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Il Camoscio d'Abruzzo e l'area faunistica
http://www.camosciodabruzzo.it
http://www.ecotur.org/it/camoscio_d%27abruzzo.xhtml
 
Alla scoperta del Camoscio Appenninico, animale simbolo della fauna
d'Abruzzo. Osservarlo è facile e si rivela un'esperienza sempre emozionante.

Video pubblicato il 3/2/2016 da Camminare in Abruzzo Luca Spinogatti Amm - You Tube - http://www.camminareinabruzzo.it

 
Il camoscio d'Abruzzo è classificato dagli zoologi come una sottospecie a sé stante
(Rupicapra pyrenaica ornata),
distinta quindi da quella alpina, più simile a quella presente sui Pirenei, in Spagna.
 
La differenza con la specie alpina, già rilevata fin dal 1900, ora confermata da studi scientifici più approfonditi, si basa sulla diversa colorazione del mantello invernale, sulla forma e lunghezza delle corna, più grandi nel camoscio d'Abruzzo, e su aspetti comportamentali.
Il camoscio è arrivato dalle regioni asiatiche attraverso una lunga migrazione, circa duecentomila anni fa, sopravvivendo fino ai giorni nostri agli eventi biologici e climatici più vari nel corso di questo lungo intervallo di tempo.
Presenti fino al 1900 sulle principali montagne centro-appenniniche, i camosci hanno trovato il loro estremo rifugio sulle montagne del Parco Nazionale d'Abruzzo, dove nei primi decenni del ventesimo secolo si calcolava che ne fossero rimasti solo una trentina.
Grazie all'istituzione, nel 1923, del Parco Nazionale d'Abruzzo, la popolazione di camoscio si è ampliata raggiungendo l'attuale contingente di circa 900 individui nelle diverse aree di presenza. Oltre alla popolazione del Parco d'Abruzzo sono cresciuti importanti nuclei nei Parchi Nazionali della Majella e del Gran Sasso e Monti della Laga, dove sono stati reintrodotti a partire dal 1990.
Il futuro del camoscio
Notizie storiche recenti e passate ci descrivono il Gran Sasso come una montagna largamente abitata dal camoscio. D'altronde, l'accidentata morfologia di questa catena montuosa, fatta di creste appuntite, pinnacoli e pareti verticali, ne fa proprio una montagna da camoscio.
La distribuzione dell'erbivoro nei tempi più remoti comprendeva, verosimilmente, anche i Monti della Laga, da cui probabilmente è scomparso prima che sul Gran Sasso.
La scelta dell'Ente Parco Nazionale del Gran Sasso e i Monti della Laga di rappresentare il camoscio d'Abruzzo nel proprio logo è un modo per legare la storia naturale di questo erbivoro al futuro dell'area protetta in cui si spera che esso recuperi gli habitat che gli erano propri, in un quadro armonico di sviluppo sostenibile delle comunità umane che vi abitano.
Con questa filosofia di gestione dell'area protetta, l'Ente Parco ha ottenuto il cofinanziamento di due progetti dall'Unione Europea, finalizzati alla stabilizzazione e all'accrescimento della attuale popolazione di camoscio nel Parco, con il coinvolgimento attivo dei suoi abitanti.
Il primo progetto Life si è concluso, mentre il secondo progetto è stato avviato nell'estate 2002.
 
Camosci nel Parco
Fare un'escursione sulle creste del versante meridionale del Gran Sasso ed incontrare grandi mammiferi selvatici era impensabile fino a pochi anni fa.
L'assenza dei grandi animali costituiva la lacuna lampante di aree stupende con panorami mozzafiato. Una volpe affamata, furtiva ed impaurila, era quanto di più si potesse sperare di vedere.
Oggi, a oltre dieci anni dalla operazione di reintroduzione del camoscio d'Abruzzo, le cose sono molto cambiate.
Intorno alle vette, nei mesi estivi, all'interno di conche e valloni nel periodo autunnale, in ripidi e pericolosissimi pendii erbosi durante l'inverno, è possibile scorgere il musetto curioso di un giovane camoscio o le lunghe corna uncinate di un maschio vagabondo.
Per un incontro indimenticabile con il camosci occorre però attenersi ad alcune norme comportamentali.
I camosci sono animali diurni che pascolano nelle ore più fresche della giornata, dunque non avvicinarsi mai troppo e neanche abbandonare i sentieri, evitare rumori o movimenti bruschi, sostare nell'osservazione il minimo possibile affinchè i camosci possano riprendere rapidamente a brucare.
Gli escursionisti attenti e i turisti educati non si meraviglieranno nel sentire un forte soffio, simile a un fischio, lungo i sentieri del Parco: sono i camosci, che vi avvertono della loro presenza, offrendovi una emozione forte, magari a conclusione di una stupenda giornata in montagna.
 
Il camoscio a Farindola
L'area faunistica di Farindola, la prima realizzata nel Parco Nazionale del Gran Sasso e Monti della Laga, è stata inaugurata il 29 luglio 1992, a 100 anni dalla scomparsa dell'ultimo camoscio sul Gran Sasso, ed è gestita dalla Legambiente.
L'Amministrazione Comunale, i cittadini di Farindola, le associazioni ambientaliste locali (CAI, Legambiente) e la cooperativa Ciefizom si sono impegnati per la realizzazione completa dell'area faunistica, con tanti volontari che hanno lavorato tenacemente, spinti dal desiderio di contribuire ad un progetto entusiasmante.
Una esperienza vissuta molto intensamente, in cui i farindolesi, aiutati anche da giovani europei del volontariato internazionale di Legambiente, dal Club Alpino Italiano e dalla Scuola Verde di Isola del Gran Sasso, hanno concluso i lavori in tempi rapidissimi.
I primi camosci ospiti sono state due femmine provenienti dall'area faunistica di Bisegna, nel Parco Nazionale d'Abruzzo, chiamate Ombretta e Menga; in seguito, il 29 settembre 1992, è arrivato Quirino, un maschio.
Nella primavera del 1993 è nato il primo camoscetto, segno di un buon adattamento al nuovo ambiente, del tutto simile al loro habilat naturale. Infatti l'area è stata realizzata nei pressi della cascata del Vitello d'Oro, all'ingresso della Valle d'Angri, caratterizzata da sporgenze rocciose, pareti scoscese, forti pendenze e una ricca vegetazione adatta alla loro alimentazione.
I camosci si sono puntualmente riprodotti e alcuni di essi, nell'ambito di operazioni condotte dall'Ente Parco, sono stati prelevati e liberati in natura sul Gran Sasso, dopo essere stati marcati con delle targhette colorate di riconoscimento apposte sulle orecchie, muniti di radiocollare per poter essere seguiti nei loro spostamenti dagli operatori del Parco.
L'area faunistica, gestita dalla Legambiente su incarico dell'Ente Parco, è stata definita dagli esperti come area modello per la riproduzione e lo studio del comportamento del camoscio e quindi per la sua conservazione.
L'entusiasmo suscitato tra i cittadini dal ritorno del camoscio d'Abruzzo e l'impegno dell'Amministrazione Comunale nel promuovere Farindola a riferimento del Parco nell'area vestina, hanno spinto l'Ente Parco a scegliere questo paese come sede del Polo Scientifico del Parco, che ospita al suo interno l'Osservatorio di Geologia e un museo naturalistico de
dicato al camoscio d'Abruzzo.
ENTE PARCO NAZIONALE DEL
GRAN SASSO E MONTI DELLA LAGA
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stralcio da: 1992-2002 - 10 anni dell'area faunistica del camoscio d'abruzzo di Farindola
Lavoro realizzazato da COGECSTRE Edizioni - 2005- Penne - T. 085 8270862 - Testi a cura di Legambiente.
Foto Gino Damiani. Stampa Arti Grafiche Cantagallo, Penne

Foto del Camoscio d'Abruzzo e dell'area faunistica
Un gruppo di camosci nell'area faunistica
Camoscio all'orizzonte
   
Adulto di camoscio
con evidente la banda scura lungo il collo

Un cucciolo di camoscio
   



Camosci adulti e giovani
Una fase dei lavori di costruzione
dell'area faunistica
   

logo del parco
Farindola e il Gran Sasso sullo sfondo