Vasto: La Frana del 1956
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Frana in Poesia
Ex chiesa di S. Pietro
chiesa di S. antonio da Padova
 
Nella primavera del 1956 si verificò a Vasto una frana di grandi dimensioni che
fece scivolare a valle il Muro delle Lame e buona parte del rione S. Pietro. Il
fronte della frana si estendeva per circa 250 metri da porta Palazzo alla Chiesa
di S. Antonio ed interessava anche tutti i terreni sottostanti che scivolando verso
il mare creavano problemi alla SS 86 per Vasto Marina ed alla linea ferroviaria.
I rilievi geologici fatti dal Genio Civile di Chieti nel 1955-56 (pochi mesi prima della frana e appena dopo) indicavano chiaramente la presenza di una ricca falda acquifera da 103 metri s.l.m a 113 metri s.l.m., che fuoriusciva sotto il Muro della Lame.
A marzo del 1956 a conclusione dei rilievi, fu fatto a Vasto un sopralluogo da parte di esperti di fama nazionale e dei tecnici delle Istituzioni interessate, sotto gli auspici del Ministro Giuseppe Romita e del sen. Giuseppe Spataro, per concordare gli interventi da effettuare.

DUE FENOMENI: frana“di monte” e“di valle”.
“Le conclusioni delle visite collegiali si possono così riassumere:
1. le frane in atto erano riferibili a due fenomeni distinti seppure interdipendenti, che interessavano la zona a monte dei muri crollati e la zona a valle fino al mare (…) avendosi sia distacchi e “disquamazioni”da pareti in sabbia lievemente cementate (zona a monte), sia scorrimento verso il mare di masse caotiche sabbio-argillose (zone a valle). Infatti la frana di valle era alimentata dai prodotti degli scoscendimenti del retroterra e mantenuta più o meno attiva dalle precipitazioni meteoriche e dalle acque sotterranee provenienti da monte (…). Ciò agevolava anche ulteriori disquamazioni di monte”;
2. “ bisognava mantenere indisturbata la falda per tutta la zona sottostante l’abitato (…) infatti una accentuata depressione della falda freatica avrebbe potuto provocare assestamenti del banco sabbioso con conseguente instabilità di altri fabbricati”.

DUE SISTEMI DI INTERVENTO.
Pertanto accertati i due aspetti della frana si rendevano indispensabili due sistemi di intervento:
•• per la parte a valle: la costruzione di un cunicolo drenante per l’intercettazione delle acque di falda in posizione opportuna (orizzontalmente lungo tutto il piede della frana sotto via Adriatica ndr) e sistemazione generale superficiale della zona sconvolta;
•• per la parte “a picco” si avanzarono due proposte: un muro di sostegno non superiore alle sabbie asciutte, fondato in pali infissi nelle argille compatte; oppure un muro di limitata altezza fondato direttamente sulle argille, ma con la sistemazione a scarpa di tutto il fronte”.

Sulla base dei concetti esposti il Genio Civile di Chieti presentò quattro possibili soluzioni tra cui il Consiglio Superiore dei Lavori Pubblici a luglio 1956 (dopo soli 5 mesi dall’evento) scelse quella che prevedeva solo la “esecuzione di un sistema drenante profondo” e “la sagomatura delle scarpate con pendenza 2/3, niente muri di sostegno.
Il Consiglio Superiore quindi ordinò la progettazione esecutiva.

LE OPERE DI SISTEMAZIONE:
Primo lotto dei lavori.
Il primo lotto dei lavori fu appaltato all’Impresa ICORI di Roma.
Prima dell’avvio furono eseguiti ulteriori sondaggi per scoprire l’esatta “giacitura” delle argille compatte per una più precisa ubicazione delle gallerie. Ma l’esecuzione dei lavori in galleria presentò subito notevoli difficoltà. Il cunicolo drenante semincassato nelle argille compatte, con la parte superiore (calotta) immersa nella massa rimaneggiata imbibita dalle acque, era pressochè irrealizzabile. “Entrati nella massa rimaneggiata ed appena ci si avvicinò al piano di scorrimento, si verificarono spinte eccezionali, alle quali non resistettero né le robuste centine metalliche, né le armature in profilati metallici. Si ebbero sovente pericolosi sfornellamenti di materiali semifluidi della massa sovrastante”.
Fu necessario apportare urgenti varianti al progetto originario.
Fu deciso di non costruire più gallerie drenanti con la calotta immersa nelle masse piene di acque, ma di costruire un cunicolo incassato totalmente nelle argille compatte e asciutte al di sotto delle masse franose. “Le acque sarebbero state convogliate al cunicolo mediante un setto drenante che dalla superficie del terreno interessava tutto lo spessore della frana fino a portarsi al cielo del cunicolo”. I vantaggi furono notevoli: maggiore sicurezza statica delle opere in gallerie, più rapidità, costi inferiori al progetto originario, maggiore drenaggio.
Il setto drenante infatti fu costruito mediante trivellazioni, spinte fino alla calotta della galleria, del diametro di 52 cm riempite di ghiaia di pezzatura di 3-5 cm. Più in alto i ciottoli erano di 4-12 cm. In sostanza l’acqua presente nel terreno filtrava attraverso la ghiaia e giungeva fino al tetto della galleria dove veniva captata.
Furono costruiti anche tre pozzi di ispezione e drenanti collegati alle gallerie, tuttora visibili vicino al campo di atletica, con i loro caratteristici tetti rotondi che fuoriescono dal terreno di circa 3 metri.
Ma non tutte le gallerie furono “drenanti”, nel senso quelle “drenanti”, che servivano a captare acqua, furono costruite per tutta la lunghezza della frana ai piedi del costone, quelle di “eduzione” invece servivano solo per portare verso gli scarichi le acque raccolte nelle altre gallerie.

Secondo lotto dei lavori.
Questi lavori furono appaltati sempre dall’impresa ICORI e si svolsero contemporaneamente a quelli del primo lotto. Consistettero nella sistemazione di fosso Tubello, verso il quale erano state portate le acque della galleria, e nel risanamento della maggior parte della zona a destra della frana (sotto Porta Palazzo).

Terzo lotto dei lavori.
Riguardò il completamento delle opere a valle a sinistra della frana (sotto la chiesa di S. Antonio), la sistemazione della parete “a picco” per tutto il fronte della frana. I lavori furono affidati sempre all’impresa ICORI nell’estate del 1959.

Le prime verifiche.
Ultimati gli interventi si potevano trarre le prime conclusioni. “Il setto drenante si manifestò efficiente: captava le acque freatiche contenute nella massa rimaneggiata a monte delle gallerie, convogliandole nei cunicoli che a loro volta le scaricavano nel fosso Tubello; la portata si aggirava sui 5-6 litri al secondo”. “Tutta la zona a valle andò via via consolidando e il movimento franoso in queste parti si arrestò dopo qualche tempo”.
“Restava ora da intervenire nella parete subverticale della piattaforma sabbiosa su cui poggia l’abitato di Vasto; la fuoriuscita della falda acquifera a valle provocava sempre disgregamenti più o meno marcati sulla base della parete a picco”.
Furono studiate molte soluzioni, soprattutto per cercare di mantenere la parete a picco come il vecchio muro delle Lame, ma alla fine prevalse la decisione del Consiglio Superiore dei Lavori pubblici presa a luglio del 1956. Fu deciso di alleggerire la parete delle parti più deboli e creare una scarpata di adatta pendenza.

Ultimi lavori.
La ICORI nel 1960 sistemò a scarpata l’intera zona, come la vediamo oggi e iniziò la demolizione di tutti gli edifici pericolanti, tra cui l’antica chiesa di S. Pietro molto cara ai Vastesi.
Successivamente, per alleggerire il peso sul costone, venne demolito anche l’imponente sede dell’Istituto Tecnico Commerciale (attuale area delle Terme e dell’Arena alle Grazie).

Il collaudo finale.
Verso la fine del 1960 una commissione di collaudo esaminò le opere realizzate e le riscontrò pienamente rispondenti alle caratteristiche del progetto generale di consolidamento.
Alla fine degli interventi il progetto aveva assorbito in termini economici i due terzi della somma di 780.000.000 di lire approvata dal Consiglio Supe-riore del Lavori Pubblici.
Dopo 50 anni si può dire che l’intervento è riuscito
e rappresenta un interessante ed importante esempio di consolidamento di difficilissime masse in frana, mediante cunicoli ed drenaggi profondi.
Le notizie tecniche sono tratte da “Le opere di consolidamento della frana di Vasto” di Giuseppe Vecellio. 
art., a firma Nicola D'Adamo, da "Vasto domani", giornale degli abruzzesi nel mondo - n. 3 - Marzo 2006