Lu pajjàre (Il pagliaio di campagna)
di Fernando D'Annunzio
 
Chi tti l'à ditte, amore, ca nin ti vuje ... fatte nu pajarèlle ca mi ti toje...
Così recita una strofa del canto abruzzese, Marijé
 
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Lunarie de lu Uašte
I pagliai di campagna erano indispensabili come rimessa di attrezzi agricoli, riparo dalle intemperie; ritrovo al momento del pranzo.
Davanti ad essi si svolgevano i lavoretti degli ortolani; s'intrecciavano le scerte d'aglio e di cipolle, le corolle di peperoni, melanzane, zucchine e cetrioli e si sistemavano gli ortaggi e la frutta nelle ceste da caricare sulla "vettura", asino, mulo o giumenta che fosse.
La struttura portante del pagliaio era costituita da pali di legno saldamente piantati nel terreno che sostenevano le travi orizzontali; l'intelaiatura era fatta con canne o rami sottili e resistenti; la tamponatura e la copertura di paglia legata in fascine ordinate l'una accanto all'altra e tenute insieme da canne legate con filo di ferro, sovrapposte dal basso verso l'alto per favorire lo scivolamento dell'acqua piovana.
Lu pajjàre
Fernando D'Annunzio
 
stralcio da "Lunarie de lu Uašte" - ed. 2015