Palazzi di Vasto
 
Palazzo d’Avalos (sec.XIV), in Piazza L. V. Pudente, nel centro storico, è il gioiello dell'architettura vastese, sicuramente il più insigne d'Abruzzo.
E' di stile rinascimentale e ne conserva tutt'ora l'equilibrio formale.
Gli storici riferiscono l'esistenza della primitiva fabbrica attorno al 1300, anno in cui gli Angioini la donarono ai domenicani. Essa venne in seguito ingrandita e abbellita (1427) da Giacomo Caldora l'allora signore della città.
I D'Avalos
(nobile famiglia di origine spagnola) che tennero ininterrotamente la città dal 1496 al 1798, consolidato il loro dominio, vollero trasformare la residenza, adeguandola alle esigenze di una piccola corte, pressochè stabile fino alla morte (1729) del magnifico Cesare Michelangelo, ospitando re e principi. Vi abitò per vario tempo Vittoria Colonna, amica spirituale di Michelangelo.
Vi si conservarono la spada ed il cappello di Francesco I e sette arazzi riproducenti le fasi della battaglia di Pavia (1525), nella quale Alfonso e Ferdinando d'Avalos riportarono strepitosa vittoria. Gli arazzi, superbi capolavori con figure disegnate dal Tiziano e ornati dal tintoretto, furono donati dal Re Carlo V ai d'Avalos e sono ora custoditi nel museo allestito a Capodimonte, sotto il nome di Arazzi del Vasto.
I discendenti preferirono dimorare a Napoli, presso la corte, per cui la decadenza del complesso divenne inevitabile.
L'acquisizione delle parti di proprietà del maestoso Palazzo marchesale dei d'Avalos venne ultimata dal Comune nel 1974 e da allora molti sono stati gli interventi di ristrutturazione che hanno portato all'aspetto attuale.
Carico di storia, il complesso ha ospitato il Cinema Corso dal 1947 ed anche il primo televisore cittadino nel suo androne nel 1954.
Nel 1997 riaprono i giardini; nel '98 è inaugurato il Museo Archeologico e nel 2000 quello del Costume.
Di fronte al palazzo, Piazza Pudente, dal 1922 al 1996 ha trovato dimora il Monumento ai Caduti, spostato in quell'anno nella vicina piazza Caprioli.
Oggi, in un disegno di valorizzazione ambientale dell'intera residenza marchesale, nel palazzo sono sistemati i Musei civici, la Pinacoteca e le Mostre (importanti rassegne pittoriche ed artistiche) ed ospita diversi convegni.
L'enorme cortile interno, acciottolato e all'aperto, viene utilizzato per molte manifestazioni per tutto il periodo estivo (concerti, eventi vari ed il Vasto Film Festival) e anche in primavera e autunno.
Palazzo d'Avalos - Vasto
Palazzo d'Avalos - Vasto
Veduta palazzo d'Avalos - Vasto
Palazzo d'Avalos - Vasto
Palazzo d'Avalos - Vasto
Palazzo d'Avalos - Vasto
Interno palazzo d'Avalos - Vasto
Veduta dal passetto di P. d'Avalos - Vasto
Interno giardini palazzo d'Avalos - Vasto
Interno palazzo d'Avalos - Vasto
Interno palazzo d'Avalos - Vasto
Interno giardini Palazzo d'Avalos - Vasto

Palazzo Benedetti, Catania/Lalli, già Spataro, del XVII secolo circa, in Piazza Virgilio Caprioli, nel centro storico
Epoca - Nella pianta "a volo d'uccello" della Città del Vasto del 1793, la costruzione è chiaramente individuata. Più marcatamente è localizzata nella pianta di Vasto del 1838 (v. Luigi Marchesani - Storia di Vasto). L'edificio appartiene a quel novero di palazzi signorili costruiti tra la seconda metà del 1600 ed il 1700, ed è situato nella parte storica della città.
Nel XVI secolo, quando già non aveva l'attuale configurazione urbanistico-edilizia, fu sede del Tribunale per breve periodo, fino al 1606.
"Nel 1644 vi abitava Francesco Agricoletti" (v. Luigi Marchesani - Storia di Vasto), insigne storico, geografo, matematico, letterato, marito di Virgilia Magnacervo, che lasciò agli Agostiniani quasi tutta la sua ricca biblioteca ad uso dei frati e dei vastesi, ingiungendo che si ottenesse la minaccia di scomunica contro chi avesse dissipato quei libri (Atto per Notar Ruggiero del 15 novembre 1673).
L'edificio, fino al 1797 (Atto per Notar Romualdo Laccetti del 20 aprile 1797) fu dimora dei Caprioli.
Ubicazione - L'edificio ha le sue facciate su piazza Virgilio Caprioli, su via Barbarotta, su via Buonconsiglio, su via Laccetti. (La via Barbarotta costituiva il "decumano" dell'impianto vario romano dell'antica Histonium, mentre via San Pietro, via Osidia, via Laccetti, erano i "cardini" che vi si attestavano. Il decumano parallelo era costituito da via Valerico Laccetti).
Nel 1600, come rileva il Marchesani (op. citata) "la casa era in isola, fabbricata intorno sopra archi; in maniera che, nella parte di sotto, rassembrava loggia; ed in que' tempi credevasi fosse stato luogo pubblico aperto mai sempre per comodità de' negozianti".
Il Palazzo - L'edificio apparteneva alla Contrada Piano del Forno o Del Forno Rosso o di San Nicola degli Schiavoni (v. Archivio Congregazione del Carmine).
Confinava, da una parte (la proprietà di Rino Benedetti che guarda piazza Caprioli), con Largo del Consiglio (questa denominazione deriva dalla sede della Casa del Consiglio ubicata nell'edificio ad angolo tra Piazza Caprioli e Via Bebbia, di proprietà Smargiassi), che era una volta la "Piazza del Pesce e della Carne"; poi con via Buonconsiglio, con via Laccetti, con via Barbarotta (anche la porzione di fabbricato di proprietà di Francesco Catania/Alba Lalli). La Via Bebbia era la strada dei "pizzicagnoli" o della verdura. La porzione dell'edificio confinante con via Laccetti, via Barbarotta, via Buonconsiglio (di proprietà Catania/Lalli) era nota come "sito di Convento delle Monache senza Clausura" appartenente alla Contrada del Lago, confinante con la Contrada del Forno, della Piazza e di San Pietro. La contrada del Lago era già nota nel 1442 (Atto per Notar Giovanni De Guglielmo di Federico del 2 giugno 1442) e prendeva denominazione dalla presenza di numerose sorgenti che alimentavano i pozzi. "Sono qui presenti i ruderi degli edilizi di Istonio"(v. Luigi Marchesani- Storia di Vasto, pag 194).
Nell'edificio a fronte opposto, era il trappeto sito sotto l'abitazione dei Tiberi, le cui fondamenta poggiavano sui ruderi di costruzione romana.
L'Edificio - E' costruito in "cotto" il cui materiale ha trovato largo impiego fin dal tempo dei romani, per la realizzazione della muratura in mattoni a "faccia vista" per la copertura dei tetti ("coppi") e per la pavimentazione (quadroni in cotto o ceramica).
L'elemento di connessione tra spazio interno e spazio esterno, originariamente avveniva mediante un antro centrale posto sotto il porticato e loggia, attraverso il quale era collocata una gradinata che immetteva al piano superiore.
La loggia successivamente venne chiusa per ricavarne tre locali a piano terra, destinati a botteghe, con accesso diretto sulla piazza mediante tre porte ad arco (ora riquadrate) sulla fronte di piazza Caprioli.
Sul marcapiano di questa facciata si aprono quattro finestre riquadrate con arcata decorata a cornice in rilievo a mattoni. Sulle facciate di via Barbarotta e di via Buonconsiglio, si aprono cinque locali con apertura ad arco a piano terra destinati a magazzini o botteghe ed otto finestre che ripetono gli stessi motivi stilistici.
Su via Laccetti una grande porta ad arco da accesso a due locali a piano terra che hanno luce rispettivamente da due finestre a media altezza riquadrate.
Su via Barbarotta, al piano terra un accesso antrale (il 2°) immette in un cortile interno che mena alle stanze del piano superiore (stanze che guardano piazza Caprioli e parte su via Buonconsiglio e via Barbarotta, alcune delle quali affrescate e pavimentate in ceramica, (di propr. Benedetti).
A fianco, un portoncino ad arco da accesso alla porzione di fabbricato di propr. Catania/Lalli.
Il complesso ripropone organicamente una successione stilistica dell'architettura compositiva dell'epoca, tipica, peraltro, nell'intero fabbricato.
 
Le tre illustri famiglie che hanno vissuto nello splendido edificio:
Caprioli - Antichissima è la stirpe dei Caprioli vissuta a Vasto, di cui, peraltro, non si conosce l'originario ceppo, che risale alla fine del 1400.
Si ricorda il Giureconsulto Santinello Caprioli, al quale Gelso Barozzini, inviato dal Marchese D'Avalos, inviò in data 27 maggio 1519, una relazione sugli scavi archeologici di Larino.
Dalle memorie di Nicolo Alfonso Viti (manoscritti di memorie storiche di Vasto, fl.39), si apprende che Costantino Caprioli ebbe i natali a Vasto nel 1490. Da lui nacque, nel 1512, Tullio, padre del più noto ed illustre Virgilio, nato il 30 gennaio 1548. Studiò Virgilio Caprioli a Napoli e conseguì la laurea in "Utroque".
Dopo aver esercitato la professione forense a Roma si ritirò a Vasto. Erudito ed appassionato studioso, fu consigliere della Casa D'Avalos.
Si occupò di archeologia, storia e ricerche sulle antichità del territorio di Vasto. Fu autore di numerose opere manoscritte, di storia, archeologia, critica, forense, letteratura: "De Istonii Antiquitatibus", "Theatrum Juris Civilis Universi" (stampato nel 1600), con annotazioni sulle istituzioni dell'Imperatore Giustiniano (pubblicati nel 1608 a Venezia e poi ancora nel 1613 e nel 1648). Virgilio intendeva pubblicare personalmente le sue opere e quelle del figlio Costantino, anche egli dottissimo, laureato a Napoli ed avvocato a Vasto, autore del trattato: "Costantini Caprioli Histoniensis de Successione ab intestato. Commentarla. Quibus adiuncta est Praxis, cum Summariis et Indice Locuplentissimis. Theate, apud Isidorus Focini, 1596" (quest'opera venne fatta pubblicare dal padre dopo l'immatura scomparsa del figlio).
Virgilio Caprioli non abbandonò il proposito di impiantare a Vasto uno stabilimento tipografico per la pubblicazione delle opere manoscritte e nel 1598 (anno Notar Bartolinis del 19 novembre 1598) stipulò una convenzione con il tipografo Bernardino Coppetta per una tipografia a Vasto.
Si ha, infatti, notizia dell'esistenza di una tipografia, situata nell'abitazione del Caprioli a via del Buonconsiglio angolo Piazza Caprioli, a piano terra. Funzionò fino al 1648 "ma, o imperfetta o non durevole, un solo libro credesi da essa uscito" (v. Marchesani pag. 180).
Altro Caprioli, Costantino, sacerdote nel 1543 e Primicerio poi nel 1566 nella Chiesa di Santa Maria Maggiore di Vasto. Il medico Francesco Caprioli visse nel 1644; Emilia Caprioli (figlia di Virgilio e moglie del dottor fisico Giulio Cesare Magnacervo), morta nel 1650.
Magnacervo - Alessandro Magnacervo, figlio del dott. fisico Giulio Cesare e di Emilia Caprioli, fu avvocato e poeta. Scrisse: "I Capricci Giovanili"- Rime del Signor Alessandro Magnacervo dedicate all'Eccell. Sig. D. Francesco Marino Caracciolo Principe d'Avellino- Napoli per Ettore Cicconio, 1652; "La Pigmeide d'Orlando Emaures Cagnas" -poema (La guerra delle Gru e dei Pigmei, tratta da Filostrato e Giovenale). Scrisse anche un "Sonetto" per la gita del Cardinale Castagnati a Pesare nel 1643, dove qui il Magnacervo compiva gli studi; un "Sonetto" in onore di Tommaso D'Avalos, vescovo di Lucera, qui morto nel 1643.
Virgilia Magnacervo, moglie di Francesco Agricoletti, è ricordata per le sue opere filantropiche: donò la sua ricca biblioteca al convento di S. Agostino (ora Cattedrale di San Giuseppe) e "due casette terragne" alle Monache del Monastero dell'Ordine Francescano col Titolo di Santa Chiara di Vasto (testamento scritto il 5 Novembre 1673 registrato dal Notaio Ruggiero il 15 successivo).
Agricoletti - E' ricordato il dott. Francesco, emerito giurista ed esperto legale. Fu autore dei motivi a sostegno delle priorità di Santa Maria Maggiore di Vasto, nella vexata quaestio contro quelli opposti dalla parrocchia di San Pietro di Vasto, scritti nel 1669. Dedicò numerosi scritti a Diego e Francesco d'Avalos. Compose le operette "II sospetto punito", "II sogno Paraninfo" e "Il Rodriguez" da stamparsi,, come era nel proposito, dal tipografo Gio. Francesco Loredano a Venezia.
stralcio da art., a firma Giuseppe Catania, apparso su "www.noivastesi.blogspot.com" - 14 luglio 2015

Palazzo Bottari, Brindisi, Della Penna, in Corso Italia, nel centro storico
Questo edificio venne costruito negli anni trenta e segue lo stile degli altri palazzi nel liberty.
La facciata principale è su corso Italia, mentre quella su via XXIV maggio ha il portone di ingresso dell'edificio, delineato da una fascia che delinea tutto il palazzo rivestito con bugnato graffiato.
Sulla facciata di Corso Italia, a piano terra, sono quattro aperture che si ripetono sulla facciata di via XXIV maggio.
Al primo e secondo piano, sulla facciata di via XXIV maggio si aprono due balconi laterali e due finestre centrali.
Quelle laterali sono decorate con arcate semplici al centro e ad
arco a tutto sesto quelle del secondo piano, motivi che si ripetono nella facciata laterale.
Su entrambe le facciate, a piano terra e al primo piano si aprono delle lesene bugnate che dividono le finestre.
Al'interno un cortile con ampia ed elegante gradinata che porta ai piani superiori.
L'edificio era abitato dalle famiglie Bottari, Brindisi, Della Penna; D'Adamo, Cianci, Del Prete. Più recentemente da Rocchio con relativo studio legale.
stralcio da art., a firma Giuseppe Catania, apparso su "www.noivastesi.blogspot.com" - 1 ottobre 2015

Palazzo Cardone (XVII), in Via Vescovado, nel centro storico
Eretto tra la fine del Seicento e il primo Settecento, dalla signorile linea architettonica, armonicamente fusa col prospetto della vicina chiesa del Carmine. Adiacente sorge una pittoresca abitazione con tracce evidenti di barocco napoletano.
Palazzo Cardone, così noto per essere stato proprietà della famiglia, del secolo XVII.
L'edificio presenta un unico affaccio sulla via Vescovado, di fronte al palazzo Arcivescovile.
La facciata, su due elementi sovrapposti, ha un rilevante grado formale nel paramento in mattoni nudi, che costituiva il materiale ricorrente all'epoca, facilmente adattabile per la creazione degli ornati e le decorazioni.
La sua struttura costituisce un esempio classico a confronto delle facciate delle altre costruzioni signorili che sono state edificate a Vasto all'inizio del 1700.
La costruzione si presenta delineata da due grandi paraste collocate simmetricamente rispetto alle due aperture centrali.
I due portoni interrompono il marcapiano e arrivano, con due timpani curvilinei spezzati, ad incastonare due delle sette finestre timpanate, che si articolano, con regolarità, sul primo
piano. Completano le aperture sul piano terra, due porte laterali ad arco e tre finestre quadre con angoli smussati. Tutto il fondo del paravento murario corrispondente al piano superiore, si presenta plasticamente modellato con cornici a volute in lieve aggetto.
All'interno il Palazzo si presenta con due cortili in corrispondenza delle aperture centrali, che disimpegnano i locali del piano terra e le gradinate di accesso al piano superiore. A questo livello ci sono alcune stanze che hanno le volte dipinte o decorate a olio e tempera. A nord - est della parte settecentesca barocca del Palazzo, posta a definire l'intera testata dell'isolato, si sviluppa la parte ottocentesca dell'edificio. La parte dell'edificio su via Vescovado è articolata su due elementi sovrastanti, con paramenti in mattoni faccia vista e si presenta simmetrica in facciata con due porte ad arco incorniciate da bugnato in assetto al piano terra e tre aperture con cornici sormontate da timpani al 1 ° piano. Le facciate nord ed est si sviluppano su tre piani e, pur conservati con certa regolarità, presentano un apprezzato grado di elaborazione.
Il Palazzo Cardone, acquisito da privati alcuni anni fa, ha subito delle ristrutturazioni interne che non hanno modificato lo sviluppo architettonico esterno, mantenendo la originaria conformazione a mattoni in stile barocco.
stralcio da art., a firma Giuseppe Catania, apparso su "www.noivastesi.blogspot.com" - 3 luglio 2015

Palazzo Ciccarone, in Corso del Plebiscito, nel centro storico
Qui la folla votò "si" per l'unità dell'Italia.
Il fabbricato ricalca le linee architettoniche in voga nel settecento.
In origine apparteneva alla famiglia De Nardis e consisteva in un piano, che nel 1823 venne acquistato da Francesco Paolo Ciccarone.
Dobbiamo al nipote Francesco, autore del volume "Ricordi", se possiamo apprendere dei particolari sulla consistenza dell'edificio.
"La casa allora era assai diversa da quella che è oggi. Tutta la parte che forma l'appartamento di lusso, e cioè la galleria, il salotto verde, lo Studietto e le due camere da letto, erano veri soffitti adibiti a gallinaio ed a deposito di cose vecchie e ingombranti.
Lungo la scalinata vi erano nicchie ed in una di esse vi era la statuetta di S. Antonio che prima stava sull'altare della Chiesetta e poi fu levata quando la chiesa stessa, che era intitolata a quel santo, fu dedicata a S. Teodoro, in omaggio al corpo santo che l'Arcidiacono De Nardis di Barete aveva fatto venire da Roma.
Mio nonno qualche anno dopo costruì le camere che erano soffitte e,
sebbene aspramente contrastate dal figlio Silvio, rifece la gradinata come ora si trova... Il resto della casa, che aveva allora una facciata settecentesca, come in parte si osserva ancora nel fianco che sta in via Anelli poi fu trasformata dall'ing. N.M. Pietrocola, toccò agli eredi del De Nardis e cioè Trecco e Del Greco. La parte toccata a Trecco è ora passata all'erede V. Marchesani e la parte che spettava a G. Del Greco fu ricomperata in parte da mio padre nel 1856 per ducati 1000, una parte da me nel 1927 da Luigi Smargiassi per L. 36.000. Questa casa nella quale si trova una camera a stucchi e con alcova di bello stile settecentesco, era stata già ceduta a mio nonno dai germani Giuseppe e Maria Del Greco dietro vitalizio, con l'intesa che la cessione non sarebbe avvenuta che alla morte di entrambi..."
Il palazzo fu teatro di un avvenimento che proiettò Vasto nel contesto della proclamazione del plebiscito per l'Unità d'Italia.
Infatti, il 14 ottobre 1860 il Marchese di Villamarina Pes Salvatore, di passaggio a Vasto per andare incontro al Re Vittorio Emanuele, venne ospitato in Casa Ciccarone e, affacciandosi al balcone, venne acclamato da una grande folla osannante al Re, recando sul cappello la scritta SI per l'Unità della Nazione.
Il Direttore Generale delle Poste, Barone Bellelli che al seguito del Villamarina, telegrafò al conte Camillo Benso di Cavour la notizia della manifestazione vastese, con il seguente testo:"Tutta le popolazione di Vasto d'ogni classe con un SI al cappello ha chiamato il Marchese al balcone, applaudendo fragorosamente al Re Vittorio Emanuele ed al suo ministro Cavour.
Il Marchese si è affacciato ad una finestra della case del maggiore della Guardia Nazionale Silvio Ciccarone, dov'è ospitato, ed ha detto di "ringraziare egli la popolazione a nome del re, promettere a tutti di farsi interprete de' sentimenti di questa cittadinanza vastese verso S.M., la quale entrava in queste province per ridonare la pace, la sicurezza, la libertà. Vittorio Emanuele chiamasi re Galantuomo, coi fatti mostrerà essere tale. Egli se non fosse stato re, sarebbe stato il primo cittadino, un altro Garibaldi, il cui nome suona all'orecchio di tutti lealtà, coraggio, abnegazione. Queste ultime parole hanno riscosso vivissimi applausi al grido di Viva il Re, Viva Garibaldi,Viva Caour,Viva Villamarina. Ho creduto mio dovere riferire questi fatti a S.E. - Il Direttore Generale delle Poste firmato Barone Bellelli".

L'edificio Ciccarone, nella facciata che guarda Corso del Plebiscito, ha il portone d'ingresso decorato ad arco a tutto sesto con quattro finestroni ed altre aperture.
Al primo piano tre balconi, in quelle centrale si aprono due imposte con decoro sormontato da cornice. Altri balconi angolari protetti da ringhiera con una apertura sul fronte e sui lati. Al secondo piano 6 finestroni decorati e tre nelle facciate laterali.
 
stralcio da art., a firma Giuseppe Catania, apparso su "www.noivastesi.blogspot.com" - 11 ottobre 2015

Palazzo Cieri - Cavallone in Corso, Italia, nel centro storico
Venne realizzato ai primi degli anni '30, come la maggior parte degli edifici di pregio estetico.
Presenta la base in bugnato chiaro su cui si aprono nella facciata che guarda corso Italia il portone di ingresso e due aperture laterali.
I due piani superiori hanno due balconi laterali con aperture delimitate da timpani e delineate da un marcapiano a lieve aggetto.
La facciata su Via Asmara presenta due balconi laterali con apertura sormontata da timpano e due finestre centrali sempre sormontate da timpani; al piano terra due finestre sotto i due balconi e due aperture centrali.
L'edificio che guarda su corso Italia è rivestito da mattoni rossi ed è decorato da paraste angolari con marcapiano e
marcadavanzale delimitato, da fasce aggettanti e da decorazioni

multilinee dei balconi e dei conicioni e delle mensole.

stralcio da art., a firma Giuseppe Catania, apparso su "www.noivastesi.blogspot.com" - 1 ottobre 2015

Palazzo De Sanctis, in Corso Italia, nel centro storico
Su progetto di Antonio Izzi, negli anni 1926/29 venne costruito, con vista su Corso Italia.
Nella facciate si aprono, nei due piani, tre balconi alternati da una finestra decorati da colonnine e soprastanti con timpani ed arco nel primo piano ed a triangolo nel piano superiore.
Il marcapiano, nel primo e secondo livello è decorato con motivi floreali.
Due lesene laterali sono realizzate in bugnato semplice.
Eguale conformazione nelle fasce laterali dello stabile.
Al piano terra, oltre al portone centrale di ingresso, quattro aperture a edicola, corrono fasce di bugnato che si ripetono anche nelle cornici laterali e nel cornicione sporgente.











stralcio da art., a firma Giuseppe Catania, apparso su

"www.noivastesi.blogspot.com" - 29 settembre 2015

Palazzo del Carmine, costruito nel '700 per aprire la scuola dei Padri Lucchesi, fra Via Marchesani e Via del Fornorosso, nel centro storico
Fra via Marchesani e via del Fornorosso, nel 1738 vennero eseguiti i lavori per le costruzione della chiesa della Madonna del Carmine (dove sin dal 1362 esisteva la cappella dedicata a San Nicola degli Schiavoni).
A seguito dell'abbattimento di vecchie casette venne edificato un palazzo conventuale. Incaricati furono i Padri Lucchesi (Chierici Regolari della Madre di Dio), insediati a Vasto dall'Università del Vasto e dai Marchesi D'Avalos, per riqualificare il nucleo urbano e reperire spazi ed aule necessarie per lo svolgimento della loro attività didattica a favore dei giovani della Città.
Nel 1761 vennero aperti gli edifici adiacenti alla chiesa ed all'ex collegio Istonio.
I Chierici, nel cui ordine entrarono i vastesi Giuseppe Ricci e Luigi Barbarotta, insegnavano grammatica, retorica, filosofia, dottrina cristiana, e ricevevano un compenso annuo dall'Università del Vasto, di circa 180 ducati.
Nel 1762 fondarono, nel chiostro del convento, (oggi cortile del palazzo), la Congrega della Madonna della Neve, sebbene non riconosciuta dall'autorità ecclesiastica.
Nel 1809 il collegio venne soppresso ed incorporato allo Stato, ed il chiostro venne destinato ad accogliere il comando della Gendarmeria, della scuola pubblica e uffici vari della Municipalità.
Intanto venne sopraelevato il terzo piano per ospitarvi gli alunni delle scuole e dei convittori.
Successivamente l'edificio venne, destinato all'insegnamento scolastico dei Padri Gabrielisti di Monfort, intitolato "Collegio Istonio" successivamente soppresso, perchè i Gabrielisti avevano costruito, in Viale D'Annunzio, l'edificio dell'Istituto Immacolata.
Per qualche tempo il palazzo del Carmine fu sede della Curia Arcivescovile e qui Mons.Valentini ricevette l'abito talare dall'Arcivescovo Venturi il 15 agosto 1938.
Nel febbraio 2006 venne stipulato un accordo tra il Comune di Vasto e l'Arcivescovo Metropolita, Mons. Bruno Forte, sindaco il dott. Filippo Pietrocola, con l'intesa che alla Curia veniva concessa la proprietà dell'edificio ex Istonio e al Comune il comodato d'uso gratuito per 60 anni del Palazzo Genova Rulli di via Anelli.  
stralcio da art., a firma Giuseppe Catania, apparso su "www.noivastesi.blogspot.com" - 14 ottobre 2015

Palazzo Della Penna - 1615 - Contrada Lebba, posto su uno spianato a circa 6 chilometri da Vasto, in bella posizione che un tempo dominava la sottostante valle del torrente Lebba, da sontuosa Villa dei D'Avalos a Orfanotrofio Genova-Rulli, ora in totale abbandono
Il Palazzo Della Penna, che, dopo qualche chilometro dalla Frazione Incoronata verso Pescara, si trova sulla destra, è la maggiore delle ville dei D'Avalos.
Vi si giunge prendendo sulla destra un breve raccordo che termina alla nuova litoranea; retrocedendo di poco a sud, al primo passaggio a livello, sulla sinistra, ha inizio la strada che conduce direttamente alla villa, distante un duecento metri.
La sua costruzione risale al 1615. Edificato sulla pianura fu la più sontuosa villa dei d'Avalos. Ha la forma di castello con quattro piccoli bastioni ed è cinto di mura. I d'Avalos vi ammassarono tesori artistici inestimabili; ma, per le continue scorrerie dei Turchi, lo splendore del luogo andò scomparendo, finché non venne restaurato per poi diventare successivamente sede di Orfanotrofio.
Nel suo genere costituisce un interessante esempio di residenza fortificata fuori le mura.
Spesso è indicato come quello dei Cento diavoli. Questo appellativo è stato coniato in passato dal fatto di essere rimasto disabitato per molto tempo. Il contadino superstizioso che vi
passava accanto, non poteva non ricavarne un'impressione di misterioso timore; perciò la fioritura di tetre leggende.
A parte la storica residenza di Palazzo d’Avalos, c’è un fattore che accomuna tutti i palazzi fatti costruire dalla famiglia d’Avalos nella nostra città: sono tutti in stato di miserevole abbandono. Quelli che una volta erano lussuosi palazzi o ville, fatte costruire per lo svago e le villeggiature nelle amene campagne vastesi, oggi sono poco più che ruderi, abbandonati e pericolanti. Stiamo parlando di Villa Cipressi, in Via Pescara, di Villa Frutteto, del Palazzino di San Lorenzo, del Palazzino di Santa Lucia, nella omonima via e del Palazzo della Penna.
Storia: Il Palazzo della Penna venne fatto costruire da Innico III d’Avalos, che si era spostato nella nostra città nel 1598, insieme alla cugina Isabella d’Avalos. “Il Signor Marchese di Pescara D. Innico figlio di D. Cesare d’Avalos”, scriveva lo storico Nicola Alfonso Viti, “fece fabricar questo Palazzo a’ tempi nostri, nel cui edificio si spesero molte migliaia di ducati, et allora le vigne della contrada della Penna andarono allo sterile et alcune torri e case ch’erano in quel contorno si distrussero per servitio di questa fabbrica
". La costruzione del palazzo ebbe termine nel 1615. Probabilmente questa data deve riferirsi al solo fabbricato principale, in quanto altri lavori vennero effettuati nel 1621, quando l’Università di Vasto diede al Marchese tre migliaia di sassi provenienti dal porto della Meta, da utilizzare per il Palazzo della Penna. Mentre altri lavori vennero commissionati nel 1699 all’ingegnere veneto Daniele Galante ed al fabbricatore Giovanni Di Benedetto di Vasto.
Posto su uno spianato a circa 6 chilometri da Vasto, in bella posizione che un tempo dominava la sottostante valle del torrente Lebba, oggi invase dalle industrie, il Palazzo ha pianta quadrata, fortificata agli spigoli da quattro baluardi, un cortile spazioso, ampie sale, semicircondata da un recinto anch’esso protetto agli spigoli da bastioni e comprensivo di una serie di fabbriche adibite a locali di servizio. Arredato con eleganza, il palazzo fu frequentemente abitato sia dal suo fondatore, che dai suoi figli, Ferrante e Diego, nonché dal nipote Don Cesare Michelangelo.
Il 20 giugno del 1711, il palazzo venne saccheggiato dai turchi.
Il canonico Diego Maciano in data 25 febbraio 1713, annotava il rientro del Marchese Don Cesare Michelangelo d’Avalos, dopo dodici anni di esilio per motivi politici.
Il dominio di Don Cesare Michelangelo segnò il periodo di maggior splendore nella storia del palazzo. Restaurato ed abbellito, l’edificio ospitò molti personaggi del Regno, che si fermavano nella nostra città. Con la morte di don Cesare Michelangelo, avvenuta nel 1729, il Palazzo cadde nell’abbandono più totale, diventando luogo malsano e solitario, intorno alla quale la fantasia popolare intrecciò storie paurose di diavoli e streghe. Da qui, probabilmente anche la nascita del nome di Palazzo dei Cento Diavoli, perché secondo la leggenda in una notte spuntarono i tredici comignoli, oppure le storie nate intorno alla famosa grotta della Carnaria, ed al tunnel che probabilmente la collegava al vicino Palazzo della Penna.
Nel 1835 la tenuta fu acquistata da Giuseppe Antonio Rulli, il quale provvide a restaurare il Palazzo, a ristabilire i coloni e bonificare le paludi della zona. Grazie alla munificenza del barone Luigi Genova, morto all’età di novantadue anni, il palazzo divenne sede dell’Orfanotrofio per orfanelle, e rimase aperto fino agli anni '80 (1980), per poi ricadere ancora, e questa volta chissà per quanti anni ancora, nel più miserevole abbandono.
stralcio da art., a firma Lino Spadaccini, apparso su "www.noivastesi.blogspot.com" - 17 giugno 2013

Palazzo Fanghella, Caldarelli, Michelangelo, in Via Raffaello e Corso De Parma, nel centro storico
Palazzo di notevole interesse storico e di pregio architettonico.
Nella pianta a "volo d'uccello" della Città del Vasto del 1793 la costruzione appare in evidenza, ma è presumibile che il palazzo esistesse in precedenza lungo lo sviluppo viario principale della cosiddetta "corsea" cioè il tracciato che collega anche attualmente il Castello Caldoresco e la residenza dei Marchesi D'Avalos, che delimitava l'impianto della Città nell'ambito del
"quartiere latino", distinto da quello medioevale.
Agli inizi del secolo il Corso De Parma fu sottoposto a demolizioni e ricostruzioni di alcuni edifici e relativi prospetti, al fine di allineare le strutturee allargare la via.
Negli anni 1910-1912, con l'allargamento della strada; l'edificio, al pari di quelli che si affacciavano su Corso De Parma, hanno subito rimaneggiamenti e modifiche con una serie di impostazioni di stile neoclassico.
L'attuale costruzione risale ai primi decenni del 1900, ma una parte del piano terreno è di molto più antica, anche se ha subito dei rimaneggiamenti alla fine del 1980.
Seguendo le tecniche in vigore all'inizio del 1900, l'edificio si sviluppa con un piano terreno, un primo e secondo piano, terrazzo e sottotetto e le strutture murarie verticali sono in mattoni, mentre quelle orizzontali in archi e volte di mattoni; una parte in solaio realizzato con travi di ferro e lavelli.
La facciata che guarda sulla Piazza Lucio Valerio Pudente, intitolata al poeta tredicenne di Histonio, incoronato poeta latino in Campidoglio nel 106 d.C., nella parte del piano terra, è costituita da tre aperture architravate, mentre i piani superiori sono delineati da quattro lesene sormontate da altrettanti capitelli e integrati da un cornicione in aggetto, sorretto da sottolineature decorative.
Al primo piano si aprono tre finestre architravate e incorniciate da timpani triangolari ai lati e ad arco al centro.
Al secondo piano tre balconi architravati e incorniciati con timpani ad arco ai lati e triangolo al centro. Gli aggetti dei balconi sono in marmo sorretti da mensole in ferro con volute. I parapetti che si affacciano sulla piazza L.V. Pudente sono in ferro battuto e decorati a fiori intrecciati a forma di giglio.
Il portone di accesso all'edificio si apre su via Raffaello ed è incorniciato e archivoltato e l'accesso alle scale è pavimentato in mattonelle di cemento; i gradini sono in marmo di Carrara. Vi sono quattro rampe di scale diseguali con pianerottoli di riporto sorrette da quattro pilastri in mattoni al centro e da archi rampanti. L'accesso al terrazzo è con scala a chiocciola in mattoni.
L'immobile, con Decreto del Ministero dei Beni Culturali e Ambientali-Ufficio Centrale per i Beni Archeologici, Architettonici, Aristici e Storici, del 18 settembre 2000, è stato dichiarato di interesse particolarmente importante, ai sensi dell'articolo 2, comma 1, lettera a), del Decreto Legge 29.10.1999 n.490, e viene sottoposto a tutte le disposizioni di tutela.
Giova ricordare che l'intestazione di Corso De Parma, di cui si è fatto cenno, fa memoria di Riccio De Parma, vastese, uno dei tredici campioni italiani che combattè nella storica ed epica "Disfida di Barletta".
stralcio da art., a firma Giuseppe Catania, apparso su "Il Vastese" mensile d'info. del territorio - n. 9 - set. 2005

Palazzo Florio, in stile Liberty, in Piazza Diomede, nel centro storico
Palazzo Florio, in stile Liberty, situato nella centrale piazza Diomede.
La città del Vasto conserva quasi intatti e per fortuna ancora sottratti alla insana mania di ammodernamento che pervade in taluni innovatori, capolavori di edilizia residenziale situati nel centro storico.
Siamo di fronte a soluzioni architettoniche di preziosa espressione estetica inserite in quel contesto urbano neoclassico in voga negli anni venti, caratterizzate dallo stile "liberty" che possiamo riscontrare in alcuni esempi di edifici che emergono per splendide decorazioni.
L'edificio appare inserito, alto e stretto, in un blocco di costruzioni della stessa altezza, ma piuttosto scadenti.
L'immobile è stato di recente restaurato con intelligente ristrutturazione estetica con risalto di colori che seguono le decorazioni delle due lesene laterali a tutta altezza, scanalate nella parte superiore, con bugnati nella parte inferiore fino al primo piano che richiamano un certo manierismo decorativo. Le due lesene sormontate nella parte alta da due capitelli,
proseguono per sorreggere un cornicione in lieve aggetto.
Gli ornamenti richiamano lo stile "liberty" e si sviluppano con le cornici che
inquadrano le due finestre architravate a cornici lineari al primo piano, protette da un davanzale poggiato sul marcapiano, protetto da colonnine.
Sul balcone del secondo livello pure protetto da colonnine si aprono due luci pure con ornati a cornice architravate con timpani triangolari.
L'edificio, come si legge nel fregio decorativo posto nella parte centrale a piano terra, è stato costruito nel 1924 e si notano anche i numeri civici delle due aperture a piano terra. Il tutto si presenta, nella recente ristrutturazione, con fedele e decorosa sistemazione, rispettando l'armonico impianto originale. E questo non fa che onore ai proprietari che si sono impegnati in un'operazione di recupero architettonico di grande valenza urbanistica.
stralcio da art., a firma Giuseppe Catania, apparso su "Il Vastese" - mensile d'info. del territorio - n. 10 - ottobre 2005

Palazzo Genova-Rulli, a Porta Nuova, in Via Anelli, nel centro storico
Palazzo massiccio, di discreta fattura ottocentesca (complesso interamente ricostruito sull'impianto conventuale esistente, nel periodo 1841-1852), cui è annessa una chiesetta gentilizia; ben disegnato e raccolto il giardino interno.
Storia:
In questo sito, esterno alla cinta muraria medioevale, nel 1430 la Confraternita dell'Annunziata impianta una struttura ospedaliera e la gestisce.
Nel 1439 la nuova cinta caldoresca ingloba anche questo isolato che rappresenta per diversi secoli l'estremità settentrionale della terra del Vasto.
Nel 1523 l'ospedale dell'Annunziata, con gli arredi ed il terreno circostante viene donato dall'Università del Vasto, su sollecitazione del marchese Alfonso d'Avalos, al domenicano Giovan Battista da Chieti, perché vi impianti un convento del suo ordine.
In pochi anni viene costruito il convento e ristrutturata la chiesa, che nel 1543 viene consacrata e intitolata a S. Domenico.
Dopo la devastazione turca del 1566 ed il successivo restauro finanziato dai d'Avalos, nel 1588 la Confraternita dell'Annunziata si divide definitivamente dai Domenicani aprendo una nuova cappella, ancor oggi esistente, nella stessa strada.
Nel 1809, con la soppressione napoleonica e la confisca dei beni alle comunità monastiche, il convento, l'orto murato e la chiesa vengono vendute a Luigi Rulli.
Il figlio Giuseppantonio Rulli nel 1841 affida la ricostruzione del complesso, ormai fatiscente, all'arch. Nicolamaria Pietrocola, che riutilizza l'impianto conventuale mantenendo la giacitura del chiostro e dell'orto trasformati in androne di entrata e in giardino. Innovativo anche il sistema con cui nel salone di rappresentanza il peso della volta viene scaricato su di una imposta ottagonale.
Nel 1852 è completata anche la chiesetta, ora intitolata a S. Filomena, che rispetto alla primitiva struttura mantiene inalterate le dimensioni ma cambia l'organizzazione interna.
Nel 1828 Giovanna Rulli, una delle due figlie di Giuseppantonio, sposandosi con Ludovico Genova da l'avvio a quel ramo della famiglia che da allora sarà chiamato Genova Rulli e che diverrà intestatario del palazzo.
Nel 1931, con la morte dell'ultimo discendente Ludovico, l'immobile e tutto il patrimonio della famiglia vengono destinati alla Fondazione Genova-Rulli che tuttora l'amministra.
In primo piano la chiesa
di Santa Filomena,
a seguire il Palazzo Genova Rulli

Il palazzo Genova-Rulli su via Anelli, oltre a inglobare la chiesa di Santa Filomena, ha una estensione lungo via Anelli e si sviluppa con locali a pieno strada entrando attraverso un portone che immette, superando una scalinata, al piano superiore dove si trovano numerose stanze le cui finestre si affacciano su via Anelli e sull'adiacente giardino.
Il palazzo ha ospitato l'Ufficio dell'Arcivescovado e del Tribunale (uffici giudiziari e sala delle udienze).
Una parte del fabbricato (angolo via Anelli-Corso Palizzi ) comprende alcune stanze su cui si accede attraverso un portone decorato con fasce laterali bugnate già sede degli uffici dell'amministrazione dei beni dell'orfanotrofio Genova Rulli.
La costruzione si sviluppa anche lungo via Roma con locali a piano strada ed al primo piano, molti dei quali in abbandono.

stralcio da "Lunarie de lu Uašte" - ed. 2003

Palazzo La Palombara, in Vico Giosia , nel centro storico
La costruzione è realizzata a mattoni a faccia vista, secondo lo stile architettonico dell'epoca (anni '30), adiacente al Palazzo dei Conti Mayo.
Su via Giosia a piano terra si apre il portone di ingresso ed arco a tutto sesto con fasce laterali, oltre a due altri ingressi.
Il marcapiano a cornice semplice delimita il primo piano su cui si aprono tre finestre sormontate da una cornice, che si ripete nel sottotetto e nel davanzale delle finestre.
All'interno il cortile con pavimentazione e ciottoli posizionati a taglio e riquadrati che immette, mediante una scalinata al piano superiore.

stralcio da art., a firma Giuseppe Catania, apparso su "www.noivastesi.blogspot.com" - 2 ottobre 2015

Palazzo Marchesani, (1640), in Via Santa Maria Maggiore, a fianco della chiesa, nel centro storico
Se il palazzo marchesale D'Avalos rappresenta quanto di meglio abbia prodotto l'arte rinascimentale nel Vasto, Il Palazzo Marchesani fornisce la testimonianza di un barocco informato alla massima semplicità, che non è capriccio, ma lezione di gusto.
La linea curva è soltanto un elemento accessorio al disegno dell'edificio, che ha obiettivi più vasti. Le volute dei timpani hanno contorni piacevoli sulle finestre e ne completano la fisionomia. Non meno accattivante appare il minuscolo cortile
dalla slanciata scala a due rampe e dalla immancabile cisterna, frequente nei numerosissimi cortili delle case urbane.
Epoca
- Nella "pianta a volo d'uccello" della Città del Vasto del 1793, il Palazzo è raffigurato nel casamento a fianco della Chiesa di Santa Maria Maggiore ed è considerato fra quelli di maggior rilievo fra gli edifici signorili costruiti all'inizio del 1700, ed è situato nella parte storica, d'epoca medioevale, ricompresa nella tipica soluzione urbanistica a "raggiera", attorno all'edificio del culto.
Ubicazione - L'edificio, la cui facciata sì sviluppa su via Santa Maria Maggiore, apparteneva alla "Contrada del Buonconsiglio", confinante con la "Contrada del Castello" (o di Santa Maria), così detta perché, nella zona adiacente era il Castello Gisone, sulle cui fondamenta venne fatta edificare la base della torre campanaria di Santa Maria Maggiore, nota come "Battaglia" (avanzo della fortezza).
Confina a nord con Via Giosia ed a sud con Vico Tiziano. Nell'edificio prospiciente, Separato da Vico Isonzo, era il "Palazzetto dei Caldora" ed a nord la sede delle Antiche Carceri. Prima della costruzione, qui era la casa di Buzio di Alvappario, illustre e ricchissimo esponente politico dell'epoca.
Nel 1759 il palazzo era di proprietà di Vincenzo Cardone e poi del dott. Raiani (Atto Notar Francesco Antonio Marchesani del 7 maggio 1824). Poi la proprietà è passata alla famiglia Marchesani.
Fino ad aprile 2015 era abitato dal compianto dott. Carlo, studioso e storico, ultimo erede della famiglia.
Il Palazzo - Nella pianta di Vasto del 1838 è individuabile nel casamento compreso fra la Cappella di S. Gaetano e la Chiesa di S. Maria Maggiore. Il fronte su via Santa Maria Maggiore ha le due delimitazioni laterali su vico Giosia e vico Tiziano. La costruzione, in cotto, materiale largamente impiegato fin dal tempo dei romani, per la realizzazione della muratura in mattoni, per la copertura dei tetti (coppi) e per la posa dei pavimenti (quadroni o ceramica) ha una armonica composizione. L'elemento di connessione tra spazio esterno e lo spazio interno è costituito da un'apertura andrale, ad arco, con portale a strombi laterali sormontato da accentuata cornice in rilievo e volute. Da qui, per mezzo di un androne, con volta a botte, si accede in un cortile aperto su cui è situato un pozzo ed a sinistra una gradinata di accesso che smista su due logge laterali, a due archi con colonna centrale, sulle stanze del piano superiore ornate con stucchi e decorazioni. Lungo la facciata principale, a piano terra, originariamente si aprivano quattro porte: l'antro centrale già descritto e di accesso all'edificio e tre porte ad arco (due a sinistra ed una a destra del portone dì accesso), tutte sormontate da cornici lavorate a mattoni.
La scansione delle aperture a piano terra è accentuata dal bugnato in quelle laterali, i cui vani sono destinati a bottega, e crea effetti contrastanti chiaroscurali. La modifica successiva, e la giunta di nuove apertura, ha visibilmente compromesso l'assetto armonico della facciata e l'equilibrio originario tra altezza e lunghezza dell’edificio.
Sul marcapiano poggiano, in successione regolare, sette finestre timpanate (di cui due prima di quelle estreme e balconcino protette da ringhiere in ferro battuto) arricchite da frontoni corniciati sporgenti, ripetuti negli arcali del piano terra, e due finestrine quadrate al di sotto dei balconcini, che contribuiscono ad animare il paramento murario, coperto da intonaco nel tipico colore d'epoca: grigio chiaro.
Modellate le lavorazioni a cornice e volute a lieve aggetto in ornato simmetrico ed elegante.
II Palazzo si innesta, come costruzione isolata, in stretta connessione con l'assetto urbanistico della città, nella perimetrazione medievale, ed evidenzia forme rinascimentali interpretate con gusto sobrio ed elegante. Nelle facciate laterali si aprono rispettivamente due finestre di modesta decorazione. Questa tipica architettura esalta gli elementi decorativi che sono arricchiti da cornici nelle finestre principali e nei portali architravati. Le due lesene laterali, che preludono l'arrotondamento degli spigoli perimetrali, scandiscono la superficie verticale dell'intero edificio.
Il personaggio - Buzio di Alvappario era un illustre e ricchissimo esponente della politica di quell'epoca. Infatti, era cancelliere del Re, sindaco di Vasto e vice console per le controversie marittime, per designazione dei commercianti. Nel 1385 ottenne da Re Carlo III di Durazzo l'unificazione di Castel Gisone e Guasto di Aymone con la denominazione di Vasto Aymone. Riferisce il Marchesani (Storia di Vasto) che nel mese di giugno 1379 Buzio di Alvappario venne assalito nella sua abitazione in via S. Maria, dal soldato Lisulo di Catania, che risiedeva a Vasto, seguito da 25 compagni, tra i quali vi era anche Mascarello, figlio del Notaio Masio Scanosio, proprietario di beni feudali in località colle Buono.
Lisulo e Scanosio volevano uccidere il Buzio perché aveva loro ordinato di restituire i beni che avevano "usurpato alla Bagliva". Si erano, infatti, appropriati dei tributi (canoni enfiteutici imposti dal tribunale) Bagliva o Bajulazione. Buzio riuscì a sfuggire all'attentato e costoro sfogarono la rabbia rovinando a colpi di accetta tutti i mobili. Si accingevano anche a bruciare la casa di Buzio, ma ne furono dissuasi dalle buone parole di ragguardevoli persone e dal suono delle campane e dell'accorrere di un drappello di soldati con lo stendardo dell'Università.
Dopo lo scampato pericolo il Buzio fece incidere, sulla pietra tombale del suo sepolcro, rinvenuta nella Chiesa di S. Antonio di Padova (ora murata nella parete orientale di S. Maria Maggiore): BUCIUS DE ALVAPPARIO PROTONTINUS... SUB CRUCE S.ANTONI... MCCCCXX...
Buzio di Alvappario sposò Bellalta de Palatio, figlia del Notaio Agostino. Costei venne seppellita nel 1404, nella Chiesa della Vergine de' Guarlati, detta S. Maria dei Miracoli per la fervida devozione dei vastesi. La Chiesa, unitamente alla Cappella di S. Rocco, eretta a salvamento della peste del 1478, venne demolita nel 1611 e la pietra tombale del suo sepolcro venne raccolta ed infissa nel muro occidentale di S. Maria Maggiore. Vi è inciso: DOMINA BELLALTA DE PALATIO CONIUX BUCCI NOTARII DE ALVAPPARIO HIC HIACERE JUSSIT EX VOTO IN INFIRMITATE FACTO VISITANDI ISTUD TEMPLUM VIRGINIS DICTAE DE GUARLATIIS NUDIS PEDIBUS: EX QUO VIVENS VOTUM SOLVERE NON POTUIT HIC A SUIS FUNERATA JACERE JUSSIT. AD MCCCCIII. Gravemente ammalata, Bellalta aveva fatto voto di recarsi a piedi nudi per chiedere grazia alla Madonna per la guarigione. Vanificato il suo desiderio, dispose, dopo la sua morte, che venisse seppellita nella Chiesa della Vergine de' Guarlati.
stralcio da art., a firma Giuseppe Catania, apparso su "www.noivastesi.blogspot.com" - 12 luglio 2015

Palazzo Martella, il piano terra fu sede del noto Pastificio, in Corso Italia, nel centro storico
Si affaccia su Corso Italia e venne costruito tra il 1933/35 su progetto di Giuseppe Peluzzo da Vincenzo La Palombara.
L'edificio è rivestito da intonaco graffiato che imita il travertino. Sulle facciata di Corso Italia, a piano terra, si apre il portone principale al centro, e due aperture laterali con decorazione ad arco a tutto sesto con fasce bugnate. Motivi che si ripetono sulla facciata di Via IV Novembre. Al primo e secondo piano si aprono, rispettivamente, al centro un balcone
decorato con cornice ad arco e inferriate di protezione; e ai lati, due balconi laterali su cui si aprono due aperture incorniciate ad arco.
Le lesene riquadrano le aperture dei piani. Nella facciata laterale a destra si aprono finestre decorate con cornici ad arco;
al 1° e 2° piano pure nella facciata di sinistra su via IV novembre.
Qui, al piano terra c'era lo stabilimento Martella per la produzione di paste alimentari. Ora adibito a locali commerciali.
Un cornicione a getto sopra la terrazza vi sono pilastri che reggono una protezione in ferro intervallata da pilastri.
stralcio da art., a firma Giuseppe Catania, apparso su "www.noivastesi.blogspot.com" - 23 settembre 2015

Palazzo Mayo, vicino a Palazzo D'Avalos, in piazza L.V. Pudente, nel centro storico
Il Palazzo Mayo e le vicende della gloriosa famiglia.
 
Nelle "Ricerche di araldica vastese" di Vittorio d'Anelli (1973), viene riferito: "Nei 150 anni di residenza vastese, i Mayo abitarono sempre in quella grande casa delimitata da piazza L.V. Pudente - Vico Giosia e Palazzo D'Avalos".
In vico Giosia, nei decenni scorsi, durante i lavori di recupero di alcuni vani a piano terra, sono affiorati dal pavimento in mattoni cotto, due botole che introducono in due ambienti sotterranei. Si è certi che si tratti di cisterne, come era nelle caratteristiche costruttive edilizie degli antichi palazzi della Città di cui si hanno molti esempi negli edifici del centro storico.
Palazzo Mayo, lato d'Avalos
Una, sicuramente, per la raccolta delle acque (a considerare la grossa pietra solcata da un condotto) e l'altra utilizzata per la conserva delle derrate alimentari. Le pareti, in mattoni saldati da malta cementizia, risultano perfettamente impermeabili. Le notevoli dimensioni e la caratteristica costruttiva ci portano a ritenere che le due cisterne appartengano all'abitazione di una facoltosa e nobile famiglia vastese, che, dai riscontri storici, risulta quella dei Conti Mayo.
La struttura dell'edificio risponde all'uso del ("cotto" introdotto dai romani, e che ha trovato largo impiego a partire dal IV secolo a Vasto, non solo per la realizzazione della muratura ed anche per ricoprire i tetti (coppi), ed anche per coprire i pavimenti (quadroni) giacché tale materiale risultava più pratico.
I Mayo quindi abitarono sempre in quel grande palazzo con il fronte principale su piazza L.V. Pudente e i lati verso i giardini d’Avalos e via Giosia. Numerosi esponenti di questa nobile famiglia ebbero incarichi prestigiosi esercitando professioni scientifiche, letterarie, giudiziarie e coprirono impieghi statali.
Le ricerche sulla famiglia Mayo ci consentono anche di ricostruire alcuni aspetti storici oltre ad approfondire le notizie sulla presenza a Vasto della nobiltà dell'epoca.
I Mayo sono originari del Molise e Giovanni Battista ricevette il titolo di Conte dal Marchese del Vasto Cesare Michelangelo d'Avalos nel 1702, per nomina dell'Imperatore Leopoldo I d'Asburgo. Nel 1770 incontriamo Venceslao Mayo (nato a Baranello in provincia di Campobasso nel 1738, incaricato dell'amministrazione generale dei beni di Casa D'Avalos, sposo di Eutropia Cardone e poi di Giacinta Leone. Fu poeta eccelso, corrispondente della Reale Società Patriottica di Chieti, esperto in Giurisprudenza. A lui, morto a 73 anni, nel 1811, i numerosi congiunti posero un sepolcro marmoreo nella chiesa di Santa Maria Maggiore.
Nel 1791 scrisse alcune riflessioni sul progetto di abolizione dei Regii Stucchi con la surroga di altri fondi, ritenute in grande considerazione dai Ministri di Stato.
Il Conte Venceslao Mayo è ricordato per un episodio legato alla rivolta dei Sanfedisti che scoppiò a Vasto il 2 febbraio 1799. In città gli animi erano stati infiammati dai sanguinosi avvenimenti che avevano travolto la Francia e che ebbero sanguinosi epiloghi anche a Vasto, con saccheggi delle abitazioni di numerose famiglie ed uccisioni tra cui i municipalisti Floriano Pietrocola, Francescantonio Ortenzio, Filippo Tambelli, Paolo Codagnone e, inoltre Epimenio Sacchetti Alfonso Bacchetta, appartenenti alla nobiltà locale.
La rivolta durò ben 20 giorni e il 30 maggio la città venne assediata dal generale borbonico Giuseppe Pronto, con al seguito un esercito di 4.000 armati. La città prima oppose una strenua resistenza, ma dovette capitolare e, per evitare il saccheggio e la distruzione, fu costretta a riscattare la salvezza con il pagamento di 8.400 ducati. Il Conte Venceslao Mayo vi contribuì in gran parte e si accollò anche il prestito alla Municipalità del resto della somma che, però non venne mai rimborsata.
Suoi discendenti furono il Conte Levino incaricato quale Ricevitore Generale della Provincia; Proilo e Filoteo, Uranio (che venne sepolto ai piedi del sepolcro di Venceslao) arciprete ed illustre predicatore, canonico e teologo in Santa Maria Maggiore nel 1805, Vicario Capitolare delle Diocesi di Penne e Trivento, Vicario Foraneo di Vasto.
Seguono nella lunga serie di nomi originali e bizzarri. Quirino, eletto sindaco nel 1820, cui si deve l'iniziativa della istituzione a Vasto della Cattedra di Agricoltura. Per reprimere le frodi in commercio ordinò ai fornai di imprimere sul pane il numero a ciascuno assegnato. Fu anche Consigliere dell'Intendenza di Chieti. Nereo, fu Priore delle Confraternite del SS. Sacramento e della Sacra Spina, eletto Decurione nel 1828. Equizio fu ingegnere e Colonnello Aiutante del Genio sotto il Regno di Gioacchino Murat e morì il 13 gennaio 1835 mentre era intento ad istruire i componenti della Compagnia Municipale degli Artificieri-Pompieri da lui fondata; collaborò anche nell'opera di risanamento edilizio dei vecchi quartieri di Napoli. Albino, Maggiore del Genio Militare e, poi, Beniamino che sposò Elisabetta dei Conti Ricci, costretto a subire l'umiliazione del carcere per le sue idee antiborboniche. Dermino, figlio di Quirino, valente musicista e compositore, insegnante di Armonia al Conservatorio San Pietro a Maiella, morto nel 1877. Altro discendente di Quirino Mayo fu Didimo.
Nella lista dei componenti questa nobiltà Neofilo, Elredo, Acindino, Adelfo, Zira, Glaphira, Nicarete, Massimilla (nata nel 1883), Carlo (nato nel 1884) avvocato di grande fama sposato alla contessa Maria Vittoria di Civitella da cui nacque, nel 1922 Venanzo.
Un capitolo alquanto interessante per la storia di Vasto che nel secolo XVI ebbe splendori eccezionali per uomini illustri che ne accrebbero il prestigio e la fama. "Letterati sommi, anzi enciclopedici qui fiorirono - scrive Luigi Marchesani nella "Storia di Vasto" pag.183 - il loro talento applicato all'archeologia, a forniti gli elementi della Storia Patria, intorno alla quale dal sestodecimo secolo ad oggi sempre qualcuno a lavorato; tal fu il gusto per le antichità che due Musei fecero chiara la nostra Città". Infatti a quell'epoca Vasto, col nome di Histonium, che richiamava alla memoria la antica civiltà del Municipio dei Romani di cui conserva indelebile tracce, annoverava ben 27 nobili famiglie appartenenti alle cosiddette classi elevate, cioè contraddistinte da condizione economica assai consistente e da notevoli indici culturali.
Nella prima metà del 1700 Vasto contava 6.000 abitanti e poteva vantarsi di avere tra i più nobili concittadini 4 conti, tra cui Trivelli, Griggis, de Litiis, Lancetti; 5 baroni, 13 avvocati, 6 medici, 7 notai, 60 preti officianti, 8 conventi religiosi, un Collegio di Clerici insegnanti. Circa 100 famiglie benestanti traevano sostentamento esclusivamente dalle loro rendite, consistenti in terreni produttivi o fabbricati in proprietà ceduti in affitto.
stralcio da art., a firma Giuseppe Catania, apparso su "www.noivastesi.blogspot.com" - 22 luglio 2015

Palazzo Melle - Molino in Via Asmar, adiacente a Corso Italia, nel centro storico
E' stato costruito nel 1929 e presenta elementi decorativi, unici nel suo genere, rispetto ai fabbricati adiacenti della stessa epoca.
Venne progettato dall'ing. A. Saraceni di Palmoli in unico blocco sormontato da una torretta adiacente su via Asmara.
Il corpo centrale ha due balconi con colonne e due finestre decorate con lievi timpani.
La torretta ha tre piani con relativi balconi e colonne trifore delimitati da lesene laterali sormontate da decorazioni e festini floreali.
La parte laterale ha due finestre per piano timpanate e lieve
aggetto anche sul davanzale. L'ingresso su via Asmara è delimitato da doppie colonne sormontate da capitelli.
stralcio da art., a firma Giuseppe Catania, apparso su "www.noivastesi.blogspot.com" - 27 settembre 2015

Palazzo Meninni (XVI secolo), in Piazza Virgilio Caprioli, nel centro storico

II Palazzo Meninni, nel centro storico, si affaccia sulla piazza Virgilio Caprioli, (Giureconsulto, archeologo (1548 -1608), che introdusse i primi tipi della stampa nella tipografia posta all'inizio di via del Buonconsiglio).
La facciata, delimitata da due larghe lesene laterali che si dipartono da una base accennata in mattoni, materiale impiegato per tutta la costruzione, e contigua al Palazzo Smargiassi e confina con una modesta costruzione all'inizio di via del Buonconsiglio.
L'edificio risale al XVI secolo circa e si alza su due piani.
Il portone ad arco a piano terra dà accesso ad un grande vano
da cui si snoda, sulla destra, la scalinata che porta ai piani superiori.

Al primo piano si aprono due finestre delimitate da un marcapiano, decorate da cornici semplici, sormontate da architravi a timpani spezzati circolari.
Al piano secondo è una balconata protetta da inferriate su cui si aprono due aperture delimitate da cornici semplici laterali architravate a timpani pure spezzati circolari decorate da una

serie di puntoni alla base. Le lunette degli architravi delle finestre e dei due balconi recano deboli tracce di affreschi. Il cornicione, alquanto aggettato, sorretto da un frontone delimitato da cinque colonnine scanalate, con base e capitello poggianti su di una cornice orizzontale che nelle quattro riquadrature rettangolari recano forse degli affreschi.
La Famiglia Meninni nella storia
Tra le famiglie antiche vastesi che hanno nobilitato la città per decoro personale e per spiccate professionalità
, è da annoverare quella dei Meninni, la cui origine risale al 1700 circa. Tra gli esponenti più noti Carlo, e il di lui figlio Cesareo, nato a Vasto il 3 novembre 1784.
Studiò giurisprudenza all'università di Napoli ove si laureò in diritto civile e penale
.
Esercitò la professione legale nel Tribunale di Roma con successo e affermandosi per dottrina giurisprudenziale
.

Diede alle stampe numerose memorie e studi sulla dottrina forense
.
Il 15 novembre 1813
, per le sue eccezionali doti di studioso, venne nominato Giudice di prima istanza presso il Tribunale di Campobasso, assumendo poi il ruolo di Presidente e Procuratore del Re a Campobasso e Lucera. Di questa città venne nominato, nel 1821 Giudice della Gran Corte Criminale, con funzioni di Procuratore Generale del Re e, successivamente, nel 1826, designato alla Gran Corte Criminale di Santa Maria. Nel ruolo di Pubblico ministero fece stampare "Memorie e Conclusioni" che, come annota Luigi Marchesani nella sua "Storia di Vasto" (pag. 354), "una sola delle quali qui noto perché sparsa di erudizione e di passi Greci di Pindaro, cioè "Conclusioni del Ministero Pubblico nella causa tra il Comune di Lupara e D. Nicola Salvadori, pronunziata da Cesareo Meninni, Regio Procuratore sostituto presso il Tribunale di Prima Istanza del Molise nell'udienza del 23 settenbre 1816 - Napoli 1816".
Un suo fratello
, Giovanni, visse a Vasto, ma non se ne hanno precise notizie. Discendente della Famiglia Meninni è Carlo, che abita il Palazzo, insieme alla sua famiglia.
stralcio da art., a firma Giuseppe Catania, apparso su "Il Vastese" - mensile d'info. del territorio - n. 1 - gennaio 2006

Palazzo Miscione, in Via Leopardi (già via XXI Aprile), nel centro storico
Palazzo Miscione, è un palazzo storico di Vasto, costruito su Via Giacomo Leopardi (già Via XXI aprile) angolo Via Gabriele Smargiassi dai cugini Michele e Sebastiano Miscione inizio XX secolo, restaurato nel 2002/3.
Negli anni ‘30 a Vasto, dopo che vennero costruiti i due edifici scolastici a Corso Italia (all’epoca corso Littorio), si verificò un boom di nuovi palazzi ispirati per la maggior parte alla tipica architettura di stile liberty. Anche Palazzo Miscione, venne costruito, in tale stile, in voga durante il ventennio fascista.
Era l'unico palazzo edificato su uno dei lotti che fino agli anni 1945 erano liberi con la scritta "Orto di Guerra". Vennero
costruiti edifici ispirati ad una concezione urbanistica di decorosa architettura urbana, su quei lotti, che vennero affilati sul Corso.
Vi abitava il rag. Alfonso Palazzuolo, storico Segretario Comunale del Comune di Vasto.

Palazzo Miscione è un blocco unico a pianta quadrata.
Si eleva su due piani su un mezzanino con portone di ingresso
principale su via Leopardi la cui facciata è contrassegnata da un balcone, quattro finestre sul mezzanino e cinque finestre sul
secondo piano.
Ha una zoccolatura bugnata e quattro lesene decorate da motivi floreali a rilievo che separano le finestre laterali (il balcone al centro) sormontale da timpani a lieve aggetto.
La facciata su Via Smargiassi riproduce il mezzanino con tre finestre, due balconi, al 1° è 2° piano; due finestre laterali timpanate e quattro lesene decorate con motivi floreali e
ricalca i motivi della facciata principale in Via Leopardi.
La copertura del tetto è sorretta da una serie di capitelli a lieve aggetto.
La costruzione classicheggiante è stata progettata nel 1925 e realizzata negli anni '30.
stralcio da art., a firma Giuseppe Catania, apparsi su "www.noivastesi.blogspot.com" - 25 e 28 settembre 2015

Palazzo Miscione (XVIII secolo), in Via Pampani, nel centro storico

Palazzo Miscione, così noto per essere stato proprietà del nobile Francesco Miscione e passato agli eredi. Francesco Miscione era sposo della nobildonna Filomena dei Baroni Genova ed era un ricco proprietario di beni immobili, tra cui il palazzo di Via Pampani; quello di Via Vescovado ai numeri 11, 13 e 15; di Corso Plebiscito e Corso Dante; Piazza Caprioli; S. Francesco D'Assisi n. 48, 50 e 52; Via Barbarotta n. 43, 45; terreni in località Selvotta di 25 ettari; in località Trave, Paradiso, Incoronata (già San Martino); altre case a Piazza Cavour e Strada Sportello, Vico Aurelia, Vico Indipendenza, Strada Muzii, Vico San Pietro, come da testamento del 12.10.1909 - Notar Michele Marchesani pubblicato il 30.1.1914.
Epoca - Nella "pianta a volo d'uccello" di Vasto del 1793, il Palazzo Miscione è disegnato con tutta evidenza e trova corrispondenza nella pianta di Vasto del 1838 (Luigi Marchesani - Storia di Vasto).
L'edificio, tra i palazzi signorili costruiti all'inizio del 1700, è situato nella parte storica della Città frentano-romana, su cuil'odierna Vasto (allora Histonium) è sovrapposta.

Ubicazione - Ha fronte sulla Via Pampani, la cui arteria ricalca fedelmente l'impianto viario e, indubbiamente, anche quello urbanistico preesistente. La strada appartiene al gruppo dei quartieri che, "per strigas" riprende il tipo urbanistico romano con i lati brevi degli isolati attestati sui "decumani".
Via Pampani - Parallela a Via San Pietro, Via Osidia, Via Laccetti, costituiva il "cardine" opposto al decumano di Via Valerico Laccetti, Strada del Lago (nord), Via Barbarotta. L'impianto viario, appunto, risale all'età romana ed è costruito, nella pavimentazione originale, con "basole", macigni acuminati nella parte inferiore e posti come piramidi rovesciate. Oggi, purtroppo, la via risulta deturpata da uno strato bituminoso. Via Pampani (o strada di Pampani) apparteneva alla "contrada del Lago" di cui si ha menzione fin dal 1442 (Atto Notar Giovanni Di Guglielmo di Federico del 2 giugno 1442). Detta contrada prende denominazione dalla presenza dì acque sorgenti che alimentavano i pozzi. "Sono frequenti, quivi, ruderi di edifici di Istonio" (Luigi Marchesani - Storia di Vasto, pag. 194 ).
Il Palazzo - Nella pianta di Vasto del 1838 è chiaramente individuato. Oltre a seguire, nella sua facciata, la direzione viaria, attestava la parte sud/est, che guarda l'attuale Piazza Virgilio Caprioli, sulle fondamenta di un antico tempio, che ha precisi riscontri, come provano i frequenti ritrovamenti dì cloache e di acquedotti interni, segno evidente che, anticamente, il piano della Città in questa zona era molto inferiore all'attuale. "Rafforza la proposizione mia (Luigi Marchesani - Storia di Vasto, pag. 11) il pavimento musaico tuttavia visibile nella cantina del Dr. Fisico D. Alberto Miscione; pavimento che vuolsi spettato a tempio de' Gentili, II lavoro musaico, di mediocre finezza, è disposto, nella parte da me osservata, in molte ellissi bislunghe, che, a forma di larghi raggi, partono da un cerchio centrale."
La struttura - Risponde all'uso del "cotto" che è stato introdotto dai romani e che ha trovato largo impiego, non solo per la realizzazione della muratura ed anche per ricoprire il tetto (coppi) e per fare i pavimenti (quadroni), proprio perché tale materiale risultava più chiaro. La muratura, in mattoni, risulta intonacata e tinteggiata con il colore dominante all'epoca: grigio chiaro: L'elemento di connessione tra spazio esterno e spazio interno è costituito da un androne a copertura di volta a "botte" con archetti intermedi poggiati sulle pareti laterali. La pavimentazione è a ciottoli circoscritti a quadroni romboidali, disegnati con file dei mattoni infissi di fianco. Fa seguito una parte di cortile a "luce" dotato di cisterna, alimentato da impluvio, con loggetta sorretta da due archi poggianti su di un pilastro centrale; un'altra parte di cortile coperto, separato dal primo, con pilastro centrale sorreggente due archi e la volta a "crociera" intervallata da archetti, su cui poggia l'androne pianerottolo di accesso alle stanze di primo piano. L'accesso ai piani 1° e 2° avviene mediante scalinata a tre rampe per ciascun piano, su calpestio in pietra e pianerottoli in mattoni in cotto.
La facciata - Corre, per tutto l'edificio, su via Pampani ed è delineata da due "paraste" laterali che sorreggono, su capitelli a mattoni, il cornicione a più volute. Vi si incastonano cinque finestre, riquadrate con regolarità al primo piano ed altrettanti balconi a lieve aggetto muniti di veroni protetti in ferro battuto ed ornati con motivi floreali a volute sul passamano. Sul piano strada si aprono: un portone centrale (di accesso) ad arco e due simmetrici antri, pure ad arco, destinati a magazzini, officine o rimesse per carrozze e cavalli. Elementi questi che completano le proporzioni di una visione stilistica organica, anche se priva di decorazioni, che evidenziano, nella proporzione alta dell'edificio, una accentuata varietà compositiva architettonica dell'intero edificio.
La cisterna - E' costruita in mattoni, con elemento superiore in pietra segata circolare, affondata sul terreno a forma rotonda. Attraverso un imbuto in cotto veniva raccolta l'acqua piovana. Il greto, in corrispondenza alla bocca, ha una depressione circolare, per misurare il livello della raccolta liquida nelle stanze sotterranee che hanno uno sviluppo in corrispondenza del vano cantina soprastante.
stralcio da art., a firma Giuseppe Catania, apparso su "www.noivastesi.blogspot.com" - 18 luglio 2015

Palazzo Palmieri, armonicamente inserito nella struttura del Castello, con il fronte su Piazza Rossetti, nel centro storico
Palazzo Palmieri è tra gli edifici di più elevata architettura urbana della Città. Inserito, nella struttura del Castello Caldoresco, in perfetto stato di conservazione, costituisce un esempio di architettura perfettamente in armonia con le soluzioni urbanistiche circostanti.
Il Palazzo Palmieri ha una sua antica storia, che si collega al castello, fatto costruire nel 1439 dal capitano di ventura
Giacomo Caldora con tre bastioni angolari muniti di artiglieria. Antonio Caldora, figlio di Giacomo,vi oppose resistenza, nel 1484, all'assedio delle truppe di Ferrante di Aragona.
Nel 1499 divenne proprietà del marchesi D'Avalos, previa ristrutturazione.
Nel 1856 Salvatore Palmieri lo acquistò costruendovi un complesso di civile abitazione dotandolo di servizi, conservando l'originale conformazione del castello che guarda corso Garibaldi, piazza Barbacani, e Piazza Diomede dove sono i bastioni angolari.
Il palazzo obbedisce ai criteri architettonici dell'epoca con il fronte su piazza Rossetti la cui facciata è a mattoni bugnati, portone di ingresso centrale e quattro aperture laterali a piano terra.
Il piano superiore mostra quattro finestre. Il piano sovrastante reca cinque balconi decorati con cornici e architrave a lieve aggetto, intervallati da lesene bugnate. Eguale conformazione ha la facciata che guarda piazza Diomede con due balconi laterali e uno centrale che comprende due aperture. Sul lato sinistro che guarda piazza Rossetti si estende altra costruzione con tre aperture a piano terra e a piano rialzato, sovrastata da terrazzo su cui si erge la torre cilindrica coronata da merlature.
Sul lato che guarda Corso Garibaldi una serie di aperture sono sul piano rialzato sormontato da terrazzo su cui si affacciano aperture e sovrastante costruzione con due balconi centrali e due finestre laterali delimitati dal bastione angolare su cui è una costruzione sopraelevata con torretta a "lanterna".
Nel cortile da cui si accede da piazza Rossetti, a sinistra in alto vi è apposta una lapide con la scritta:
"Questo antico castello fu dal famoso Giacomo Caldora rinnovato e di bastioni e di artiglieria munito nel 1439. Propugnato dal figlio Antonio fiera e lunga resistenza a re Ferrante Di Aragona faceva nel 1484. Indignati gl'istoniesi per i danni in quell'assedio sofferti lo diroccarono in gran parte. Nel 1499 passava ai D'Avalos che lo ristauravano e da questi nel 1856 a Salvatore Palmieri il quale di ampio acquidotto lo forniva per la pluviale corrente del sovrastante piano; nei lati di oriente e mezzogiorno, dove era monco, in civile abitazione lo trasmutava, e degli opposti fianchi la prisca grave forma allo sguardo dei posteri serbava. 1859."
In alto a destra: "Salvatore Palmieri ai suoi nepoti: "Su quest'area, per bellicose imprese celebratissima, un asilo di pace domestica edificai. Ricordatevi di me o buoni posteri che lo abiterete. Ai cuori generosi è dolce bisogno la rimembranza degli avi. Vasto 1859".
 
stralcio da art., a firma Giuseppe Catania, apparso su "www.noivastesi.blogspot.com" - 23 ottobre 2015

Palazzo Politeama Ruzzi, in Corso Italia, nel centro storico  
La costruzione dell'edificio che ospita il Politeama Ruzzi risale agli anni ‘30 epoca assai florida che vide realizzati numerosi edifici lungo corso Italia (corso Littorio).
Venne iniziato nel 1931, per costituire il fulcro principale delle manifestazioni cinematografiche e di teatro, oltre che di iniziative pubbliche e private.
La facciata che guarda corso Italia si compone di cinque arcate ornate da motivi vegetali, su cui poggiano un balcone centrale e due laterali con aperture sormontate da decorazioni a timpano ad arco a tutto sesto al primo piano e a lieve aggetto su quelli del secondo piano con lesene decorate.
II complesso fu voluto da Luigi Ruzzi, vastese emigrato in Argentina, su progetto dell'ing. Antonio Izzi che, sul portico centrale ha realizzato una modanatura fissata in alto della costruzione con decorazioni floreali su cui è inciso il cognome del committente.
All'interno la copertura a cassettoni (nel progetto una parte scorrevole per aprirsi durante le pause dei film e durante la stagione calda), con decorazioni floreali che si ripetono anche nelle arcate laterali.

Sull'arcata centrale a sinistra era il bar "Petite Galerie" di Lello Martone, e sulla destra la sede della Casa di Conversazione "Gabriele Rossetti" ora occupata da uno sportello bancario.
stralcio da art., a firma Giuseppe Catania, apparso su "www.noivastesi.blogspot.com" - 26 settembre 2015

Palazzo Ritucci Chinni, il neogotico veneziano a Vasto, in Piazza L. V. Pudente, nel centro storico
Fatto costruire in stile neogotico veneziano dall'ex sindaco di Vasto avv. Florindo Ritucci Chinni, si affaccia su Piazza Lucio Valerio Pudente. E' sovrapposto ad una antica facciata di epoca medievale. Offre un particolare effetto scenico-decorativo, unico nel suo genere nel novero dell'architettura urbana di Vasto.
Suddiviso in una parte centrale ed un'altra più alta sulla destra.
Al primo piano centrale si aprono tre finestre bifore arcate con davanzale decorato.
Al secondo piano un balcone a colonnine al centro con trifora e ai lati due finestre bifore decorate, a sesto acuto. Il marcapiano
è decorato con elementi floreali.
Il terzo livello ha un loggiato aereo con 13 finestre arcate segnato dal marcapiano ornato.
Nelle facciate laterale destra si aprono due finestre bifore arcate con davanzale ornato; al secondo piano un balcone a colonnine su cui si apre une trifora ad arco ed un "occhio" incorniciato. Al piano rialzato sottotetto due finestre e un occhio decorato. Sul piano strada il portone. centrale decorato con cornice a sesto acuto e quattro aperture sul bugnato semplice.
stralcio da art., a firma Giuseppe Catania, apparso su "www.noivastesi.blogspot.com" - 4 ottobre 2015

Palazzo Smargiassi, in passato dimora degli Invitti e Casa del Consiglio, in Piazza Virgilio Caprioli, nel centro storico
Fra gli insigni edifici di Vasto spicca quello sito nella Piazza Virgilio Caprioli (Giureconsulto, archeologo (1548/1608) che, introdusse i primi tipi della stampa nella tipografia posta all'inizio di via del Buonconsiglio). L'edificio, di interesse storico, oggi è di proprietà della famiglia Smargiassi. Un tempo sede della Cancelleria e del Consiglio dell'Università del Vasto, e dimora dela famiglia Invitti di Milano.
Un recente restauro lo ha riportato agli splendori del passato, restituendogli prestigio e decoro pubblico.
Nella pianta "a volo d'uccello" di Vasto del 1793 il palazzo è disegnato con evidenza, trovando corrispondenza anche nella pianta del 1838.
L'edificio è tra i palazzi signorili costruito agli inizi del XVIII secolo ed è posto nella zona del centro storico della città.
Presenta una evidente monumentalità nella struttura e nello studiato equilibrio estetico delle parti che compongono il
complesso, con ornamentazioni delle finestre in una visione rigorosamente geometrica anche negli ornati che evidenziano sottili risonanze chiaroscurali.
In particolare il linguaggio architettonico-decorativo è espresso nel compassato collocamento delle finestre timpanate, armoniose, in schemi limpidi e lineari con intervalli di profili ricurvi.
L'edificio ha il fronte principale su piazza Virgilio Caprioli ed il laterale su via Bebia. La costruzione, nei materiali utilizzati, risponde all'uso del "cotto", introdotto dai Romani, che ha trovato largo impiego per la muratura e per la copertura del tetto (coppi), nonché per la realizzazione dei pavimenti (quadroni), ritenuti più pratici. La muratura in mattoni risulta intonacata e scandita da modanature e tinteggiatura con colore dominante all'epoca: chiaro con decorazioni sfumate.
L'elemento di connessione tra spazio esterno e intorno è costituito da un androne a copertura di volta a "botte", con archetti intermedi poggianti sulle parti laterali.
Fa seguito una parte di cortile "a luce", che aveva una cisterna alimentata da impluvio, da cui si diparte la scalinata che si sviluppa poggiando su due pilastri-colonne che sorreggono i pianerottoli di accesso alle stanze dei due piani, su calpestio (originale) in pietra e mattoni in cotto.
La facciata,
contigua al Palazzo Meninni, corre, per tutto l'edificio, su coppi. Vi si incastonano quattro finestre riquadrate con regolarità, sormontate da timpano al primo piano, ad arco con profilo ricurvo le centrali, a sesto acuto le laterali. Quattro balconi soprastanti decorati da cornice timpanata in ornato simmetrico ed elegante, protetti da artistiche ringhiere in ferro. Al piano terreno si aprono l'androne principale di accesso all'edificio posto sulla sinistra ed in corrispondenza delle finestre ed i balconi, altre tre porte ad arco.
Nella facciata laterale su via Bebia, si aprono sei porte a piano terreno, mentre quattro finestre si aprono rispettivamente nei due piani, con la decorazione eguale a quella della facciata su Piazza Caprioli.
Palazzo Smargiassi anticamente fu dimora della famiglia Invitti, originaria di Milano, giunta a Vasto nella prima metà del XVII secolo e precisamente nel 1617 (come risulta da un rogito del Notaio Fantini del 24.11.1617). Vi si fa menzione di Giampaolo Invitti, sposo alla nobildonna vastese Drusiana De Sanctis. Il di lui figlio Guglielmo, sposò Cinzia Crisci, e venne incaricato dall'Università del Vasto a presiedere i lavori per la riparazione della chiesa di Santa Maria Maggiore nel 1645. Una tale notizia è riportata nel verbale del consiglio dell'Università del 15 luglio 1585 in cui viene autorizzata la spesa di 500 ducati per la costruzione del convento di Santa Chiara e di 70 ducati per la chiesa dei Cappuccini. Si ha notizia di Suor Giannantonia Invitti, monaca esemplare del Convento di Santa Chiara in Vasto. Apprendiamo ancora che Domenico Invitti, sposo di Donata de Rubeis, era Mastrogiurato nel 1738.
Alla fine del XVIII secolo la famiglia Invitti si estinse.
La Casa del Consiglio era ubicata nell'attuale Palazzo Smargiassi, a piazza Virgilio Caprioli e lungo via Bebia nei due fronti, è segnata col numero 48 nella pianta del Vasto del 1793.
Nella piazza, dove si svolgeva il mercato quotidiano dei prodotti ittici, si aprivano le botteghe dei macellai, dei pizzicagnoli e delle verdure, tra via Bebia e la piazzetta antistante la chiesa Cattedrale di S. Giuseppe. Sulla torretta della Casa del Consiglio era collocato l'orologio pubblico, provvisto di due campane per battere le ore ed i quarti.
Nel 1815, con risoluzione Decurionale della settimana Santa, venne disposta la demolizione della torretta che minacciava di crollare e l'orologio venne poi installato sul campanile della chiesa Cattedrale.
stralcio da art., a firma Giuseppe Catania, apparso su "www.noivastesi.blogspot.com" - 20 luglio 2015

Palazzo Tenaglia, in Corso Italia, nel centro storico
La costruzione risale agli anni trenta e ricalca lo stile degli altri edifici che si affacciano su Corso Italia.
La facciata principale a piano terra ha quattro aperture decorate con cornici culminate ad arco a tutto sesto con intonaco bugnato. Il marcapiano segna il primo piano decorato con motivi floreali con due balconi laterali, al primo piano e al secondo piano, con al centro due finestre; tre finestre sono nel blocco laterale.
Una cornice a lieve getto sorregge il cornicione del tetto sostenuto da pilastri.
L'ingresso all'edificio è alla sinistra della facciata di Corso Italia, mediante un cancello che immettte su una gradinata fino al portone. Altro ingresso su via IV novembre.
stralcio da art., a firma Giuseppe Catania, apparso su "www.noivastesi.blogspot.com" - 24 settembre 2015

Palazzo Vicoli, in Corso Italia, nel centro storico
E' stato edificato all'inizio degli anni trenta con la facciata che guarda Corso Italia ed è lungo circa metri 30 intervallato da una tripartizione di lesene bugnate lisce con suddivisione di paraste incorniciate.
Su due piani, su Corso Italia, si aprono quattro balconi intervallati da doppie finestre separate da lesene bugnate che al
primo piano sono sormontate da timpani a sesto acuto, al piano terra si aprono aperture a forma di edicole.
La facciata laterale ha tre finestre segnate dal marcapiano. Al 1° piano le finestre sono decorate da timpani ad arco ed al secondo tre finestre con davanzale sporgente.
Al piano terra tre vetrine sulla facciata che si ripetono sul lato a destra, ed altre aperture e negozi e portone che immette negli appartamenti.
Il palazzo è stato costruito a forma trapezoidale ed ha richiesto l'evoluzione di una planimetria inedita ed innovativa, proprio per sfruttare al massimo lo spazio disponibile.
stralcio da art., a firma Giuseppe Catania, apparso su "www.noivastesi.blogspot.com" - 3 ottobre 2015

Palazzetto Nibio Cardone (1500), secondo le cronache antiche, qui venne composto il lamento di una vedova "Mare majje, scura majje", in Via adriatica, nel centro storico
La sua costruzione risale al 1576 ed apparteneva al mercante genovese Domenico Nibio (ovvero Domenico Niggio), dove esercitava l'attività di commerciante.
Il fabbricato in unico corpo, sul fronte di Via Adriatica, presenta il portone di ingresso decorato da cornice in pietra ad arco a tutto sesto, e due finestre laterali decorate da cornice a rilievo.
Il marcapiano, in lieve cornice, separa il primo piano che presenta la finestra centrale con davanzale decorato sormontato da una cornice e due balconi laterali egualmente protetti da ringhiere in ferro. Altrettante aperture nelle facciate laterali.
Il piano seminterrato nella facciata centrale riquadrate e protette da inferriate. Su Via Barbarotta si ripetono le aperture della facciata centrale, mentre le finestre al piano rialzato sono protette da inferriate del tipo "gelosie" che traggono origine dalle tecniche costruttive in voga in Spagna.
Il fabbricato venne acquistato dal Marchese del Vasto e dopo la sua morte, avvenuta nel 1593 la moglie Lavinia della Rovere, anziché abitare a Palazzo D'Avalos, preferì trasferirsi in questo palazzo.
Dopo la sua morte, lo stabile, nel secolo XVIII venne adibito acaserma militare, denominata "Quartiere". La casa venne poi acquistata dalla famiglia Cardone.
Secondo quanto riferiscono le cronache antiche, l'edificio divenne dimora di militari e si vuole che in quella atmosfera venne composto e cantato il lamento di una vedova: "Mare majje, scura majje".
Dopo l'ultimo conflitto l'edificio venne adibito a sede di biblioteca e archivio comunale.
Negli anni '60 le cantine divennero un locale molto gradito ai giovani: il Lavinia 21!.
stralcio da art., a firma Giuseppe Catania, apparso su "www.noivastesi.blogspot.com" - 10 ottobre 2015

Palazzino di San Lorenzo, in contrada S. Lorenzo, in strada che corre parallela con l'antico tratturo.
E' un'altra villetta rurale dei D'Avalos, dei primi anni del 1700; in quel tempo ospitava un serraglio di fiere in un fitto parco attiguo, attualmente scomparso.

Palazzino di Santa Lucia, (1720), in fondo alla Via S. Lucia, appena fuori città
Era un tempo deliziosa villetta marchesale. Tuttora è possibile ammirare, il sobrio disegno che ne testimonia il trascorso decoro.
Il giardino accanto, era, in origine, folto di pregievoli piante e vi aveva sede l'orto botanico.

Storia
: La palazzina di S. Lucia e il suo antico splendore.
La palazzina di S. Lucia, che comprende la Cappella dedicata alla martire, fiancheggiata da giardini circondati da mura - scriveva lo storico Marchesani nell'800 - fa tuttora bella mostra di sé nel nord-est della città, dall'altro capo della valle dell'Angrella. Essa appartenne ai Canonici delle Tremiti, che poi la vendettero a Cesare Michelangelo d'Avalos;
costui la trasformò in una villa deliziosa piena di cedri venuti da Roma e da Firenze
; qui la sera del 28 ottobre 1723, fu rappresentata un'opera in prosa intitolata la Merope, alla presenza del connestabile Colonna. Lo splendore del luogo diminuisce di giorno in giorno.
La chiesetta di Santa Lucia è situata lungo la omonima via a nord della Valle dell'Angrella e di essa oggi restano ancora miseri avanzi abbandonati.
Un tempo apparteneva al convento di Santa Maria in Valle, ubicata nei pressi, possedimento dei benedettini e poi dei Canonici Regolari Lateranensi e dei Cistercensi. Tale convento esisteva già in epoca remota qui una Grancia nel 1362. Venne dato in possesso al Monastero di Tremiti, come risulta da un atto di donazione del 2.6.1442, da parte di Rinaldo Tinaro, per suffragio, insieme ad altri beni, delle anime dei suoi congiunti
S. Lucia, dal giardino
(Notar Giovanni di Guglielmo di Federico): "Apud ecclesiam S.Mariae in Valle, prope terram" "Vasti Aym..."
Secondo la descrizione che ne fa Luigi Marchesani (Storia di Vasto, pagg.267 -269), alla Grancia, nel 1508, erano uniti un chiostro ed altri edifici:"La pila dell'acqua benedetta di quella chiesa poggiava sopra colonnetta rinvenuta tra gli avanzi del Tempio di Giove Ammonio: ciò si osservava tuttavia nel 1644".
Nel corso della scorreria dei pirati Turchi (1.8.1566), convento venne distrutto. Nondimeno nell'elenco dei cenobi appartenenti alla giurisdizione della Chiesa di San Pietro Apostolo nel 1715 si ha la menzione della Chiesa dei Canonici Regolari Lateranensi, posta in Santa Maria in Valle, dove era anche la loro dimora (Sac.Congr. Concilii: Theate proest.obedientiae. Pro Capit. S. Petri Vasti, Summarium 1721 num. 10).
Nella relazione dell'apprezzo della Città del Vasto, dell'Ingegner Regio Biase De Lellis del 30.4.1742, si rileva che il convento, formato dalla chiesa e da alcune abitazioni, viene denominato Grancia di Santa Lucia dei Canonici Lateranensi e Abbazia di Santa Maria in Valle, mentre si fa cenno di una cappella di Santa Lucia, di proprietà del Marchese Cesare Michelangelo D'Avalos, che vi istituì le cappelle con altari dedicati a Santa Lucia e alla Madonna. Il Marchese ne fece una sua residenza estiva e la palazzina venne circondata da giardini con rarità arboree e recinta da mura. Era così splendida questa villa, abbellita con soluzioni edilizie e con artistici giardini che, in occasione della venuta a Vasto dei principe romano Fabrizio Colonna, per ricevere il collare del "Toson d'Oro" dal Marchese del Vasto nel 1725, venne qui rappresentata un'opera in prosa intitolata "Merope".
Fino agli inizi degli anni 1970, il complesso abitativo, pur avendo cambiato destinazione d'uso, rivelava tracce ancora ben conservate dell'antico splendore ed il bel giardino mostrava, ben visibili, le rarità arboree. Erano egualmente ben tenuti gli avanzi dei muri che recingevano il giardino del Palazzino marchesale di Santa Lucia ed alcune torrette cilindriche che ne delimitavano il perimetro.
Fu nel settembre 1975 che le torri circolari e e i muri di cinta con le merlature del casino dei D'Avalos, in località Santa Lucia, vennero smantellati per dare spazio alla incontrollata fagocitosi urbanistica.
stralcio da art., a firma Giuseppe Catania, apparso su "www.noivastesi.blogspot.com" - 22 marzo 2015