Prov. Chieti
Personaggi:
Cesare De Titta
www.cesaredetitta.com - https://www.facebook.com/ErediCesaredeTitta/
Sacerdote, studioso di letteratura classica e filosofia,
poeta in lingua, in latino e in vernacolo abruzzese

(S. Eusanio del Sangro (Ch), 27 gennaio 1862 - 14 febbraio 1933)
Nacque a Sant’Eusanio del Sangro (Ch) il 27 gennaio 1862 e vi morì il 14 febbraio 1933.
Fino a 16 anni visse in mezzo a contadini e artigiani, comprese le dipendenti del laboratorio materno: esperienza popolare che ricompare nei temi e nella lingua di una parte della sua arte. Poi avendogli il Comune destinato una
borsa di studio presso il seminario di Lanciano, il ragazzo, assai abile nei volgarizzamenti in versi allora di prammatica nelle scuole, poté compiere il corso quinquennale in soli tre anni e mezzo.
Avendo dovuto rinunciare alla carriera militare per una malattia agli occhi, nella scelta semiobbligata tra libera professione e sacerdozio optò per il secondo, cui aderì con intima serietà, nonostante il suo carattere
anticonformista e libero.
A diciannove anni ottenne un incarico di insegnamento nel seminario di
Venosa, di cui fu anche rettore, dove rimase fino al 1889, dedicandosi a traduzioni di Catullo: stampate al suo ritorno a Lanciano nel 1890 col titolo Saggi di traduzione da Catullo - Epitalamii ed altri carmi, gli procurarono dal ministero il "diploma" di insegnamento delle lettere, che tenne prima nel seminario di Lanciano, poi per concorso nel 1891 nel ginnasio comunale, poi pareggiato e statizzato.
Sacerdote, studioso di letteratura classica e di filosofia, fu poeta in lingua, in latino e in vernacolo abruzzese; tradusse in abruzzese La figlia di Iorio e le Elegie romane di Gabriele D'Annunzio del quale fu amico.
Autore di una Grammatica della lingua viva  e di una Grammatica della lingua latina, in dialetto, pubblicò: Canzoni abruzzesi (1919), Nuove canzoni abruzzesi (1923), Gente d’Abruzzo (1923), Terra d’oro (1925),  Acqua, foco e vento (1929).


De Titta si fece costruire una villetta in
elegante stile liberty agli inizi del novecento
di fianco alla sua povera casa natale e la
battezzò villa Fiorinvalle di terra d'oro che
la cantò nei suoi versi.

Nel 1926 si ritirò nella piccola villa, di sua proprietà, nel paese natale, avendo lasciato l’insegnamento. Con le sue belle verande e un giardino ridente di verde e di fiori la villula diventa non solo la laboriosa officina del poeta, ma anche un importante crocevia per il quale

passa, a cavallo tra l’ottocento e il primo trentennio del secolo scorso, una variegata e vivace vita culturale. Era, infatti, il luogo in cui soddisfaceva il suo piacere di conversare con altri sapienti e artisti del tempo, celebri e non.
Vi si ritrovavano amici fraterni quale Giuseppe Javicoli, Ireneo Tinari, Evandro Marcolongo, Alfredo Luciani, Modesto della Porta. Vi s’incontravano i musicisti Albanese, Di Jorio, De Nardis, Padre Settimio Zimarino, De Cecco, Catalano. La frequentavano i pittori Baldassarre, Celommi, Bonanni, Spoltore, Paloscia, Serrano. Vi si recavano i poeti Luigi Renzetti e Giuseppe Mezzanotte,
il prof. Gaetano Marrone della casa editrice Carabba, allievo carissimo del poeta. S’incontravano nella sala della biblioteca per leggere opere rare e discutere di teosofia il prof. Enrico Pappacena,
il dott. Armando Marciani, il dott. Enrico De Cecco e Gaspare Torrieri, adepti di un cenacolo lancianese, che riconoscevano l’autorità del De Titta in materia esoterica. Compagno assiduo delle ore di ozio e amanuense instancabile per circa trent’anni è stato il cugino Giuseppe Loreto affettuoso testimone delle lunghe discussioni e della comunanza spirituale con il poeta.
Ospiti illustri sono stati d’Annunzio, Gentile, Michetti, Pirandello, Antonelli, Paolo Orano, Finamore, Tinozzi, il canonico classicista Luigi Illuminati.
Ora la villula è diventata Casa Museo Cesare De Titta, di proprietà privata, dotata anche di biblioteca e archivio storico - Tel. 0872.757126.

Fonti varie, M. S. giugno 2019

Poesie tratte da Terra d’Oro:  
Piove e fere lu sole

Piove e fere lu sole, e mà gné ogge
s’è vviscte, pe lu Colle de la Live,
la cambagne accuscì ffiurite e vive,
tra lu véle settile de la piogge.
Piove e fére lu sole, e la culline
piagne e ride tra l’ómbre che ccamine,
gna fa cavvote pe la tenerézze
la faccia belle de la giuvenézze.
Piove e risplende il sole

Piove e risplende il sole, e mai com’oggi
s’è vista, per il Colle de l’Ulivo,
la campagna così fiorita e viva,
sotto il velo sottile de la pioggia.
Piove e risplende il sole, e la collina
piange e ride tra l’ombra che cammina,
come talor fa per la tenerezza
la faccia bella de la giovinezza.
Lu cande de Terra d'ore

I.

S’è ccuperte de néve la Majelle,
s’è ccuperte de néve Mondecorne,
o Terra d’Ore, e tu come nu giorne
de primavere all’uócchie mié sc-i’ belle.
Nghe le frónne u la néve pe li rame,
sc-i’ belle déndre all’àneme che cchiame:
nghe lu cjéle seréne u l’ómbre nire,
sc-i’ belle éndre a lu core che ssuspire.


II.
O Terra d’Ore
, quande sone e cande,
e speranze e recuórde! Ne n-g’è state
nu giorne maje che n-de so candate
nghe lu rise a la voce u nghe lu piande.
Te so candate a tutte le staggiune,
te so candate tutte le canzune,
quande fiurive e quande t’ì sfiurite,
e stu cande nen è, nen è ffenite!
Il canto di Terra d'oro

I.
S’è coperta di neve la Maiella,
s’è coperto di neve Montecorno,
o Terra d’Oro, e tu come in un giorno 
di primavera a gli occhi miei sei bella.
Con le fronde o la neve per i rami,
sei bella dentro l’anima che chiama:
con l’ombre nere o il cielo di zaffiro,
sei bella dentro il cuore che sospira.


II.
O Terra d’Oro, quanto suono e canto,
e speranze e ricordi! Non c’è stato
un giorno solo che non t’ho cantata
con il riso a la voce o con il pianto.
Ti ho cantata in tutte le stagioni,
ti ho cantato tutte le canzoni,
quando fiorivi e quando sei sfiorita,
e il mio canto non è, non è finito!

Alcuni inediti su Vasto di Cesare De Titta, filologo
di alta sensibilità, grammatico di raffinato talento

Cesare De Titta fu insegnante di latino e greco di profonda cultura. 
L'amore per le lettere classiche lo portò a vertici impensabili ed egli,
umanista di innata vocazione, venne universalmente riconosciuto ed acclamato "spirito redivivo della civiltà greco-romana".
Filologo di alta sensibilità e grammatico di raffinato talento, tradusse
opere di Giosuè Carducci, Gabriele D'Annunzio, Carlos de Azaredo.
Fu un caposcuola e maestro di stile, oltre ad essere poeta trilingue, tanto
da parlare e comporre correttamente in dialetto, in italiano e in latino.
Soprattutto, la sua poetica, nella quale seppe riversare tutta la sua
passione, ebbe diverse interpretazioni da parte degli studiosi, sì da
essere definita "ora classica e decadente", oppure "dimessa e preziosa", ovvero "arcadica ed enfatica", quindi "eolizzante e pascoliana".
Ritratto di Cesare De Titta
(disegno di Vito Giovannelli)

Ma il genio lirico musicale di Cesare De Titta balza sempre prepotente e più vivo che mai, attraverso opere inedite che affiorano, di volta in volta, a testimonianza della prolissa e spontanea versatilità di questo indimenticabile aedo abruzzese. 
Si era negli anni venti e Cesare De Titta, insieme al maestro Padre Settimio Zimarino, veniva conclamato fra i più illustri esponenti della canzone abruzzese, per la sua assidua partecipazione a sagre e manifestazioni culturali, alle famose "Maggiolate" di Ortona, con l'appellativo di "principe della poesia dialettale" e "sacerdote della sagra". Infatti, alla prima Maggiolata del 1920, Cesare De Titta partecipava con ben nove composizioni, musicate dai maestri Guido Albanese, Antonio Di Jorio, Settimio Zimarino, tra cui molte famose, come L'Acquabbelle, Lu piante de li fojje, Vuccuccia d'ore, La canzone dell'amore, Sfamare, L'amore me ed ancora La nnazzecarelle ("Quande camine tu, 'nnazzecarelle, me pare de vide' l'acqua ch'abballe"). 
Aveva appena, nel settembre 1923, terminato di tradurre in dialetto abruzzese, la tragedia pastorale di Gabriele D'Annunzio "La Figlia di Jorio" e già Cesare De Titta vantava una produzione lirico-poetica vasta e conclamata, tanto che tutti i musicisti compositori dell'epoca e successiva ne musicarono la maggior parte.
Il compianto M° Aniello Polsi, vastese di adozione, nel 1981-1982, trasse dal volume "Terra d'Oro" (G. Carabba Editore-Lanciano 1923) di Cesare De Titta 33 liriche per tenore e soprano, raccolte in due volumetti, dal titolo "Fiure de campagne".
Poesia e musica in Cesare De Titta costituiscono un binomio indissolubile, sicché è da pensare che egli parlava declamando, oppure fraseggiava cantando, così spontanea era la sua innata vena lirica. Chissà quanti inediti debbono ancora essere ritrovati di Cesare De Titta, perché egli, infatti, scriveva molto e le occasioni, di certo, non gli mancavano per esternare il suo estro poetico.
Noi abbiamo rintracciato un "inedito" di Cesare De Titta, scritto su due fogli di quaderno, datato Ortona a Mare 3 novembre 1923 (Sabato).
Il 7 Maggio di quell'anno Cesare De Titta aveva partecipato alla IV Maggiolata di Ortona a Mare con la canzone Ssa neè, musicata da Ezio Marino nome d'arte di Settimio Zimarino, ottenendo un successo insperato. L'occasione questa volta gli veniva offerta dalle fauste nozze che una giovane di Ortona, la signorina Lina, doveva contrarre con un giovane di Vasto, Filippo Mariani Monacelli, figlio di don Ettore, amico di Cesare De Titta. "Gli stornelli della vela bianca" che Cesare De Titta dedica agli sposi, costituiscono oggi una vivida immagine della sublime ispirazione poetica.

Gli stornelli della vela bianca

Fiorin di ruta
Una vela da Vasto s'è partita
: 
più bianca vela mai non s'è veduta
.
Fiorin d'altare
,
la vela bianca la dirige amore
: 
la vela bianca tocca Ortona a Mare
.
Fiore di spina
,
Filippo
, quanto bianco oggi in Ortona
ove il tuo bianco sogno ha nome Lina
!
Fior di giunchiglia

sposi, non sarà mai che vi si toglia,
il sogno ch'entro l'anima s'ingiglia.
Fior di palmizio,
vi sia nel sogno bianco senza screzio
la vita come il bianco sponsalizio.
Fiorin d'altare,
vi sia la vela bianca dell'amore
sempre così, nel porto e in alto mare.
Cesare De Titta - Ortona a Mare, 3 novembre 1923 (Sabato)

Del poeta Cesare De Titta, impareggiabile cantore dell'amore interpretato come espressione spirituale e di umanità, occorre scoprire ancora la varia materia, quella cosiddetta "minore" ma non meno importante di quella edita, proprio perché qui si rivela l'indole spontanea del lirico portato a "parlare poetando".
Cesare De Titta, peraltro, componeva di getto ed era sufficiente, talvolta, un fuggevole spunto ispirativo per sollecitare la sua vena poetica così sensibile alle manifestazioni umane, sia di gioia che di tristezza. Possiamo ben dire che egli ha assunto, inoltre, il giusto titolo di "principe della poesia dialettale", oltre all'appellativo di "sublime stornellatore" musicalmente inteso nella espressività del verso ritmico e melodico. 
Dopo gli "Stornelli della vela bianca", "Gli stornelli dei Taccuini Nascosti", che Cesare De Titta compose per le fauste nozze di Cesare Fagiani e Candida Di Santo, celebrate a Lanciano il
29 luglio 1926. 
Il sentimento lirico di Cesare De Titta sboccia nella sua fantasmagorica effervescenza poetica, quasi una variopinta corolla floreale, per dare libero sfogo ad un componimento "degno della sua raffinata sensibilità" dedicato a due sposi che, oltre a con dividere mirabilmente le vicissitudini della vita, hanno avuto in comune l'ispirazione poetica che ne esalta le immagini di vivida ed appassionata romanticità. 

Gli stornelli dei Taccuini Nascosti

Fiore d'argento,
Villa di Chieti, quanto verde e quanto 
Azzurro e che silenzio in quel Momento!
Fior di campagna. 
Lui, anima che trepida e che sogna, 
passar vide una dolce sua compagna.
Fior di grano.
E il tempo ricordò, tempo divino, 
delle sue scuole tecniche a Lanciano.
Fior di mortella.
Era Candida, l'anima tranquilla
ch'egli guardata avea come sorella
Fiorin di rosa.
Ed ora passar la vide, tutt'arrisa 
Di sole, e in essa vide la sua sposa.
Fior di foresta.
E le scrisse, e non ebbe la risposta
e su lui s'addensò un'ombra mesta.
Fiori montani.
Sette mesi
! ...... oh quaderno di canzoni
Nascosti, canti tristi, canti vani!
Fiori lucenti.

Oh se una paginetta di quei canti 
l'avesser fino a lei portata i venti!

Fior di pianura.
Sette mesi... ma venne quella sera
di settembre: era l'aria fresca e pura.
Fior di gaggia.
Da una finestra, suo tormento e gioia,
gli scese un taccuino sulla via.
Fiorin di rosa.
Un diario d'amore: luce improvvisa!
Lui pianto in versi avea, lei pianto in rosa.
Fiorin di prato.
Che delizia la terra di San Vito,
tra gli aranceti che svolìo beato.
Rosa di Malta.
E poi... la lontananza.
In sé raccolta l'anima

sospirò verso Pietralta.
Fiore a sei raggi.
E sospirò verso Perano
... ed oggi
Pensa da due verdi e prossimi villaggi.
Fiori montani.
Così le meste inedite canzoni
Tradusse in nozze Cesare Fagiani.

Cesare De Titta - Lanciano, 29 luglio 1926

Un canto limpido e genuino, quello di Cesare De Titta, leggiadro nella sua semplicità.
Un canto d’amore che conserva intatti la castità e il pudore che sono emblema della lirica di Cesare De Titta, per offrire immagini di grazia e di bellezza, per celebrare, con autentico gusto estetico, in una armoniosa sintesi poetica, il sogno dell'umanità che è patrimonio della nostra terra.
Un canto che, nella sua leggiadria lirica, si inebria di palpiti d'amore per librarsi, dopo aver attinto alla sorgente inesauribile della Musa, per cieli infiniti. Questo ha saputo cantare Cesare De Titta.
Questo il patrimonio di cultura che egli ci ha affidato, perché ha saputo interpretare l'essenza e la radice della nostra civiltà, affidata in quella magnifica opera poetica che è "Terra d'Oro", specchio fedele della bontà della nostra gente.

stralcio da articolo, a firma Giuseppe Catania, apparso su "www.noivastesi.blogspot.com" - 28 febbraio 2018

I versi con i quali Cesare De Titta "dipinge" Vasto

Avetùre de Lu Uašte
Paradise che se ‘ngaštre
Tra lu ciele e la marìne
Purtihàlle e mandarìne
Rise vive a ogne ppizze
E culùre de Palizze.

Altura di Vasto
Paradiso incastonato
Tra cielo e mare
Aranci e mandarini
Sorrisi vivi in ogni dove
e colori del Palizzi. 

Sembra che il poeta si sia ispirato mentre, in carrozza, risaliva la strada dalla Stazione a Vasto Città...