Marcinelle (Belgio), 8 agosto 1956
La sciagura
E dalla miniera della morte nacque l'Europa
 
 
 
La tragedia di Marcinelle ha cambiato l'Europa
I 262 minatori rimasti intrappolati nelle viscere della miniera di Bois du Cazier, a 1035 metri sotto il suolo, hanno scosso con il loro sacrificio la coscienza di un intero continente. Una tragedia europea perché in quella miniera lavoravano, russi, ucraini, tedeschi, belgi, spagnoli e italiani. Erano 132 i nostri connazionali che persero la vita nella miniera-trappola. Sessanta erano gli abruzzesi. La metà dei quali provenienti da due paesi: Manoppello e Lettomanoppello.
Fino all'agosto di cinquant'anni fa gli italiani erano per i belgi poco più che delle braccia da mandare sotto terra a scavare carbone.
Non potevano entrare nei bar, né provare ad affacciarsi nei pochi cinema o luoghi di spettacolo pubblico. Dovevano restare nei campi a loro riservati. Trattati come dei prigionieri.
Nella regione carbonifera del Belgio, un'area che comprendeva cinque bacini di scavo, dove trovavano lavoro 25 mila minatori, i contadini, gli artigiani e i pastori abruzzesi c'erano arrivati sulla base di un accordo tra Stati. Nella primavera del 1946 il capo del governo italiano Alcide De Gasperi e il primo ministro belga Van Acker siglano un accordo. L'Italia si impegna ad inviare mille minatori al mese in Belgio. Ottenendo in cambio la possibilità di acquistare ad un prezzo prestabilito 200 chili di carbone al giorno per ogni italiano inviato in Belgio.
Era un'Italia in ginocchio quella che siglò l'accordo. Un Paese che aveva perso una guerra e che era trattato con diffidenza dai vincitori-alleati. Un Paese alla disperata ricerca di materie prime per far ripartire la sua industria, le sue centrali. Un Paese che non aveva altro da esportare se non uomini. Braccia di giovani disperati, spesso reduci da anni nei campi di prigionia o padri di famiglia alla ricerca di un'opportunità per guardare con un pizzico di fiducia al futuro della propria famiglia.
L'Abruzzo di quel dopoguerra condivideva con la Calabria e la Basilicata una spaventosa situazione sociale. Niente lavoro. Zero infrastrutture. Settori importanti della sua economia al collasso. La pastorizia con la guerra aveva avuto il suo colpo di grazia. L'agricoltura scontava ritardi atavici. La regione non aveva una prospettiva di ripresa. Era stata esclusa persino dai piani di ricostruzione, che andavano sotto il nome del generale americano che li aveva pensati: Marshal.
In quella primavera del 1946, il manifesto della Federazione delle miniere belghe, che era stato affisso nei comuni, a moltissimi giovani disoccupati apparve come una manna. L'occasione tanto attesa per lasciarsi alle spalle miseria e umiliazioni. Quasi nessuno tra coloro che partiva per il Belgio aveva un'idea di cosa fosse una miniera. Di quali condizioni di lavoro avrebbe trovato. Di come avrebbe vissuto. Partirono con l'entusiasmo di chi fugge dalla povertà. Furono quasi cinquantamila. Moltissimi di loro non tornarono.
Dal 1946 al 1963, periodo di durata dell'accordo "uomo-carbone", nel bacino carbonifero di Charleroi morirono 867 minatori italiani per incidenti. Altre migliala persero la vita, negli anni successivi, a causa degli effetti devastanti sulla salute provocati della polvere di carbone. Polvere che avevano respirato sotto le gallerie anche per dieci ore al giorno. La silicosi divenne una malattia tristemente diffusa.
I minatori prima della tragedia di Marcinelle scendevano in fondo alle miniere con una picozza, un casco e una lampada. Nessuno aveva aveva maschere. Per difendere i polmoni dalla polvere si coprivano la bocca e il naso con un semplice fazzoletto.
Le norme di sicurezza erano inesistenti. La vita di migliala di persone affidata al caso. Non c'erano vie di fuga nei cinque livelli della miniera di Bois Du Cazier. Le porte per fermare il fuoco erano di legno, così stagionato da finire presto per alimentare le fiamme.
Il pozzo numero 1, dove l'incendio divampò, serviva anche per il passaggio dell'impianto di aerazione dell'intera miniera. Così, in pochi minuti, tutte le gallerie divennero un'immensa camera a gas. Non c'era un pozzo di salvataggio. E gli altri divennero subito inservibili. Il calore dell'incendio nel pozzo 1 dopo più di un'ora aveva fuso le corde d'acciaio dei montacarichi. Una trappola mortale per 262 persone. La vita degli uomini nelle miniere non valeva un granché.
La tragedia di Marcinelle portò agli occhi del mondo una tremenda realtà. I governanti europei a dieci anni dalla fine della guerra dovettero fare i conti con quell'incendio a 970 metri sotto terra.
Carlo Azeglio Ciampi, il 17 ottobre del 2002 visitò la miniera-sacrario del lavoro italiano all'estero. Davanti agli scampati e alle loro famiglie sostenne con forza la tesi dell'incidente di Marcinelle come elemento fondante di una coscienza europea.
«Per la prima volta, è bene ricordarlo» disse in quell'occasione Ciampi, «a una tragedia europea fu data una risposta europea. La ricostruzione delle cause del disastro, oggetto di una minuziosa inchiesta, indussero l'Alta Autorità della Comunità Europea del Carbone e dell'Acciaio, la Ceca, prima delle istituzioni europee, a convocare una conferenza le cui conclusioni modificarono, e migliorarono radicalmente, le condizioni di lavoro in tutte le miniere dell'Europa comunitaria, e la sicurezza dei minatori. Ho richiamato questi ricordi per dare concretezza alla rievocazione di un momento della nostra storia che oggi ci appare molto lontano, tanto lontano. Quella era un'altra Europa, un altro Belgio, un'altra Italia». E aggiunse: «E' stato detto che la tragedia di Marcinelle fece di più, per la formazione di una coscienza europea, di quello che fecero tutti i trattati firmati in quegli anni».
A distanza di cinquant'anni da quella tragedia è difficile dire se questa lettura di quegli eventi potrà consolare le famiglie. Una cosa di certo si può dire. Quegli uomini hanno dato un contributo impagabile al loro Paese. Con il loro sacrificio hanno contribuito a rimettere in piedi un Paese uscito malconcio dalla guerra.
I 132 morti di Marcinelle hanno costretto l'Europa a fare definitivamente i conti con le diffidenze e il velo di razzismo che c'era nei confronti degli italiani, in Belgio come in Svizzera, in Germania come in Inghilterra.
Dopo Marcinelle nessuno potè più chiamare "Machaques" i figli dei minatori italiani, senza provare una grande vergogna. Quel nomignolo preso in prestito da una razza di scimmie sparì, insieme ai cartelli nei bar che vietavano l'ingresso agli italiani. Sparirono i recinti tutt'intorno alle baracche di lamiera dove alloggiavano i minatori e le loro famiglie. Dopo quella tragedia, gli italiani all'estero ottennero di colpo una sorta di cittadinanza europea. Uomini e donne che hanno lavorato e lavorano, con coraggio, onestà e per i più fortunati con successo.
Oggi, oltre che il ricordo di quella tragedia, ci resta una comunità italiana in Belgio che oggi conta 300 mila persone. Una presenza decisiva in tutti i settori della vita sociale ed economica, che ha avuto il massimo dell'espressione pubblica dopo le elezioni politiche del 2003. Il re del Belgio ha assegnato l'incarico esplorare la possibilità di formare il governo a Elio Di Rupo, leader del partito socialista belga, sindaco di Mons, abruzzese di San Valentino. Figlio di uno dei tanti braccianti finiti nelle miniere belghe in quel lontano 1946 per duecento chili di carbone al giorno.
stralcio da art., a firma Pasquale Galante, apparso sul quotidiano "Il Centro", 9 agosto 2006

Marcinelle 1956 - 2006
Cinquantanni fa la sciagura

Gli ex minatori sfilano in corteo
Il Comune di Vasto è presente alle manifestazioni organizzate per ricordare il cinquantenario della tragedia di Marcinelle.
Il presidente del consiglio comunale, Giuseppe Forte, è in Belgio per rappresentare l'amministrazione.
Con lui si trova Luigi Medea, vicepresidente dell'associazione Pro emigranti. Per motivi di salute, non è partito il presidente Silvio Petroro.
La delegazione vastese ha consegnato al direttore del museo di Marcinelle, Jean Luis Delact, una riproduzione del monumento all'Emigrante, inaugurato a Vasto, in piazza Belvedere Romani,
il 3 agosto 1986.
«Molti vastesi hanno avuto padri e nonni emigrati in Belgio. Qualcuno di loro conosce bene l'inferno di Marcinelle», sottolinea Giuseppe Forte, «il Comune non poteva non offrire un doveroso omaggio ai minatori».
La delegazione italiana ha raggiunto in volo Marcinelle ieri mattina.
Alle 11,45 si è svolta la cerimonia davanti al monumento intitolato "Aux mineurs italiens".
A mezzogiorno, nel foyer del Ceme, ministero degli esteri, c'è stata la consegna delle medaglie ai familiari delle vittime da parte del viceministro degli affari esteri, Franco Danieli.
stralcio da articolo apparso sul quotidiano "Il Centro", 9 agosto. 2006

"M'aricorde"
del vastese Raffaele Bozzelli

A Marcinelle (Belgio), l'8 agosto 1956
mi son salvato per miracolo
Sono passati cinquantasei anni dalla tragedia di Marcinelle, nella quale perirono 262 minatori, per la maggior parte abruzzesi.
Era l'8 agosto del 1956, ma per Raffaele Bozzelli il ricordo di quella giornata resta ancora vivo. "Avevo 24 anni ed anch'io, come tanti altri coetanei, avevo scelto come destinazione il Belgio, dove cercavano braccia per le miniere di carbone.
Capitai a Marcinelle
, un paesino poco vicino Charleroi, e venni assunto alla miniera del Bois du Cazier, una delle più grandi della zona. Per quanto inospitale sotto l'aspetto climatico, il Belgio era comunque pieno di abruzzesi e di vastesi e tra essi ricordo i miei cugini Filippo e Carmine Luciano, Cesario D'Addiego, Carmine Bozzelli, Nicola Marinucci, Paolo Di Lena, Filippo Giancola, Michele e Giuseppe Giattini.
Ero lì da circa un anno quando accadde la catastrofe nella quale non venni coinvolto per pura fortuna
, dal momento che ero stato destinato al turno della notte ed ero rientrato nel mio alloggio alle 7 del mattino, soltanto un'ora prima che scoppiasse l'incendio nel pozzo.
Ricordo il suono assordante delle sirene che mi strapparono dal sonno profondo nel quale ero appena piombato
, la corsa
verso il Bois, il frastuono del rumore dei mezzi di soccorso, lo schiamazzo delle squadre che si andavano formando nel tentativo di sottrarre i colleghi al grisou assassino. Ed ho ancora negli occhi e nelle orecchie il viso delle donne accorse ai cancelli ed il loro pianto disperato dinanzi alla lunga fila di cadaveri allineati.
Vorrei non ricordare nulla di quella giornata
, ma non ci riesco. Ho scavato insieme ad altri volontari in fondo a quel pozzo, trasformato in un'unica grande tomba, per cinque giorni e cinque notti, con le motopicche, con le pale, con le unghie.
Due mesi dopo lasciai il Belgio
".
Una lacrima accompagna le ultime parole di Raffaele mentre ci consegna la foto che lo ritrae dinanzi alla miniera maledetta insieme a Filippo Luciano
, anch'egli di Vasto.
stralcio da "Lunarie de lu Uašte" - ed. 2012 - M.S., maggio 2012 

Una miniera (New Trolls) - YouTube
video pubblicato il 27 febbraio 2008 in You Tube - by Carlo Fedele
 
Testo

Le case le pietre ed il carbone dipingeva di nero il mondo
Il sole nasceva ma io non lo vedevo mai laggiù era buio
Nessuno parlava solo il rumore di una pala che scava che scava
Le mani la fronte hanno il sudore di chi muore
Negli occhi nel cuore c'è un vuoto grande più del mare
Ritorna alla mente il viso caro di chi spera
Questa sera come tante in un ritorno.
Tu quando tornavo eri felice
Di rivedere le mie mani
Nere di fumo bianche d'amore
Ma un'alba più nera mentre il paese si risveglia
Un sordo fragore ferma il respiro di chi è fuori
Paura terrore sul viso caro di chi spera
Questa sera come tante in un ritorno
Io non ritornavo e tu piangevi
E non poteva il mio sorriso
Togliere il pianto dal tuo bel viso
Tu quando tornavo eri felice
Di rivedere le mie mani
Nere di fumo bianche d'amore

 
 
 

Compositori:
..Gian Piero Reverberi
..Giorgio D'Adamo
..Domenico Di Palo
..Vittorio De Scalzi
Artista:
..New Trolls
Album:
..Live
Data di uscita:
..1976
Generi:
..Rock progressivo,
...Musica Pop