmo; mi adoprai a rendere più severo il disegno della prossima impresa; mi sedetti all'ombra della mia macchina alta «simile all'ombra del legno di sacrifizio e di salvazione»."

Nell'esempio riportato troviamo un D'Annunzio aviatore, che ben lungi dall'esaltazione del volo, ritorna alla più pura sofferenza umana nell'immagine della croce nel suo doppio ruolo di sacrificio e di salvezza.
stralcio da art., a firma Paola Ottaviano, apparso su "Il Vastese", mensile d'info. del territorio, n. 9 e 10 sett./ott. 2009

Autoritratto di un genio
Tu mi conosci poco. Mi idealizzi. Devo farti un ritratto di me, Barbara mia, perché voglio che tu ami ad occhi aperti. Dunque, senti: sono uno spirito contemplativo e sagace , essendomi messo assai presto in cospetto della mia propria vita, ho compreso che qualunque allettamento esteriore era trascurabile al paragone del fascino emanano dagli abissi che io in me medesimo scrutava. Ho cominciato assai presto a nutrire l'ambizione segreta che esalta e forvia tutti i veri uomini intellettuali, disdegnosi della via comune, curiosi soltanto di conoscere le leggi che governano lo svolgersi delle passioni. A somiglianza di alcuni singolari artefici e filosofi con i quali ho comunicato, ambisco di compormi un mondo intorno dove poter vivere con metodo, in perpetuo equilibrio e in perpetua curiosità, indifferente ai tumulti e alle contingenze volgari.
Ma le mille fatalità ereditarie che io mi porto nel più profondo della mia sostanza come suggelli indelebili delle generazioni da cui nasco, mi
impediscono di avvicinarmi all'Ideale agognato dal mio intelletto; mi chiudono ogni via di saluto.
I miei nervi, il mio sangue, la mia midolla mi impongono i loro bisogni oscuri. Il mio organismo si distingue per uno sviluppo di sensibilità straordinario. Le fibre sensitive destinate a condurre verso il centro gli stimoli esterni avendo acquisita una eccitabilità che avanza di gran
lungo quella normale rappresentata dalle mediocri percezioni dell'uomo sano, avviene che per eccesso si cangiano quasi sempre in sensazioni dolorose anche le sensazioni più comunemente piacevoli. (Trionfo)
Un'altra singolarità organica del mio essere è la frequenza delle congestioni di varia durata nei plessi cerebrali. In me, soggetto estremamente nervoso, i vasi sanguigni encefalici perdendo spesso la loro contrattilità, avviene che un pensiero e una immagine occupino la coscienza per un tempo indefinito ad onta di tutti gli sforzi per cacciarli. Tali pensieri tali immagini,
dominanti contro ogni virtù della volontà, danno a qualche stato della coscienza la forza di una follia temporanea parziale. La mia intelligenza complessa si distingue per una incalcolabile abbondanza di pensieri e di immagini, per una rapidità fulminea nell'associare gli uni e le altre, per una facilità estreme nel costruire stati nuovi della sensazione organica, stati nuovi del sentimento. Eccello nel metodo di far servire il noto e comporre l'ignoto. (Trionfo)
Per questo mio modo di essere non posso né seguire un metodo né trovare un equilibrio. Non mi appartiene il governo dei pensieri come non mi appartiene il governo degli istinti e dei sentimenti. Io sono nella vita simile ad una nave che abbia spiegato tutte le vele nell'uragano. (Trionfo)

La lettera di Gabriele D'Annunzio a Barbara Leoni, riportata integralmente, (Dacia Maraini, Lettere d'amore. Lettere inedite di Gabriele D'Annunzio rilette in forma teatrale, Casoli, Casa Editrice Ianieri, 2003) rappresenta un singolare esempio della rivisitazione in forma teatrale attraverso cui Dacia Maraini ripropone alcuni brani dannunziani, molti dei quali tratti dal romanzo Trionfo della morte.
Nell'esempio scelto si riscontrano particolari riferimenti descrittivi del poeta rispetto alla propria complessità interiore.
Sono numerosi gli sforzi letterari del poeta nel descrivere la complessità del suo genio, e li ritroviamo prevalentemente in opere come: Le faville del maglio; II Libro Segreto; Contemplazione della morte; La Violante dalla bella voce; Di me a me stesso e nei copiosi epistolari dannunziani, tuttavia l'esempio riportato, al di là di qualche semplice metafora, ha il pregio di essere estremamente lucido, scevro da vischiosità poetiche, una vera auto-fotografia interiore.
Ai conoscitori dell'opera dannunziana è ben noto quanto D'Annunzio fosse costantemente proteso nel dare, in primis a se stesso, una spiegazione circa la sua genialità, tuttavia quello che colpisce maggiormente nella "lettera" è una sorta di dimensione meta-contestuale in cui D'Annunzio lucidamente, ripercorre alcune sue caratteristiche psicologiche sia cognitive che emotivo-relazionali: l'estrema duttilità di pensiero; la straordinaria ricchezza ideativa; la capacità di tradurre nel linguaggio scritto contesti descrittivi esteriori ed intcriori.
Altrettanto importante è notare come, la Maraini, pur avendo colto pienamente la dimensione narcisistica della personalità dannunziana, metta in evidenza, almeno in questo esempio, non un compiaciuto esibizionismo dannunziano, ma la lucida consapevolezza che il poeta aveva del peso esistenziale della sua genialità. Non è un caso che la lettera si apre con il monito alla sua amata Barbara a non idealizzarlo, ma ad amarlo per quello che è realmente. D'Annunzio infatti, se pure nella sua natura narcisistica non tende a svilire gli altri per esaltare sé stesso, al contrario sa trovare negli oggetti dialogici quella segreta grandezza che va ben oltre l'hic et nunc, per arrivare alla dimensione stessa del sogno.
Tuttavia a settant'anni dalla morte di Gabriele D'Annunzio, rimane estremamente interessante poter riflettere sulla costante tensione del Vate verso una componente interiore che ha una chiara funzione auto-rassicurativa. Infatti il poeta appare perfettamente consapevole della sua genialità e di quanto questa sua connotazione lo esponga al rischio di un disturbo mentale.
L'essere sospeso fra genialità e follia è forse il fardello più grande che un uomo eccezionale quale D'Annunzio possa portare. La consapevolezza di camminare sul filo del rasoio della coscienza con la possibilità di sprofondare nell'abisso della follia è stato uno dei rischi più prandi che D'Annunzio nel suo "vivere inimitabile" ha accettato di correre pur di accedere alla sommità della Sua Arte.
stralcio da art., a firma Paola Ottaviano, apparso su "Il Vastese", mensile d'info. del territorio, n. 9 - sett. 2008

a cura di Vito Moretti
Carteggio inedito D'Annunzio - Angela Panizza

Ogni amore era, per d'Annunzio, un nodo intricato di affetti, di pulsioni e di artistiche opportunità, che celebrava continuamente l'ego e la vita, la sensualità dionisiaca del corpo è la volontà di appagamento o di potenza; ed era anche, allo stesso tempo, un legame di letteratura e di biografìa, in cui la donna - oltre che "strumento" in sé di piacere - rappresentava un soggetto insostituibile per l'ammirazione dell'armonia delle forme, propria dell'esteta,
e per lo stimolo conoscitivo dell'intelletto, perché la donna - femmina o musa, di rango o popolare - era da intendere, a parere dello scrittore, come un microcosmo completo, in cui investigare e attingere conoscenze.
L'amore, così, di volta in volta, si caricava di significati molteplici e rendeva possibili all'artista le proiezioni di sé, gli imperativi del proprio narcisismo e i
rituali della propria favola bella, in un giuoco ostentato di arditezze e di empiti, di stupefatte tensioni e di sontuosità verbali. Di qui l'importanza di questo carteggio con Angela Panizza che, mentre reca luce nel suo complesso su una vicenda sentimentale che impegnò gli ultimi anni dell'esistenza del poeta, consente anche di conoscere le abitudini, le ostinazioni e quanto - con malcelati compiacimenti o con pittoreschi dinieghi accadeva all'interno del «Vittoriale», in cui il suo principesco ordinatore s'incamminava ormai, malgrado la contraria volontà, verso la china nebulosa e gelida dei più comuni ed inesorabili tramonti.
stralcio da art. apparso, su "Il Giornale del Vastese", mensile d'info. del territorio, n. 5 - maggio 2012

Carteggio inedito D'Annunzio - Gian Carlo Maroni
a cura di Franco Di Tizio
L'ultimo tratto della parabola esistenziale di Gabriele d'Annunzio, contrassegnata dalla progressiva claustrazione nel Vittoriale, ebbe come testimone Gian Carlo Maroni, che di quella sontuosa dimora fu, per così dire, geniale coautore insieme col Poeta e, dopo la morte di questo, custode fedele. Ma, dal fitto carteggio intercorso tra i due, qui diligentemente collazionato e adeguatamente commentato da Franco
Di Tizio, emerge non tanto l'opera professionale dell'architetto Maroni, quanto piuttosto il suo speciale legame affettivo col "Comandante", quella devozione sincera, quell'accettazione intelligente degli sbalzi d'umore, quella continua e piena disponibilità anche ai minimi desideri di lui, siccché negli ultimi anni è lo stesso d'Annunzio a riconoscere nel "caro caro Gian Carlo" il proprio vero e unico "fratello".
Dal carteggio, in controluce, traspaiono gli atteggiamenti del Poeta nei
confronti del regime fascista e del suo "Capo": dalla rivendicazione dei propri meriti di precursore alla fervida adesione, in chiave combattentistica, all'impresa etiopica, dal disdegno per gli orpelli accademici alle perplessità sull' alleanza con la Germania hitleriana.
Gli anni del suo tramonto, insomma, sono rivisitati da un'angolazione peculiare, certamente suggestiva, attraverso un rapporto confidenziale sempre più aperto e convinto, che attesta come l'isolamento perseguito da d'Annunzio non fosse privo di un calore umano e di un sostegno affettivo forse più appaganti di qualsiasi altra manifestazione esterna di lode e glorificazione.
Per altro, quell'appagamento emotivo che lo scrittore ormai senescente insisteva a chiedere alle meteore femminili ospitate nelle stanze del Vittoriale, glie l'offriva il cuore fedele di un uomo che aveva saputo conoscerlo e amarlo entro un legame puro e tenace.
stralcio da art., a firma Umberto Russo, apparso su "Vasto domani" - giornale degli abruzzesi nel mondo - n. 7 - luglio 2009

Enrico Di Carlo
"Gabriele D'Annunzio e la gastronomia abruzzese
"
Sono raccolte in questo libro le passioni gastronomiche di Gabriele d'Annunzio, legate alla sua terra d'origine.
Il poeta non fu mai un cuoco provetto, come amava far credere, né particolarmente ghiotto. Anzi, si sottoponeva frequentemente a singolari digiuni. Per lui non c'era che l'essenzialità, per così dire, storica della cucina abruzzese; quella essenzialità che ritrovava nel brodetto di pesce, nel Parrozzo di D'Amico, nel "laure cotte nghi li capitune", nella porchetta regalatagli da Giacomo Acerbo, nei legumi conditi con olio novello; il tutto annaffiato da Montepulciano, Aurum, Cerasella e dal Corfinio di Barattucci, liquore le cui bottiglie a forma di anfora sono state disegnate da Francesco Paolo Michetti.
Di questo aureo libretto Alfonso Cipolla ha scritto:
«Enrico Di Carlo spigolando tra carte e pignatte ha messo insieme un
ricettario divino: cianchette, pizzelle, fiadoni, brodetto e cacio-pecorino, e la frittata dalle trentatre uova e il parrozzo parrozzano che è come una mammella dolce tuffata nel cioccolato, e ancora tommarelli e chitarre. Il sogno di Di Carlo è di mutare il motto dannunziano "Io ho quel che ho donato" in "Io ho quel che ho mangiato": tanto, di là dal cibo, come mangiava d'Annunzio non mangiava nessuno!»
stralcio da art. apparso sul periodico "Vasto domani" - n. 10 - ottobre 2010