Storie:
In ricordo di...Vito Taccone
l'indimenticato "Camoscio d'Abruzzo"
non solo per le sue qualità di scalatore, ma anche per il suo temperamento'
(Avezzano, 6 maggio 1940 - 15 ottobre 2007)
 
Noto ciclista degli anni sessanta,
il cui nome sempre accostato ad importanti imprese sulle due ruote

Professionista dal 1961, scalatore doc, soprannominato 'Camoscio d'Abruzzo', Taccone era nato il 6 maggio 1940 ad Avezzano, in provincia de L'Aquila.
Negli anni della sua carriera da professionista, Taccone si era fatto notare
non solo per la vittorie ottenute, nel suo palmares:
Giro di Lombardia nel 1961;
Giro del Piemonte 1962;
Giro di Toscana 1963;
Giro della Campania 1964;
Milano - Torino 1965;
Trofeo Matteotti 1966;
ma soprattutto nel 1963 un filotto di quattro vittorie di tappe consecutive
al Giro d'Italia, di cui vinse per due volte la classifica riservata agli scalatori, ma anche per il talento in salita che gli era valso il soprannome di 'Camoscio d'Abruzzo' e per il carattere burbero e spontaneo.
Queste stesse caratteristiche, oltre a farlo diventare molto popolare nella sua terra
d'origine, l'Abruzzo, decretarono il suo successo, dopo aver smesso di pedalare, come commentatore del Giro d'Italia in alcune
edizioni del 'Processo alla tappa' della Rai, condotto da Sergio Zavoli con il quale entrò più volte in polemica.
Lasciata l'attività agonistica, intraprese varie attività, rimanendo comunque un personaggio molto popolare nella sua regione d'origine. Titolare di un'azienda di abbigliamento
sportivo, nel giugno 2007 fu arrestato con altre 11 persone in seguito ad un'inchiesta condotta
dalla Guardia di Finanza, con l'accusa di associazione a delinquere finalizzata al commercio di capi
di abbigliamento con marchi contraffatti o provenienti da furti.
Taccone si era sempre proclamato innocente chiedendo (anche con iniziative clamorose come incatenarsi davanti al tribunale) un processo in tempi brevi.
È morto per un infarto il 15 ottobre 2007, all'età di 67 anni.
Secondo il figlio di Taccone, il deteriorarsi delle sue condizioni di salute è stato accentuato dallo stress subito in conseguenza delle vicende giudiziarie.
M. S., Gennaio 2009

Vito Taccone: dalla Bici all’Amaro,

storia di un campione indimenticato
Fornaio, pastore e poi campione. La storia di Vito Taccone inizia così, tra le difficoltà riscontrate nel portare avanti una famiglia e la passione per la bicicletta.
Papà Gaetano se n’era andato troppo presto e a mamma Marietta servivano
i soldi per sfamare i suoi ragazzi nel cuore di Avezzano, a piazza Cavour dove tutti li conoscevano e gli volevano bene.
Vito amava già le due ruote e grazie alla bicicletta portò a casa i primi soldi consegnando il pane.
I coetanei iniziavano a sfoggiare le prime bici moderne, lui invece andava in giro con un vecchio triciclo porta-pane, ma quando c’era da pedalare
nessuno lo batteva.

Lavorando per 6 settimane con la paga riuscì a comprarsi anche lui una bella bicicletta che poi si rivelò la sua fortuna.
Iniziò a correre per gioco, proprio come un “selvaggio” e quando gli proposero di fare qualche gara lui si preoccupò per la sua famiglia alla quale doveva portare i soldi per mangiare.
Dalla passione alle gare il passo fu breve: nel 1961 divenne professionista ed esordì al giro d’Italia. Vinse la sua prima gara a Potenza e tutti capirono che era un talento naturale. “Andò al giro di Lombardia e la sera annunciò a Sergio Neri che il giorno dopo avrebbe vinto”, ha raccontato il figlio Cristiano, “e fu proprio così. Mio padre era determinato e voleva emergere. Lui amava la sfida, amava lottare e vincere. A fine carriera Sergio Zavoli gli propose di andare a lavorare in Rai, ma non accettò”.
Taccone ebbe tante proposte, ma lui voleva creare qualcosa per sé stesso e voleva partire da Avezzano, la sua terra.
Nacque così la ricetta dello storico amaro Taccone. Un liquore unico che aprì la strada a tanti altri prodotti ancora oggi realizzati nello stabilimento di Massa d’Albe come Sambuca e Ponchè. “Chi mise in moto la giostra fu mia madre perché mio padre pur avendo l’idea continuò a correre e lei si occupò di tutto”, ha precisato il figlio, “lui diceva che non si vince solo all’arrivo, ma si vince anche andando a trovare la vittoria giorno dopo giorno. Tra una corsa e l’altra mio padre cominciò con la solita determinazione ad andare in giro e vendere il suo amaro che fu un successo. Chi non avrebbe comprato l’amaro Taccone?”.
Dall’amaro si passò poi all’abbigliamento sportivo, qualcosa di nicchia e al tempo stesso di unico che la famiglia Taccone iniziò a produrre e vendere. “L’abbigliamento per ciclismo non poteva non chiamarsi Taccone”, ha concluso Cristiano, “mio padre all’inizio era scettico, ma poi capì che volevo fare un progetto di qualità e lo benedì. Dalla sua improvvisa morte io e mia madre abbiamo portato avanti tutto e ancora oggi ci occupiamo delle due aziende grazie a una tradizione di famiglia che va avanti da anni. Abbiamo fatto un restyling dell’amaro con un’etichetta nuova e una bottiglia nuova, non lo vendiamo più all’estero ma per lo più tra l’Abruzzo e Roma. Produciamo circa 30mila bottiglie l’anno e continuiamo così a far vivere un grande amore del Camoscio d’Abruzzo”.

stralcio da articolo apparso su: https://www.marsicalive.it/storie-di-successo-11
-taccone-dalla-bici-allamaro-storia-di-un-campione-indimenticato
- 12 giugno 2020