La Trebbiatura (La Trésche)
 
A Luglio:
sse méte e sse trésche
lu hrane

Prima dell'introduzione della macchina, la trebbiatura era un vero e proprio rituale, con i suoi tempi, le sue modalità, i suoi canti.
Si tagliava il grano con la falce, la faggìje, poi si distendevano a cerchio sul'aia i covoni mietuti, quindi si trebbiava facendovi passare sopra cavalli o muli, governati a capézze da un uomo piazzato al centro, sino alla conclusione dell'operazione.
Nelle pause di lavoro i contadini
mangiavano insieme in un'atmosfera carica di caldo, di pulviscolo e di càme sospesi nell'aria.
Con l'avvento della meccanizzazione, il lavoro viene invece compiuto da trebbie di legno con ingranaggi in ferro, che funzionano a vapore con un movimento di pulegge che necessita di una caldaia alimentata a legna o a carbone.
Oggi, modernissime trebbiatrici fanno in poche ore il lavoro che prima si terminava in una settimana.
stralcio da Il "Lunarie de lu Uašte" - ed. 2005

La Trebbiatura
Ricordi di un tempo che non c'è più
Un tempo nel comprensorio vastese il grano era la coltura predominante e la mietitura era effettuata a mano.
Si iniziava la mattina presto e il giorno
era scandito dai canti (miti, miti e la faggia taia, invece di metu lu granu miti la paia etc) e da brevi soste di ristoro: la stozza, la colazione, il pranzo e bevute da orci (lu truffulu) contenenti vino cotto
con limone o acqua.
La sera i covoni (li manuppri) venivano ammucchiati per manupprare.
Dopo la fatica della mietitura, in luglio-agosto si trebbiava: prima i covoni venivano trasportati in larghi spiazzi

(l'ara) e ammucchiati in una biga (si faceva la meta di lu granu) poi cominciava l'attesa della trebbiatrice (la macchina pi triscà): si passava il tempo intrecciando graticci che servivano per mettere a seccare i fichi (li carracene) o ci si riposava all'ombra della meta parlando della resa: molti conti in sospeso venivano saldati proprio con la vendita del grano.
Per trebbiare era necessario la cooperazione di molte persone, perciò ci si aiutava a vicenda e questo era una socializzazione molto buona.
Ci siamo, domani si trebbia. Le donne sono affaccendate a spennare i polli e a preparare il sugo.
Il trattore con il suo rumore possente si avvicina trainando la trebbia, noi ragazzi siamo attratti e spaventati da quel mostro, con abile manovra la trebbiatrice viene posizionata, impostata e livellata, tutto è pronto, però è sera, si comincerà all'alba.
Il trattore ruggisce, tutti sono pronti. Gli uomini addetti alla meta della paglia controllano che il palo (lu stampione) sia conficcato bene. La cinghia (la correggia) di trasmissione fra motore e trebbia si mette in movimento, si parte.
I covoni alzati sulla spianata della trebbia vengono passati al macchinista (lu paiarene) che li introduce nel battitore. Fra polvere e rumore il lavoro procede. La paglia vomitata dalla bocca della trebbia viene trasportata dalla scala (lu scalapaie) verso gli uomini addetti ad alzare la meta; un uomo, tutto nero di polvere, con un rastrello tira da sotto la trebbia la pula (la cama), altri trasportano con un sacco sulla spalla il grano in casa, mentre un signore segna con una tacca su una canna i tomoli.
Ogni tanto una donna con un vassoio gira in mezzo a questa bolgia offrendo un po' di ristoro: biscotti fatti in casa e vino o acqua.
Non c'è tregua e noi bambini a guardare stupiti. La meta del grano è finita, un attimo di sosta: si cambiano i crivelli e si ricomincia con l'avena e poi con il seme di erba sulla (la grandalupena).
È finita. Il raccolto è stato buono. Vicino alle tinozze ci si lava. Sotto un albero è steso un copertone di tela grezza (lu lunzulone) e su questo: piatti, forchette, bicchieri, pane e vino in abbondanza. Si mangia.
Dentro bianchi recipienti smaltati arrivano i mitici gnocconi e poi la carne di pollo e di papera: che profumo e che bontà e quanta allegria. Noi bambini giochiamo felici in mezzo alla paglia, le mamme ci chiamano, ma chi li sente! Sono passati gli anni e noi bambini di allora ora abbiamo i capelli brizzolati. Mio figlio, se racconto di queste cose, per farmi piacere, fa finta di ascoltarmi (ora ci sono altre colture e per il grano la mietitrebbia con tre persone fa il lavoro di cento).
Custodiamo in noi un mondo che non c'è più: la calma dei tempi andati con i suoi riti, i suoi sapori, la sua povertà, la sua allegria. I ricordi sono con noi e nessuno ce li potrà portare via.

stralcio da art., a firma Mario Giulio Di Riso, apparso su "Il Vastese", mensile d'info. del territorio - n. 11 - nov. 2005

Momenti di vita contadina
La Trebbiatura (La Tràsche), ricordi di Antonio Nocciolino
Un evento del tutto speciale della famiglia Nocciolino di San Lorenzo era la trebbiatura.
Nei giorni immediatamente precedenti mio padre e i suoi fratelli erano impegnati quotidianamente, per alcuni giorni, a trasportare, su carri trainati dai buoi e mucche, i covoni di grano che erano sparsi sui diversi poderi.
Questa attività era preceduta dalla
mietitura, che avveniva verso la fine del mese di giugno. Essa era effettuata con falcetti di ferro e quindi a mano.
Rivedo ancora oggi i miei zii e mio
padre, seduti a terra, ad affilare con colpetti di martello con le cote, per la rifinitura, i loro strumenti di lavoro.
Mentre mietevano, si infilavano alle dita della mano che impugnava il manipolo dei "cannelli", cioè delle protezioni ricavate da grosse grandi canne secche, da cui il nome.
Era un lavoro duro, perché impegnava dall'alba al tramonto, salvo piccole soste dovute a brevi colazioni, e perché il sole, nei giorni di libeccio soprattutto, picchiava sodo.

Tutti i componenti della famiglia, cui si aggiungevano talvolta anche parenti e amici, venivano coinvolti nello svolgimento di questo lavoro.
Le donne, spesso, si esibivano in canti popolari (la cui qualità artistica lasciava molto a desiderare) allo scopo di alleggerire la durezza della giornata.
Quasi sempre, nonostante la indicibile fatica, l'allegria dominava su tutto.
Un afflato di grande solidarietà rendeva l'impegno più lieve rispetto al reale.
Un altro momento in cui ci si
ritrovava a lavorare tutti assieme
era quello della sarchiatura del grano e del granturco anche se avveniva in una stagione più clemente, la primavera.
I covoni di grano, una volta trasportati a casa, erano ammonticchiati seguendo uno schema, che nel nostro gergo era chiamato "meta", un vocabolo
apparentemente dialettale, ma che tale non è perché indica il termine di un percorso di lavoro. Queste mete avevano la forma di una casa, ovviamente senza porte e finestre.
Ogni famiglia gareggiava quasi nel fare la meta più grande e più bella nella propria aia: solo che per quanto atteneva all'ultimo aggettivo ciò dipendeva dalle "qualità artistiche" dei costruttori, le quali erano molto soggettive, mentre riguardo al primo tutto era legato alle dimensioni delle proprietà terriere.
Nell'aia dei nonni si ergevano due o tre grosse mete, per cui la trebbiatura durava un paio di giorni interi.
Quello della trebbiatura era per noi bambini e ragazzi un momento di grande festa, ma anche per gli adulti perché presagiva la gioia del raccolto dopo le fatiche di un anno di attesa.
Le donne, già da qualche giorno prima, incominciavano a preparare dolci rituali: tarallucci e catarrette (dette anche neole). Poi seguiva la fase dell'uccisione, purtroppo, di polli, anatre o oche e del loro spiumaggio. Tutto veniva messo pronto per la cottura nel giorno in cui si trebbiava.
Talvolta accadeva che, per guasti meccanici imprevisti, la trebbiatura venisse differita di un giorno o due. Le donne di casa entravano un clima di apprensione, poiché non ancora si disponeva di frigoriferi, che avrebbero risolto ogni problema. In questa malaugurata circostanza, esse facevano ricorso al pozzo che a quel tempo era il luogo naturale più fresco possibile. Difatti in essi venivano calati, dentro cesti di vimini, il pollame già preparato per la cottura, poi obbligatoriamente rinviata. Ancora sulla trebbiatura ricordo, che qualche ora prima dell'inizio del lavoro vero e proprio, le donne di casa s'affrettavano a predisporre "guantiere" (vassoi) di dolci fatti in casa, che dovevano essere serviti durante lo svolgimento delle attività, compito che spettava ad esse stesse o, come più spesso, ai ragazzi.
I "macchinisti", cioè gli addetti alle macchine, i quali erano in prevalenza i proprietari della trebbiatrice e del trattore a scoppio che veniva messo in moto con un'apposita manovella, erano collocati in una specie di gerarchla superiore, perché venivano serviti per primi. A volte bisognava insistere perché il trattore si avviasse, magari sollecitato da un'imprecazione di circostanza. Intanto gli adulti addetti alle diverse mansioni si disponevano nei vari reparti.
Quando veniva dato, infine, il via alle operazioni, alcuni appostati sulla "meta" lanciavano, con le loro forche di ferro, i covoni prima verso il basso, perché la meta era più alta della trebbiatrice e poi verso l'alto, quando la meta, nella parte finale, diminuivano in altezza, divenendo più bassa della trebbiatrice. Da questa, nella parte posteriore, usciva da una bocchetta il grano, che veniva scaricato in un "tomolo" unità di misura usata nel Meridione sin dall'epoca borbonica, che poteva essere riferita sia ai cereali in genere, che corrispondeva a 33 kg circa, sia anche alla misurazione dei terreni e in questo caso equivaleva ad un terzo di 1 ettaro.
Il tomolo veniva versato in un sacco di juta. Ogni due o più raramente tre scarichi il sacco veniva trasportato all'interno del fondaco, dove era rovesciato a terra in un apposito mucchio oppure doveva essere trasportato, naturalmente sempre a spalla, in cima a un contenitore fatto con canne essiccate, appositamente spaccate, di forma cilindrica, alto circa tre metri e largo almeno due. Quindi il trasportatore oltre che sostenere il peso rilevante, doveva avere anche l'abilità di arrampicarsi su di una scala di legno a pioli fino all'imboccatura dello stesso. Quest'ultima soluzione, seppur più faticosa, garantiva una migliore igiene, dal momento che allora non erano in uso sistemi di derattizzazione efficaci adottati oggi, per quanto i gatti comuni in tutte le case rurali, svolgessero alacremente la loro attività di caccia.
I grandi mucchi di grano spesso, quando non eravamo sorvegliati dai genitori, diventavano luoghi preferiti dei nostri tuffi delle nostre capriole. Non facevamo lo stesso con il granturco, perché procurava un prurito che durava anche per alcune ore.
Mio padre, nella nostra famiglia e nelle aie altrui, quasi sempre, veniva deputato al trasporto dei tomoli di grano, perché era uno dei più alti della contrada. Al trasportatore di tomoli veniva riservato un trattamento privilegiato in quanto gli veniva fornito un piatto ancora caldo, prima del pranzo ufficiale, di frattaglie, perché potesse alimentarsi adeguatamente per la pesante mansione. Altri contadini provvedevano a comporre la meta, questa volta di paglia, sempre più o meno uguale a quella dei covoni. Utilizzavano però forche di legno allo scopo di non farsi male, dal momento che la paglia non poteva essere infilzata come il manipolo di grano, chiamato in gergo "manuppre".
Uno dei lavori più ingrati era quello di rimuovere costantemente il mucchio di pula (in dialetto chiamata "cama", non chiedetemi perché) che si depositava sotto la trebbiatrice e che, per evitare intasamenti al mezzo, doveva essere rimosso di continuo, con esposizione alla polvere che si alzava per tutta la durata della trebbiatura.
Mentre nella formazione delle mete di paglia venivano impiegate le menti più "brillanti", alla rimozione, invece della pula erano destinate sempre gli stessi, cioè i meno "brillanti". A tal proposito, nella nostra contrada veniva assegnata a questa funzione un certo Nicola, anche se le donne di casa rimproveravano i mariti di approfittarsi di un povero giovane, che aveva qualche anno più di me e che la natura, purtroppo, non aveva dotato di normale intelligenza.
I momenti più allegri di tutta la giornata erano quelli della colazione, del pranzo e della cena. Difatti quella era una giornata del tutto speciale per grandi e piccoli perché si mangiava a soddisfazione per necessità caloriche e anche perché era quello della trebbiatura il giorno del raccolto per eccellenza è dunque, di festa.
Solo le donne, che si sedevano a tavola in fretta e furia, arrivavano per ultime e poiché a quei tempi nessuno diceva "non mi va", come sempre asseriva da piccola mia nipote Elisa, alla quale ho voluto dedicare inizialmente questo scritto, erano quelle che meno partecipavano alla "festa".
Le colazioni si facevano a base di salsicce e insalata di pomodori o anche di fagioli freschi al pomodoro della varietà corallo (in dialetto detti "a curaje"), di cui una tipologia chiamata "socere e nore", cioè suocere nuore, dal doppio colore del chicco era quasi sempre bianco e marrone o nero.
Va da sé che un nome più azzeccato non poteva essere trovato dal linguaggio contadino per sottolineare l'antitesi naturale che vi è stata, e vi sarà sempre tra suocere e nuore.
Il pranzo, poi, era il momento della buona abbuffata.
Il primo piatto era costituito da pasta in casa, di sola farina, senza aggiunta di uova nell'impasto, condita con sugo di carne disponibile, cioè con frattaglie di pollo, papera o oca. Era la solita pasta, ma arricchita dal sugo di carne, che per noi era una vera e propria leccornia.
Il secondo rappresentato dai volatili predetti cotti al forno a legna, il cui profumo durante la cottura, si diffondeva a distanza, forse anche perché la fame moltiplicava i sentori percepiti.
Avevamo, ricordo, un naso particolarmente sensibile!
La cena, infine, era più modesta e costituita da pomodori e insalate con l'aggiunta o di una frittata o di un salame affettato o di un po' di formaggio, ovviamente prodotti in casa.
Devo anche precisare che i macchinisti non andavano sempre a casa a dormire, ma pernottavano a volte nell'aia in cui si trovavano. Allora noi chiedevamo ai genitori di fare lo stesso.
Ricordo ancora vivamente l'odore della paglia appena trebbiata e il cielo stellato, che era una meraviglia ai miei occhi, oltre che il fresco della notte.
L'esperimento, normalmente, non era ripetuto perché all'alba bisognava svegliarsi, dal momento che ci si preparava ad un'altra giornata di trebbiatura.
Nonostante l'indicibile fatica, l'allegria dominava su tutto. Un afflato
di grande solidarietà, rendeva l'impegno più lieve rispetto al reale
stralcio da Il "Lunarie de lu Uašte" - ed. 2016

Jamme, è tembe di trésche
L'aia era fuori dal paese, in un luogo elevato, nuda al sole. Ma accanto non le mancava l'ombra di grandi querce, e poco discosta la fontana con l'abbeveratoio.
Il grano, accatastato a muraglioni criniti,
o a coni e a cupole che facevano pensare
a uno strano villaggio primitivo d'un solo dorato colore, attendeva da tempo a un lato dell'aia; e una mattina, con l'alba, un uomo vi si arrampicava sopra, con furia improvvisa afferrava e gettava giù mattoni di quella bizzarra costruzione; uomini e donne da terra li raccoglievano, con un colpo di falcetto ne tagliavano i
cingoli, disponendo i covoni uno
accanto all'altro a rosoni, a spina di pesce, a raggiera. E questa era la tresca; e il suo momento più bello veniva, subito dopo, allorché muli e cavalli, già legati al muso con una fune passante dall'uno all'altro, assaltavano affiancati quella enorme pizza crepitante, e vi affondavano le zampe fino al ginocchio. A schiocchi di frusta, a gridi e brevi ùluli incitatori, un giovanotto si piantava nel centro della tresca, governando il galoppo; e il carosello incominciava. Dapprima quella specie di quadriga senza carro vi sfangava dentro a fatica; qualche cavallo piegava le ginocchia ma per rialzarsi subito trascinato dalla furia dei compagni; e già prima che il sole nascesse la pizza appariva un po' pesta dal roteante calpestìo. E allora gli uomini, che se n'erano stati finora inoperosi, davano mano alle forche, e in fila indiana, sollevando un acre polverone, cominciavano a rivoltarla. La spiga appariva già recisa, il gambo schiacciato; e il grano cominciava a farsi letto sotto la paglia. Ora il galoppo girava più agile e sciolto; sempre più la paglia si frantumava, il chicco si spogliava della pula, le ariste diventavano pungente polvere.
Nelle pause della fatica, passavano di mano in mano le fiasche di vino, irroravano quelle gole arse, davano refrigerio al sudore grondante. Ma già sotto l'ombra delle querce biancheggiava il mantile per la prima colazione. Peperoni e formaggio pecorino brulicante di colonie di vermiciattoli minuscoli, era cibo graditissimo, e quasi di rito; col vino vecchio e cotto, colore ametista, il vino migliore della casa.
Alla campana di mezzogiorno, gli uomini si distendevano all'ombra, attorno al pranzo fumante di maccheroni; e l'odore del castrato in umido frugava con delizioso spasimo lo stomaco vuoto. Sdraiati di fianco per terra, attorno a quella tavola primitiva, col biancheggiante mantile coperto di piatti, pane e bottiglie, le facce polverose, il petto villoso e nudo.
stralcio da art., a firma Giovanni Titta, Rosa Mursia, La nuova, apparso su "la Voce", periodico - anno X - n. 2 - luglio 2010

La stézze e la stòzze (il bere e il mangiare durante la trésche)

Il cibo ha costituito nel corso dei secoli lo specchio delle condizioni di vita della società.
Nel passato l’alimentazione costituiva un grande problema; produzione di cibo e conservazione rappresentavano qualcosa di impegnativo rispetto ai giorni nostri.
Le rese dei campi erano molto inferiori, da un quintale di semente di cereali si ottenevano circa 3 quintali di cereali (oggi se ne ottengono trenta). L’alimento base era la pasta e il pane fatti in casa.
La carne si mangiava soltanto nei giorni di festa (Pasqua, Natale, San Vitale). Durante la trésche, l’alimentazione aveva un ruolo notevole.
Nei mesi di giugno e luglio i braccianti agricoli e i contadini che non potevano affrontare senza operai il lavoro della mietitura, andavano verso le due del mattino a contrattare con i mietitori sdraiati sul selciato della Pòrte de la Térre, provenienti dai paesi limitrofi ed anche dalle Puglie.
I mietitori ingaggiati iniziavano a lavorare alle prime luci dell’alba e terminavano dopo il tramonto del sole. Lavoravano come bestie. Il sudore grondava dai volti magri e scavati dal sole.
All’arrivo (primo mattino) ricevevano lu muccicàlle o vivitìcce, consistente in pane e olio, pane e formaggio pecorino, pane e frittata con i peperoni e le patate, fette di pane con la salsiccia, vendricina e sprisciàte.
Verso le 10 arrivava la stòzze consistente in baccalà fritto, pèzze de grandénie, pane e frittata di patate e peperoni, pane e formaggio, pane e laccio (sedano) bagnati all’olio. Le gole dei mietitori venivano rinfrescate dal buon véne còtte (vino cotto salvanese). Era il momento de la stézze (goccia).
Verso le 12, la patràhune (padrona del campo) portava lu mezze jùrne (il mezzogiorno).
La consistenza del pasto dipendeva dalle condizioni familiari dei padroni: pasta e fagioli, gnocconi con sugo rosso di papera o di agnello, coniglio in umido con i peperoni, patate ripiene con uova, pane e formaggio, spezzatino di castrato, pollo fritto, salsicce, ventricina, taralli “lessi”.
Lu trùffìle (orcio) riempito con vino cotto passava di mano in mano e irrorava quelle gole arse.
Il primo a bere era il caporale. Fàtte na stèzze Giuvà!.., fàtte na vivitìcce Nicò…, pàsse ssu triffùle Vità…
Verso le cinque del pomeriggio arrivava lu llande pe llande (una specie di stòzze) consistente in pane e frittata di peperoni e uova, fagiolini lessati e conditi con pomodoro e menta, frittata con uova e patate, zucchine e patate, turtàrélle, stòzze di saggécce (salsiccia tagliata a pezzi) pezzi di ventricina, pizza di farina di granoturco, patate sotto coppa, insalata di pomodoro con l’aglio, il prezzemolo e basilico.
La sera, i mietitori stanchi e accaldati, dopo un lungo cammino, andavano a sdraiarsi sotto la Pòrte de la Térre; la giacca faceva da guanciale. Qualche ora di dormiveglia ed era l’inizio di una nuova alba. Si ricominciava a falciare le spighe.

stralcio da art., a firma Michele Molino da S. Salvo, inviato in redazione il 10 agosto 2010

La Mietitura

Andar per spighe
"Raccoglievamo le spighe di grano"
Era, per noi bambini, un rito che si ripeteva ogni anno,
a giugno, alla fine della mietitura e quando i covoni di grano erano già stati rimossi e trasferiti, con i carri,
nelle aie, in attesa della festa grande della trebbiatura.
Si sciamava, tutti insieme, come stormi di passeri, nelle vaste distese dei campi mietuti da poco. E, ad ogni
spiga trovata, si gridava felici; ci si chinava e la si raccoglieva con una mano e la si passava nell’altra; e
poi un’altra, un’altra ancora e tante, tantissime altre.
E, quando la mano che le conteneva ne era piena, le legavamo a fascetti con dei fili di giunco. Era come se
si andasse per lumache, o per fiori di campo, oppure
per asparagi e per ghiande.
Ogni spiga trovata e raccolta rappresentava, per noi, una scoperta, un venire in possesso di qualcosa di nostro, una piccola ricchezza. E si vagava per ore, sotto la canicola, a piedi scalzi, gli occhi attenti, le mani
pronte, i passi lenti.
Nelle aie delle nostre case, c’erano dei grossi mucchi di
covoni da trebbiare. C’erano, quindi, delle abbondanti scorte di grano. Ma a noi non bastavano! Ci occorreva dell’altro, volevamo procurarci, e da soli, qualcosa di nostro. Già allora, a quell’età, sentivamo, dentro di noi, il piacere che deriva dal possesso di qualcosa.
Alla fine delle nostre lunghe e pazienti ricognizioni nei campi mietuti, si tornava a casa e mostravamo, felici, ai nostri genitori, le spighe raccolte, per ricevere in cambio, come in un baratto innocente, le monetine di un tempo, sonanti e preziose.
Era il tempo in cui i bambini amavano cercare, cercare, cercare. Cercavano dovunque e comunque, per delle scoperte quotidiane da stivare nella loro memoria. E, cercando, scoprivano altri mondi, altre siepi, altri fossati, altri regni da… governare. E gli occhi diventavano più acuti, i passi più attenti, le mani più esperte, la mente più sveglia. E, così, maturavano!
Crescevano pian piano e diventavano giovani, diventavano uomini, responsabili e in grado di dominare se stessi e affrontare e vincere le avversità.
Eravamo dei piccoli scolari, privi di libri e di quaderni, ma capaci di apprendere i misteri del mondo leggendo la lavagna del cielo e i verdi tappeti dei campi, e osservando da vicino l’avvicendarsi delle stagioni e lo sgranarsi, quotidiano, della vita della gente, degli animali, delle piante.
Oggi, chi è che va più in cerca di spighe? Nessuno!
Il pane è lì, sul nostro desco, lo affettiamo, lo consumiamo senza mai guardarlo con tenerezza e gratitudine e senza mai chiederci da dove venga. Ed è così per tutto il resto. Lo usiamo e basta. Non gli chiediamo mai niente. Non gli… parliamo mai!
stralcio da art., a firma Attilio Piccirilli, apparso sul periodico "San Salvo" - anno 3 - n. 8 - settembre 2016